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Quando si pensa ad Aristotele spesso lo si colloca in un'antichità che sembra avere poco a che fare con i nostri giorni. Tuttavia non è così e lo scopriamo in questa interessante intervista ad Armando Girotti che, curatore insieme a Franco Paris della collana "Briciole di Filosofia", ha pubblicato per la stessa una monografia dedicata allo Stagirita e rivolta a tutti i lettori che vogliono (anche per la prima volta) approcciarsi al suo pensiero. Con Girotti e con Aristotele riflettiamo dunque sull'importanza della meraviglia, sul ruolo della filosofia come eterno domandare, sull'eredità che ci ha lasciato, sull'utilità del giusto mezzo, sulla natura "sofistica" della politica contemporanea e - impossibile non parlarne - sul suo rapporto con Platone.

Cos'è la filosofia per Aristotele e che ruolo ha nella vita dell’uomo?
Per entrare nel mondo di Aristotele occorre, facendo uno sforzo, aprire lo sguardo alla funzione della ragione così come egli la interpreta. La rapporta all’immaginazione, non a quella “sensitiva”, propria anche degli animali, bensì a quella “deliberativa” − termine aristotelico – “che si trova solo in quelli che ragionano”. «Difatti, che si deliberi questo o quello», scrive, «è compito del ragionamento, ed è necessario che ciò che si fa sia ragguagliato ad un’unica misura, perché così si persegue un bene più grande». (De Anima, T, XI 434 a, 5-20). E la misura non è sapere per ottenere. Occorre, cioè, allontanarsi dalla concezione odierna di un sapere legato allo scopo lavorativo, e in questo la scuola ha le sue colpe quando fa credere ai suoi studenti che le discipline non servano per la vita, motivandoli a chiedersi: «ma a che cosa serve studiare tale materia se non si lega al mondo del lavoro?». Ebbene, Aristotele ci dice che il sapere va vissuto come fine a se stesso, con ciò intendendo che «questa forma di conoscenza […] non la cerchiamo per nessun vantaggio che sia estraneo ad essa» (Metafisica, 982b), il che significa ricercare per il gusto di approfondire ciò che ancora non conosciamo. Posto quindi il valore della filosofia all’interno di un sapere che non ha altro scopo se non quello della ricerca, non saranno le singole scienze a motivare l’indagine, ma la voglia di uscire dall’ignoranza. Sarà la forza interiore del soggetto a spingerlo verso nuovi lidi e, se ne avrà la costanza, a proseguire indefinitamente verso il “sapere”. La sua filosofia, dunque, non è un sapere esoterico, affare di pochi, ma è capacità interiore di progresso che appartiene a tutti e il compito del filosofo è anche pedagogico poiché intende risvegliare la razionalità dell’uomo. È per questo che la sua scuola era organizzata su due livelli di formazione: uno specialistico, esoterico (ad uso interno, donde i testi acroamatici, la cui pubblicazione non era prevista), svolto al mattino attorno a discipline abbastanza complesse quali fisica, logica, metafisica, e uno più divulgativo, essoterico (esteriore), più semplice, pomeridiano, aperto a vari gruppi di persone, sviluppato attorno a dibattiti su dialettica, retorica, politica. Allora quale ruolo potrà oggi avere questo modo d’intendere la filosofia se non quello di far comprendere a ognuno che il viaggio non è mai finito e che ogni tappa è sì un miglioramento rispetto a quella precedente, ma non mai l’approdo finale? La filosofia, dunque, se spinge l’uomo a migliorarsi e a progredire in saggezza (phronesis), non potrà fermarsi alle nozioni, ma, sulla linea dei due suoi predecessori, Socrate e Platone, sarà “sapere di non sapere” e “fuoco che dentro brucia”.

Lasciarsi stupire dalle cose, scoprirle al di là di una quotidianità che le dà per scontate, guardarsi intorno e chiedersi di sé e del mondo, sviluppando una capacità di ragionare che allarga la mente, amplia la conoscenza e stimola il senso critico. La meraviglia di Aristotele ci appartiene ancora?
Dice Aristotele: «Chi è nell’incertezza e nella meraviglia crede di essere nell’ignoranza» (Metafisica, 980a); in altro modo potremmo dire: chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere. E questo stato d’animo non può acquietare il soggetto, lo deve incitare ad oltrepassare la sua ignoranza. C’è un detto cinese che può chiarire questa situazione; esso rapporta la nostra conoscenza a un diametro il cui cerchio rappresenta l’ignoranza. In termini matematici potremmo dire che la “conoscenza sta all’ignoranza come il diametro sta all’area del cerchio da questo sotteso” e cioè più si amplia la conoscenza, più ci dovremmo accorgere di quanto non conosciamo. La meraviglia dunque è rappresentabile come l’ingresso in una grande sala alle cui pareti stanno svariate porte di vario colore. Solo chi è curioso procede aprendone una ed entrando nella nuova sala, anch’essa piena di nuove porte. Più si avanza, più ci si accorge di quante siano le cose che non si conoscono. Potrebbe sorgere lo sconforto nel considerare che mai riusciremo ad aprire tutte le porte, a cogliere il sapere nella sua pienezza, ma non è questa la condizione di Aristotele, anzi egli ci incita a proseguire nell’apertura di quante più porte possiamo dischiudere e l’anima di questo modo di procedere sta nella meraviglia, nel dubbio. Senza la presenza del dubbio sul sapere acquisito nessuno ricercherebbe nulla perché, credendo di avere la risposta per tutto, non procederebbe nella investigazione. Quanti di noi credono di aver terminato la propria ricerca sui fondamenti della vita, quanti hanno così abbandonato la ricerca perché erano certi di avere scovato la verità! Una frase è sintomatica di questo modo d’intendere: «Te lo dico io!» e così si chiude la porta a ogni ulteriore ricerca. Se dovesse mancare l’emozione profonda dell’animo che spinge ad amare il viaggio verso il sapere, allora avremmo perso l’occasione della nostra vita. A distanza di secoli ci chiediamo se la meraviglia di Aristotele ci appartenga ancora e siamo combattuti perché ci accorgiamo che da una parte essa è ancora la molla della ricerca, dall’altra percepiamo come essa svanisca dinanzi ad una “sicumera” di tipo pseudoscientifico dove un tecnicismo detta legge in politica come nell’etica, fondata sulle scienze più o meno esatte. Lo stupore sembra aver lasciato il posto alla certezza e così temi etici, come il problema dell’utero in affitto, viene confinato all’interno di cognizioni scientifiche. L’ignoto sembra essere stato perduto a vantaggio di una nozione tecnologica che ha fatto perdere di vista i contorni tra finito e indefinito. Sembra che si sia perduta la nozione di confine perché il limes (di memoria latina), inteso come chiusura, tappa la bocca al limen che invece, parlando di apertura, valico, ponte, manifesterebbe ancora la presenza di quella meraviglia aristotelica che continuerebbe a produrre uno smarrimento produttivo.

Cosa rappresenta Aristotele per la storia della filosofia? E cosa c’è di Aristotele nel nostro ragionare quotidiano?
Due domande che prevedono quindi due risposte. Alla prima potrei rispondere ricordando come gran parte della storia della filosofia abbia Aristotele come punto di riferimento cui rifarsi o dal quale prendere le distanze. Cartesio stesso recupera il concetto di meraviglia dallo Stagirita e, pur chiarendo che dovremmo liberarci di essa, la mette alla base di tutte le passioni; Hobbes la riprende dandone significati diversi come ammirazione o come curiosità, ma non è solo questo concetto che ha interessato filosofi a lui posteriori. Pensiamo al concetto di sostanza, a quello inerente la potenza e l’atto, tutte nozioni che ancor oggi permangono non solo nel nostro linguaggio, ma pure nella nostra attività discorsiva. Si pensi alle scienze biologiche, ad esempio e alla ricerca del “codice genetico”; a ben guardare esso non è altro che la “forma” di cui parlava il filosofo greco. Se poi pensiamo alla definizione dell’identità personale dobbiamo ricorrere alle proprietà della sostanza che permangono pur mutando il soggetto nel tempo. Tutte ricerche svolte già nella scuola aristotelica. Non voglio qui fermarmi alla considerazione svolta sulle quattro cause ancor oggi fondamento del dibattito scientifico e religioso, se siano cause efficienti o cause finali quelle che determinano il procedere della natura; ma sia che in ambito laico si ponga il fato, il destino, la fortuna cieca, a dirigere gli avvenimenti, sia che si presupponga religiosamente che sia la Provvidenza o una finalità a governare il mondo, sta di fatto che si ricorre a ricerche compiute proprio da Aristotele. Non ultima poi vedrei la questione inerente la problematicità del reale, accolta più dalla scienza che dal mondo religioso, ed accanto a quella ci metterei anche la problematicità dell’essere, la domanda sull’essere e sull’esistente che sono io. Il domandare è l’anima stessa della filosofia aristotelica ed anche nell’oggi questo domandare è presente continuamente, sia che esso parta dalla meraviglia, sia che venga originato dal senso di frustrazione che il soggetto percepisce dentro di sé. La precarietà dell’essere, incapace di spiegarsi, viene attestata dalla continua ricerca del sé, sia in ambito scientifico-medico, sia in ambito psicanalitico e forse dobbiamo ad Aristotele la curiosità come anima del movimento mentale.

Il rapporto con Platone: quali i maggiori punti di scontro e quali le principali eredità?
Credo che Raffaello nell’affresco lasciatoci sulla Scuola di Atene abbia colto esattamente quanto di diverso ci sia tra i due. Platone con il dito rivolto verso il cielo avvalora un modello di razionalità che presuppone l’esistenza di una realtà superiore alla quale occorre riferirsi per spiegare il tutto; Aristotele, col palmo aperto verso la terra indica che la realtà non la troviamo nell’al di là o nel sopra di noi, nel prima di noi, ma qui, tra di noi, basta usare la capacità raziocinante. Due modelli dunque dividono il maestro dallo scolaro, il primo, fondando un dualismo tra materia e spirito, peraltro accolto in un tempo successivo anche dalla religione cristiana, presuppone che la conoscenza non sia altro che un “ricordo”, il secondo cerca di cogliere unitariamente ciò che sembrerebbe diviso per cui è il sinolo, l’unione, il legame ciò che determina la verità del soggetto e non uno spirito incarcerato in un corpo dal quale deve separarsi. Se Platone è il filosofo del meta-corporeo, della metafisica trascendente acritica, Aristotele è il filosofo che ricerca attraverso la razionalità dimostrativa come si possa giungere alla metafisica intesa come struttura logica e non come realtà a se stante. Non si giudichi però Aristotele come l’anti-Platone perché non lo si comprenderebbe nel giusto senso in quanto la filosofia di Aristotele non vuol negare quella del suo maestro, vuole invece andare oltre e fondare un metodo di approccio più congeniale alla struttura razionale umana e meno legata ai miti, peraltro ritenuti dallo stesso Aristotele anch’essi una forma filosofica del sapere. Le eredità lasciateci dai due sono moltissime, soprattutto in campo religioso, perché i due filosofi furono ghermiti dal cristianesimo in vari modi. Aurelio Agostino si servì della dottrina platonica per evidenziare come le Idee, che avevano valore ontologico, potevano ben rappresentare ciò che c’era nella mente di Dio prima della creazione, stessa affermazione assunta poi da Hegel e prima ancora da Bonaventura da Bagnoregio che, nel suo libro L'itinerario della mente verso Dio, spiegò come la verità si acquisisca dalla fede e non dalla ragione, perciò da un abbandono in Dio come Principio del tutto e non da una ricerca logica. San Tommaso, invece, si servì di Aristotele soprattutto per difendere la verità della dottrina cattolica poiché il sistema aristotelico è il più omogeneo che il pensiero antico abbia prodotto. Se guardo all’oggi scopro che di Aristotele resta principalmente la lezione riguardante la centralità dell’uomo più che la primarietà della norma oggettiva calata dall’alto. È vero che la forte necessità di umano che vedo imporsi oggi potrebbe risolversi in egoismo, ma essa è anche la molla per rivalutare il ruolo primario dei valori per l’uomo e non viceversa, l’uomo per i valori, come intendeva la lezione platonica. Con Aristotele si è umanizzato il sapere e la conoscenza viene piegata alla necessità che nasce all’interno del consesso umano, senza per questo dimenticare che per il filosofo greco esiste un limite etico poiché non si può oggettivare o tecnologizzare tutto, clonare, manipolare geneticamente, ecc. Causa prima e causa finale vanno tenute entrambe vive nella guida delle scelte dell’uomo proprio per non far scivolare la tecnica in un vortice di gioco incontrollato che potrebbe portare all’autodistruzione. Rimanendo sul lascito della filosofia aristotelica vorrei qui ricordare come la sua concezione inerente il rapporto corpo-anima-intelletto mostri la complessità di qualsiasi soluzione perché, abbandonando la lezione platonica, ci si trova in una soluzione simile a quella prospettata da Vito Mancuso nel suo L’anima e il suo destino, peraltro molto criticata dalla teologia cattolica, in questo caso essa più figlia di Platone che di Aristotele. Dice Mancuso: «finalmente, nella scienza contemporanea ricomincia a farsi strada, libera da ogni ipoteca dogmatica, la nozione classica di finalità, una finalità intrinseca alla natura, pensata aristotelicamente come entelechia, che ha cioè il telos in se stessa» (p. 118) e questa finalità porta a dire che quel rapporto corpo-anima-intelletto è inscindibile. Accanto al dogmatismo salta anche ogni dualismo per cui non c’è autentica esistenza se non di ciò che appartiene al mondo della natura.

Uno sguardo su etica e politica aristoteliche: possiamo trarne degli insegnamenti per l’oggi?
Parlare di etica in Aristotele significa porsi all’interno della sua Etica Nicomachea più che dell’Etica Eudemia. Da quei dieci libri comprendiamo che la vita dell’uomo ha un fine, il bene, che va conseguito attraverso un criterio fondamentale, quello del “giusto mezzo” fra i due estremi, l’eccesso e il difetto. Gli stessi latini presero a prestito tale concetto della medietas come condotta della vita etica, ed anche oggi sono in molti a predicare tale virtù, allontanandosi sia in campo etico sia in campo politico dagli estremismi. In questa visione l’uomo che ha “amore di sé” non potrà chiudersi in un egoismo, ma si aprirà all’amicizia, situazione che ognuno di noi, oggi, sente come piacere di condivisione. La felicità, dunque, che è alla base della nostra soddisfazione, si realizza in un completamento reciproco dando origine alla politica, attività che consente di raggiungere il bene facendo il giusto.
La filosofia politica di Platone e quella di Aristotele sono molto lontane per quanto concerne il punto di partenza: il primo assume il presupposto che l’agire umano e il suo orientamento nei confronti dell’esistenza sia guidato da oggetti metafisici che risiedono in un mondo ultraterreno (iper-uranio), il che significa che si dà un ordinamento alle cose umane solo sulla base di un bene supremo. In Aristotele, invece, viene attribuito un peso maggiore all’esperienza, per cui i rapporti umani hanno una loro propria razionalità basata sulla quotidianità, sul rapporto con la vita e non c’è bisogno di un bene trascendente, posto al di là del mondo, per orientare le azioni. Se Platone ci rimanda ai principi metafisici, assunti poi anche dal cristianesimo, sia in politica sia per quanto concerne la morale, Aristotele, la cui politica è rivolta principalmente alla realizzazione di una vita piena, felice, completa, ci indica che occorre farsi carico del proprio spazio vitale, iniziando dai bisogni fisici realizzati nella casa, passando poi a quelli sociali, espressi nei villaggi ed infine giungendo alla realizzazione della felicità dell’esistenza umana, nella polis. Possiamo riprendere la stimolazione aristotelica allargando lo sguardo allo spazio dilatato in cui viviamo che ha assunto la connotazione della globalità; ecco che l’azione politica oggi dovrà incidere proprio in quest’ambito con tutte le conseguenze del caso. Infatti, se l’amicizia apriva lo sguardo del soggetto agli altri suoi simili, oggi dovremo pensare non solo ai vicini, ma pure a coloro ai quali lasceremo questo mondo. Io credo che il “principio responsabilità” di Hans Jonas non sia molto lontano dalla spinta etico-politica aristotelica.
Purtroppo oggi sembra essere l’economia il fondamento delle scelte etiche e politiche. Aristotele non era di questo avviso poiché considerava l’economia sì alla base del vivere,[1] precisando però che essa doveva solamente preparare i mezzi materiali su cui l’uomo avrebbe realizzato una vita buona e una società giusta. (Essenziale è infatti per Aristotele l’applicazione nella politica delle norme morali: nello stato l’uomo deve poter raggiungere lo scopo della vita). Su questo concetto della società giusta Aristotele può ben darci delle lezioni ancor oggi perché sottolinea che non è il numero dei governanti (uno, pochi, i migliori) a determinare il fondamento di uno stato, ma lo è un principio, che potremmo definire come “il buon governo”, e cioè è lo scopo delle azioni del governo quello che va analizzato e se esso si riduce ad un proprio tornaconto si avranno dei tiranni, oppure degli oligarchi (che oggi potremmo definire come il dominio di classe) o infine dei democratici, come li definiva, intendendo però ciò che oggi tradurremmo con produttori di demagogia. La lezione aristotelica, che oggi nessuno dei nostri governanti e parlamentari vuol accettare, invita ad una rotazione e ad un’alternanza dell’incarico politico. Se è aristotelica l’ammissione che tutti possono ricoprire cariche politiche, è altrettanto sua la proposta di far rientrare nei ranghi lavorativi i singoli politici dopo una tornata governativa (che egli pensava di un anno). Oggi purtroppo si è più vicini al mondo sofistico che a quello aristotelico per cui i governanti, o coloro che vorrebbero esserlo, siedono sugli scranni non solo per una tornata, ma a volte “a vita”.

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ARMANDO GIROTTI fa parte del gruppo di ricerca Città dei filosofi, ha realizzato studi di storiografia filosofica e didattica della filosofia. È membro di varie associazioni (Società Filosofica Italiana, Sicof, Proteo) e di vari Comitati scientifici. Scrive su riviste come Insegnare filosofia, Insegnare filosofia oggi, Il Novecento, Diogene Magazine, Sophia e coordina la rivista telematica Comunicazione filosofica. Per Diogene Multimedia ha pubblicato diversi volumi ed è curatore, insieme a Franco Paris, della collana Briciole di Filosofia.

Serena Lietti
26/02/2016

Immagine: Aristotele, Francesco Hayez, 1811.

[1] Scrive nella Politica al § Vita felice e stato ideale: «Due sono le condizioni della felicità umana: la prima sta nel determinare bene lo scopo dei nostri atti, la seconda nel trovare i mezzi adatti per arrivarvi. […] Tutti aspirano a una vita felice, ma ad alcuni è dato raggiungerla, ad altri no o per mancanza di fortuna o per deficienze naturali. Una vita felice ha bisogno di alcuni mezzi materiali […]. La felicità consiste nella perfetta attuazione pratica della virtù, senza essere subordinata a condizioni di sorta, ma in modo assoluto».

 

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