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In occasione dell’uscita della recensione di "Mosaici di saggezze" su Discipline Filosofiche (www.disciplinefilosofiche.it), è nato uno scambio di argomentazioni tra i due autori coinvolti: Augusto Cavadi, autore del volume, e Alberto Giovanni Biuso, autore dell’articolo. Abbiamo pensato di renderla pubblica, data l’interessante analisi che ne esce sulla natura della filosofia, sul rapporto tra pensiero e biografia del pensatore e tra dimensione teoretica e dimensione pratica.

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Replica di Augusto Cavadi
(www.augustocavadi.com)
Di solito trovo poco elegante che si replichi alle recensioni. Chi ne scrive una riconosce, per ciò stesso, il valore complessivo di un testo e ha tutto il diritto di formulare le proprie riserve. Se in questo caso faccio un’eccezione è solo per la cortese richiesta dell’editore (oltre che in segno di gratitudine verso Alberto G. Biuso che ha espresso il desiderio di proseguire il dialogo con me). Vado subito all’unico punto su cui si potrebbe fare maggiore chiarezza. Scrive Biuso: “Costruito su una molteplicità di fonti e prospettive […] c’è tuttavia in questo progetto qualcosa che lascia perplessi. La centralità continuamente ribadita del fattore biografico nella valutazione di una filosofia è infatti un evidente errore. I filosofi hanno ciascuno i propri lati oscuri, le loro miserie, esattamente come tutti gli altri esseri umani. Il significato della loro opera non può consistere nel rimuovere questo limite, e neppure nel comportarsi in modo sempre coerente con le proprie concezioni su una molteplicità di ambiti, ma sta nella capacità di elaborare con analiticità e rigore tali concezioni, affinché l’orizzonte di vita e di conoscenza di chi le incontra ne venga ampliato e fecondato. Lo stesso Cavadi ricorda giustamente che «per esprimere questa dimensione gratuita e disinteressata dell’attività filosofica i Greci avevano a disposizione un aggettivo specifico: “teoretico”». È significativo che il capitolo concettualmente più interessante del libro sia quello dal titolo “quando la filosofia era anche una spiritualità” poiché in esso […] si mostra che la filosofia, in quanto tale, è il culmine di ogni spiritualità, qualunque concetto e pratica si intenda con tale parola. La filosofia di per sé, se svolge il proprio ruolo con il necessario rigore teoretico e non con cangianti e impressionistici tratti esistenziali, con elevazioni spirituali, con soluzioni di angosce psichiche o con proposte di miglioramenti del mondo, è il tentativo di una riflessione scientifica che indaghi la realtà delle cose”.
Anch’io ritengo che valutare una filosofia sulla base della biografia del suo ideatore sia “un evidente errore”. Poiché però, in questo libro, il mio intento non è stato di valutare la filosofia di nessuno, mi pare che l’osservazione sia un po’ fuori bersaglio. Infatti la filosofia, così come si è andata strutturando dal VII secolo a.C. a oggi, è certamente una miniera di idee, di teorie (che vanno giudicate indipendentemente dalle biografie dei filosofi): e, come tale, viene abitualmente indagata. È solo questo? A scuola e all’università mi avevano insegnato così. Ma alcuni autori (Hadot, Foucault, Nussbaum, Achenbach, Lahav, Pollastri…) – e soprattutto le esperienze della vita – mi hanno insegnato che la filosofia è anche altro: una miniera di indicazioni esistenziali, etiche, politiche, pedagogiche (in una parola “spirituali”) laiche, ma non meno illuminanti ed efficaci delle indicazioni “spirituali” provenienti da altre tradizioni sapienziali (a cominciare dalle tradizioni teologico-religiose).
A questo punto sollevo due domande (un po’ retoriche dal momento che conosco, o mi illudo di conoscere, le risposte). La prima: questa idea della filosofia “incarnata”, intreccio indisgiungibile di “pensiero e vita”, è una diminutio della filosofia “rigorosa”, o non piuttosto un arricchimento e (forse addirittura) un necessario completamento? Se alla filosofia chiediamo non solo lucide visioni del mondo ma anche “elevazioni spirituali” e “miglioramenti del mondo” – rispettandone perfettamente l’autonomia di metodo e di fini – la rendiamo spuria, la imbastardiamo, o le restituiamo la pienezza di cui fruiva quando a esercitarla erano Platone o Epicuro? Certo, quando – per riprendere l’espressione di Cicerone a proposito di Socrate -  traiamo la filosofia dal cielo e la portiamo in piazza, corriamo dei rischi: per esempio di ridurla a retorica “educativa” o a ideologia “partitica”. Ma si tratta di un bel rischio perché, se lo si attraversa indenni (o quasi), la filosofia si rivela nel suo rinnovato splendore. La filosofia accademica, se accetta di farsi anche filosofia di strada, non perde nulla e acquista molto.
Qualora si ammetta che la filosofia può essere non solo “una riflessione scientifica che indaghi la realtà delle cose”, ma anche una proposta di vita spirituale, non ci si può sottrarre a una seconda domanda: intesa in questa accezione – potremmo dire intesa come saggezza oltre che come sapienza – il riferimento alle biografie dei filosofi può considerarsi irrilevante quanto la biografia di un astrofisico o di un biologo medico? Chi si interesserebbe al cristianesimo o al buddhismo se i fondatori (e gli attuali esponenti) di tali prospettive spirituali fossero solo maestri e non anche testimoni? Questo non significa certo ignorare che i filosofi, come i cristiani o i buddhisti, non siano perfetti: non devo guardare lontano, mi basta guardare alla mia quotidianità, per capire l’irriducibile distanza fra ciò che penso e come vivo. Ma un filosofo-in-pratica non può rinunziare neppure per un’ora alla ricerca della coerenza (non soltanto logica fra le sue idee, ma anche etica fra l’insieme delle sue idee e l’insieme delle sue pratiche). Ecco perché in questo mio volume non solo non ho evitato, ma anzi ho pazientemente ricercato nelle biografie dei filosofi, “cangianti e impressionistici tratti esistenziali”: in una storia della filosofia di taglio teoretico ne avrei forse fatto a meno, ma in una trattazione articolata di spiritualità filosofica avrei dato l’impressione di proporre un modo di vivere che nessuno ha mai vissuto, neppure come tensione utopica. Spero di aver suggerito, invece, la convinzione che ogni progetto spirituale non può nascere dalla testa di Giove come Minerva ma deve esibire una propria storia, fatta di pagine eroiche e di miserie, nella quale chi vuole può inserirsi come un piccolo pesce nell’alveo di un fiume. Chi vuole, ovviamente.
A chiusura di queste brevi note vorrei precisare che, per onestà intellettuale, non posso accettare uno dei complimenti che mi rivolge Biuso quando mi riconosce il merito di aver mostrato come “la filosofia, in quanto tale, è il culmine di ogni spiritualità, qualunque concetto e pratica si intenda con tale parola”.  Nelle mie attuali convinzioni la filosofia, più che “il culmine di ogni spiritualità”, ne è il presupposto, la base, la grammatica elementare (vedi il paragrafo dedicato alla filosofia come “humus” nel giardino delle sapienze).  Vertice e compimento di ogni spiritualità – a mio attuale avviso – è l’amore con cui si chiude il Siddharta di Hermann Hesse: la filo-sofia può contribuire a tale “culmine” solo se, riconoscendo con modestia i propri limiti costitutivi, accetta di integrarsi con l’altra faccia della medaglia, che provo a nominare sofo-filia. La passione-per-la-saggezza è la prima gamba, ma l’uomo corre se dotato anche della seconda: la saggezza-della-passione che sola porta il soggetto al di fuori del recinto del proprio io (in una tensione estatica che può essere erotica o agapica, meglio ancora se sia erotica che agapica).

Contro-replica di Alberto Giovanni Biuso
(www.biuso.eu)
Ringrazio Augusto Cavadi per l’articolata risposta che ha voluto dare alla mia recensione. Vorrei qui offrire, anche in relazione a tale risposta, un breve ulteriore contributo.
A proposito della dimensione immediatamente pratica di un pensiero filosofico rigoroso e profondo, mi sembra utile ciò che Jean Greisch afferma sul Dasein, sull’essere umano sempre collocato in un preciso luogo/istante e sull’analitica esistenziale che lo studia. Greisch scrive che «l'attitudine puramente cognitiva (fatta soltanto di curiosità teorica) davanti a un mondo che così diventa un puro oggetto d'indagine teorica, non è affatto “naturale”. Essa suppone, al contrario, che si sia già fatta astrazione di un certo numero di cure “pratiche”, di “bisogni” (Besorgen) che caratterizzano la nostra relazione “normale” e “naturale” con il mondo» (Ontologie et temporalité. Esquisse d’une interprétation intégrale de Sein und Zeit, PUF, Paris 2003, p. 126). Condivido e aggiungo che è anche dallo studio di Heidegger che ho imparato a dare importanza a ogni istante della vita quotidiana e a cercare di viverlo quanto meglio possibile.
Aggiungo, più in generale, che la perplessità che ho manifestato nella recensione nasce anche dal fatto che la filosofia è in realtà un insieme di saperi assai variegato e molteplice. Mi è sembrato che in Mosaici di saggezze essa venga fatta coincidere tout court con l’etica e, a volte, con la filosofia della storia. È assolutamente legittimo, oltre che necessario, circoscrivere il proprio ambito di indagine ma senza dimenticare che non si tratta della “filosofia” bensì di un suo ambito settoriale. Filosofia è anche la filosofia del linguaggio, l’epistemologia, la filosofia della mente, l’estetica, la gnoseologia, la metafisica e altro ancora.
Infine: nella recensione ho cercato di dire che il lavoro filosofico se praticato con rigore e passione trasforma di per sé l'esistenza, rende più sensata la vita propria e altrui. Questo ho detto, niente di più e niente di meno. 

 

Redazione
03/02/2016

Immagine: Discussione in canonica o Dice la verità?, Pellizza da Volpedo, 1888.

Per info sul volume leggi: Il re Mida della saggezza condivisa: per una spiritualità filosofica

 

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