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Stefano Scrima è un giovane autore di cui abbiamo già parlato e di cui vogliamo continuare a parlare. Qui su Diogene Magazine ricorderete senz’altro il suo Diario spagnolo e alcuni articoli usciti poco tempo fa sul suo recente “Non voglio morire. Miguel de Unamuno e l’immortalità”. Ma questa giovane e promettente penna non si ferma mai e da poco più di un mese potete trovare in libreria una nuova pubblicazione: “Esistere! Gide, Sartre e Camus”. Ne abbiamo approfittato per fargli qualche domanda sul libro, su questi autori e – perché no? - sulla sua personale filosofia dell’esistenza.

In che modo hai affrontato il pensiero di Gide, Sartre e Camus?
Nell’unico modo con cui si possono affrontare tre giganti della storia della letteratura: leggendo i loro libri, lasciandomi suggestionare, cercando punti di contatto tra le parole stampate e il mio vivo annaspare. Tutti noi leggiamo autori ai quali ci sentiamo affini e, quando queste sintonie diventano inesorabili patti d’amicizia, bisogna scrivere, far sapere al mondo che esistiamo, e esistiamo in quel particolare modo – irreparabile.
Ho ascoltato più che altro le mie simpatie, non quelle di critici o studiosi. Ho tenuto conto delle vite di questi autori al di fuori di inchiostro e leggende, ma senza cedere alla tentazione del confronto spietato imposto da chi ha ben poca fantasia e spazio nel cuore. Come fare a dire “meglio Sartre di Camus” o viceversa? Come quelli che dicono “Beatles o Rolling Stones?” Ma perché? Amo entrambi. E per motivi diversi.

Da dove nascono le riflessioni di questi tre pensatori e qual è l’elemento che li accomuna?
Dalla vita quotidiana, come qualsiasi altra cosa. Dalla vertigine che provoca il respirare quando la coscienza prende il sole in faccia, e non ci sono ombre per ripararsi. Di certo gli sconquassi del Novecento non hanno aiutato a rasserenare tre coscienze di per sé vocate all’inquietudine.
Sono tre scrittori onesti, è questo che li accomuna – oltre, ovviamente, a uno spiccato interesse per l’assurdità di quest’esistenza balorda. Il fatto stesso di trasformare le proprie angosce in opere basta a sancire la loro onestà, che non è per forza – come qualcuno crede – l’esser sempre rigorosamente coerenti con ciò che si scrive, ma regalare se stessi al lettore, svelare l’elegante tremare di fronte a sé e al proprio domandare.
Una cosa che ho capito soltanto ora, dopo diversi anni che mi occupo di questi autori – invero è stato un pensiero di Vargas Llosa ad illuminarmi, e così mi contraddico con quanto detto sopra, ma poco importa –, è che mancano totalmente di ironia. Sono tremendamente seri, degli eroi tragici.

Esistenza: che fisionomia ha in questi pensatori?
Un pugno in un occhio. Esistere, per loro, non è quello che comunemente intendiamo con questo verbo, non è “essere in vita”, ma è un atto cosciente di sé, è “esistere!”, o “esistere forte” (titolo della prima edizione di questo libro – che tuttora prediligo). Una celebre frase di Oscar Wilde recita: “Vivere è la cosa più rara del mondo: i più, esistono solamente”, sostenendo in tal modo che per esistere non ci vuole niente, ma per vivere bisogna impegnarsi. Ecco, secondo me nemmeno “vivere” basta a descrivere quello che compiono Gide, Sartre e Camus attraverso le loro esistenze e le loro opere: loro “esistono forte”, mettono in questione quest’esistenza, la spingono al limite, le tolgono la pelle per guardarle muscoli, vene e ossa.      
Gide ci mostra un Lafcadio che butta giù dal treno un tizio che gli stava semplicemente antipatico, lo fa perché gli va, e per far dire all’autore del romanzo: “Compiere un atto gratuito? Perché no? Chi ce lo vieta?”; Camus, con il suo Meursault, fa più o meno lo stesso, anche se questa volta ad uccidere l’arabo sulla spiaggia sembra aver contribuito anche un sole accecante e il calore dell’estate algerina; Sartre mette in scena un Roquentin nauseato dai suoi giorni e alla ricerca di un senso che possa riscattarli. Tre vicende che mettono il lettore di fronte all’esistenza nella sua nudità, non avvolta da teorie frutto di cultura e paura.

Libertà: privilegio o condanna?
Condanna tremenda. Essere liberi significa non poter fuggire dalla responsabilità che ogni azione comporta. Ma anche privilegio – esclusivamente umano. Appunto perché libere, le nostre azioni possono esser giudicate buone o cattive. La responsabilità permette l’attribuzione di merito e onta. Nessuno può nascondersi. L’essere umano è artefice di se stesso e del mondo proprio perché è condannato a essere libero (nella visione di Sartre e Camus perché non esiste un Dio che ci manovra dall’alto come burattini). E come dice Sartre, ogni nostra scelta – e non possiamo non scegliere poiché la non scelta è essa stessa una scelta – condiziona l’umanità intera; per questo dobbiamo calibrare ogni atto se vogliamo render autentico il nostro esistere, se non vogliamo chiudere gli occhi di fronte all’importanza che ognuno di noi ha per questo mondo. 

Qual è la contemporaneità che possiamo riscontrare nelle riflessioni di questi pensatori?
Be’ esistiamo, no? E mi pare che nessuno abbia ancora svelato il mistero dell’esistenza. Anche se qualcuno – uno a caso: il caro Direttore di Diogene Magazine – pensa che piano piano, a forza di scavare, l’uomo riuscirà a bere dalla sorgente della verità, io non sono affatto d’accordo, penso non scopriremo mai un bel niente. È per questo, però, che servono autori come Gide, Sartre e Camus, che ci spronano a riflettere sul problema fondamentale dell’esistenza, dicendoci: “vi siete accorti che nessuno può sapere davvero il motivo per cui esistiamo, anche se ci vengono quotidianamente propinate teorie una più stramba dell’altra?”. Una volta che l’uomo capisce di essere libero – soprattutto libero dagli schemi culturali nei quali è cresciuto (penso ad esempio alla religione) – diventa davvero padrone del proprio essere e del proprio destino.
Questi autori hanno molto da dire all’uomo contemporaneo, anch’esso smarrito, forse anche più di loro, seppur dondolante in una falsa tranquillità sepolto da suv e grattacieli.

Oltre l’analisi del pensiero di Gide, Sartre e Camus, quali altri spunti può trovare il lettore nel volume?
L’analisi del pensiero dei tre autori in realtà è funzionale all’analisi di alcuni temi essenziali per la vita di tutti noi: esistenza, senso, libertà, responsabilità. Il libro è questo: un tentativo di farsi largo in una visione coscia della nostra esistenza, problematizzata.
Inoltre, per compiere tutto ciò non mi avvalgo solamente dell’aiuto dei tre moschettieri Gide, Sartre e Camus, ma anche di Nietzsche, Caraco e perfino di Paolo Sorrentino, i miei altri compagni di viaggio.
Un ulteriore spunto che emerge in questo libro è il rapporto tra filosofia e letteratura: non è certo un caso che Sartre e Camus siano, oltre che filosofi, romanzieri, e che Gide nelle sue prime opere sia stato profondamente influenzato dalla lettura di Nietzsche.

Un’ultima domanda. Stefano, che cosa significa per te esistere?
È una fatica inutile. Proprio come inutile è lo sforzo di Sisifo per portare la sua roccia in cima alla rupe, per poi vederla immancabilmente rotolare giù. Tuttavia, come dicono ironicamente – e l’ironia è l’unica arma che può salvarci – Callois e Valéry: “Non ci sono sforzi inutili, Sisifo si faceva i muscoli”. Questo per dire che, tutto sommato, esistere vale la pena. Anche solo per quel momento inebriante in cui raggiungiamo la vetta, dimenticandoci della fatica, della morte, dell’insensatezza, di tutto quanto. Momenti di pura gioia, di poesia.
In una lettera alla fidanzata Italo Svevo scriveva: “La mia indifferenza per la vita sussiste sempre: anche quando godo della vita a te da canto, mi resta nell’anima qualche cosa che non gode con me e m’avverte: bada, non è tutto come a te sembra e tutto resta commedia perché calerà poi il sipario. Di più l’indifferenza per la vita è l’essenza stessa della mia vita intellettuale. In quanto è spirito e forza, la mia parola non è altro che ironia ed io ho paura che il giorno in cui a te riuscisse di farmi credere nella vita (è cosa impossibile) io mi ritroverei grandemente sminuito. Quasi, quasi, ti pregherei di lasciarmi stare così. Ho un grande timore che essendo felice diverrei stupido e, viceversa poi, son felice (quale compassione ti faccio) soltanto quando sento movermi nella grossa testa delle idee che credo non si movano in molte altre teste”.
La mia parola non è altro che ironia, perché niente ha senso, calerà poi il sipario. La felicità, la forza che mantiene in vita alcune persone persuase della fondamentale inutilità della vita (come me) è la consapevolezza di tutto questo, la capacità di sublimarla in parola ironica, la capacità di succhiare linfa dal dolore che è indifferenza dell’universo per le nostre misere pene quotidiane – con data di scadenza certa e definitiva.
Vale la pena esistere anche solo per poter dire che non ne vale la pena affatto. Ma se non esistessimo, come faremmo a dirlo?

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Diario spagnolo

 

STEFANO SCRIMA

Musicista, scrittore e filosofo, Stefano Scrima si è laureato in Scienze filosofiche a Bologna. Ha studiato e vissuto tra Bologna, Barcellona, Madrid e Roma. Per Il Giardino dei Pensieri ha curato Il mito di Prometeo (2013). È redattore di Diogene Magazine e per Diogene Multimedia ha curato il Dizionario della Filosofia greca e ha pubblicato Non voglio morire. Miguel de Unamuno e l’immortalità ed Esistere! Gide, Sartre e Camus.


Intervista a cura di Serena Lietti
 
03/03/2016

Immagine: The Wounded Man, Gustave Courbet, 1844-1854.

 

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