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In occasione dell’uscita di Distanze – L’Eco del Nulla n. 2, abbiamo pensato di intervistare Emanuele Giusti (membro del comitato di redazione e autore di uno dei due editoriali di questo numero, nonché degli articoli "Luci dall'Oriente" e "Il rinnegato") e Tommaso Barsotti (membro della redazione e autore degli articoli "La corsa allo spazio" e "Il poeta dei prodigi").

Per conoscere meglio la rivista: www.ecodelnulla.it.

INTERVISTA A EMANUELE GIUSTI
Con Emanuele Giusti abbiamo parlato del concetto di distanza, del rapporto tra Occidente e Oriente musulmano e del rapporto tra finito e Infinito nelle diverse prospettive religiose.

La distanza tra popoli e culture è argomento all’ordine del giorno. In che modo l’avete affrontata?
In più di un modo. Sicuramente come un fatto: le distanze esistono concretamente ed è bene non negarle. Sono un fatto complesso, perché, ad esempio, la distanza economica tra gran parte di noi europei e i migranti è il frutto di processi storici difficili da ricostruire. Lo stesso vale per distanze di altro tipo, politiche, sociali, religiose, “culturali” in senso lato. Alcune è desiderabile ridurle, altre è lecito che rimangano. Qualunque sia l’obiettivo di questa “gestione” della distanza, bisogna provare a sviscerarne la complessità: solo così si può sperare di comprenderla e, quindi, allestire un buon piano per metterla a frutto o, nel peggiore dei casi, per non farla detonare. Questo discorso, però, va completato pensando la distanza anche come percezione di una differenza. Le azioni che scegliamo di compiere verso chi questa differenza la incarna, mettiamo un tedesco o un cinese, dipendono anche dalle idee e dalle passioni che si addensano intorno alla distanza percepita, dalle sue rappresentazioni. Questa dinamica banale è spesso sottovalutata: se uno vuol mantenere buoni rapporti con qualcuno che è altro da lui, gli conviene averne e darne un’immagine corrispondente. È chiaro che se in quest’altro il primo vede a priori un nemico, o un pericolo, difficilmente ci andrà d’accordo; ancor prima, avrà difficoltà a capire chi è, cosa vuole davvero e quali sono i motivi reali del suo atteggiamento verso di lui.

Il tema del viaggio e quello della distanza tra civiltà sono due tematiche molto presenti in questo numero, con particolare attenzione al rapporto tra Occidente e Oriente musulmano. Al di là dei fin troppo citati eventi degli ultimi tempi, storicamente in che modo l’Occidente ha guardato e guarda oggi a questo Oriente? Siamo davvero così lontani?
L’Occidente ha sempre guardato al mondo dell’Islam in modo ambiguo. Da un lato come a un qualcosa di totalmente diverso da sé, o come alla propria immagine distorta, e quindi l’ha odiato, temuto, disprezzato. Dall’altro ha saputo trovarci anche un riferimento per aspirazioni e desideri, e quindi ha ammirato la sua potenza e ricchezza, ha studiato la sua cultura, la sua scienza. Tutto questo rientra in una tradizione secolare che oggi ha perso molta flessibilità a favore di immagini ed emozioni negative, secondo cui il mondo dell’Islam è irrimediabilmente peggiore del nostro. Il rischio è quello di disconoscere l’eterogeneità dell’Islam e di trattarlo come un monolite cui contrapporre un Occidente altrettanto omogeneo e, dunque, fittizio. Così le distanze crescono, si ossificano e diventano occasioni di scontro e di sciovinismo anziché di salutare riflessione su di sé, o di autocritica addirittura. Occidente e Oriente musulmano sono certo lontani in molti modi, e sarebbe assurdo aspettarsi il contrario: abbiamo avuto storie diverse e bisogna ammettere che spesso l’impegno delle potenze occidentali a ridurre certe distanze è stato solo apparente. Però, prima di affrontare le differenze tra noi e quei paesi sovrani dove l’Islam è la religione dominante, credo che sarebbe utile riscoprire le distanze interne a questo “noi”, rendersi conto che l’Occidente non è tutto animato dagli stessi interessi e sentimenti e, soprattutto, prendere sul serio il pluralismo religioso che ormai caratterizza l’Europa proprio grazie all’Islam. È innanzitutto di questa distanza che dobbiamo occuparci, in modo efficace e senza venir meno ai nostri principi. Applicata ai musulmani in Europa, quest’Oriente che ci è venuto “in casa”, a maggior ragione la retorica del “noi e loro” non ci porterà lontano.

Distanza è anche lo iato che separa finito e Infinito, argomento che affrontate in alcuni articoli. In che termini tale distanza si lega alle diverse religioni (monoteiste e non) nel rapporto con la divinità e nello stare al mondo dell’individuo?
Quando è la divinità creatrice ad essere concepita infinita, e quindi l’essere umano si pensa finito, come accade nelle religioni monoteistiche di origine abramitica, credo che tale distanza tra finitezza delle creature e infinitezza del creatore si risolva nel particolare rapporto di subordinazione che in questi casi vediamo instaurarsi tra l’uomo e Dio. Subordinazione, quindi obbedienza, ma anche appartenenza assoluta e fiducioso abbandono. Una relazione simile, la cui posta in gioco sia la salvezza dopo la morte, può però essere declinata diversamente anche all’interno della stessa tradizione religiosa, modificando così le regole cui l’individuo deve aderire nella propria vita terrena: penso banalmente alla differenza tra la mediatezza cattolica e l’immediatezza luterana nel rapporto del singolo con Dio, oppure a quanto poco per i mistici musulmani sufi, che in un certo senso “sfidano” la distanza di cui stiamo parlando, possano contare quei rituali che invece l’ortodossia sunnita pretende dai fedeli. Non conosco le cosiddette “religioni orientali” tanto bene da dire qualcosa al riguardo, ma in generale credo, da persona non religiosa, che nell’atto di sottomissione implicito nel riconoscimento di questa distanza si celi il segreto di una grande libertà che forse tornerà di moda: quella di cui si gode quando si è accettata liberamente un’autorità che ci soverchia, e stiamo al sicuro sotto la sua ala.

INTERVISTA A TOMMASO BARSOTTI
Con Tommaso Barsotti abbiamo affrontato la natura della fantascienza, le conseguenze di un universo senza limiti e l’importanza della figura di Ulisse, da Omero alle sue innumerevoli varianti.

Aristotele legava la nascita della filosofia alla meraviglia di fronte all’esistente, voi vi ricollegate in qualche modo a questa tradizione e fate scaturire la fantascienza dalla meraviglia di fronte al possibile. In che modo la fantascienza affronta il possibile? Che ruolo ha per l’uomo tale produzione immaginifica?
Penso che l'elemento più curioso della produzione fantascientifica sia la metamorfosi a cui essa sottopone il concetto di possibile. Mi spiego meglio. Quello che sta alla base del romanzo fantascientifico stesso, quello che ne fornisce i temi e le scenografie, è il possibile del calcolo ragionato, il possibile del dato esatto. Se a Jules Verne o Herbert George Wells fosse venuta meno la passione per le carte geografiche e i trattati di fisica, adesso non saremmo qui a parlare di fantascienza. La finzione romanzesca muove sempre dalle solide fondamenta della nuova scienza. Tuttavia, con lo scorrere delle pagine succede qualcosa di straordinario: mentre viaggia alla velocità della luce attraverso mondi lontanissimi, toccando tentacoli alieni, circuiti robotici e lune desolate, questo possibile si spoglia progressivamente della sua natura matematica per assumere fattezze eteree, fantastiche. La metamorfosi affascina il lettore poiché fa sì che il racconto esplori situazioni meravigliose e insieme si mantenga, seppur in parte, nel campo della plausibilità. Le conseguenze di questo felice connubio tra meraviglia e possibile sono ravvisabili anche oggi. Infatti, e mi sposto così alla seconda domanda, la carica immaginifica di cui le opere di fantascienza sono intrise ha ispirato generazioni e generazioni di inventori e scienziati, ed è responsabile di numerose tecnologie oggi di uso comune. Da sempre, scienza e fantascienza sono impegnate in una danza di vicendevoli influenze, per cui inizialmente le conquiste della prima orchestrano la narrazione della seconda, che di rimando fa da vettore per il decollo di nuove idee nel campo della ricerca. E il tango continua.

Nella rivista affrontate sia la fantascienza letteraria che quella cinematografica, parlando – tra gli altri – di 2001: Odissea nello spazio di Kubrick. La continua spinta verso nuovi spazi, ad un certo punto, pare far collassare qualsiasi possibilità di comprensione umana del cosmo, che diviene così privo di limiti dando vita a una sorta di nuova metafisica. Che caratteristiche ha questa “nuova metafisica”? E che posizione spetta all'uomo in questo “nuovo universo”?
Ho usato l'espressione, forse un po' forte, di “nuova metafisica” per cercare di descrivere quello che mi è sembrato uno degli aspetti centrali della condizione dell'uomo moderno. La nostra epoca – fondata, come la fantascienza, sulle rivoluzioni apportate dagli avanzamenti tecnologici – ci ha abituato all'idea del progresso come processo continuo e inarrestabile, una sorta di scalinata da salire due, quattro, otto gradini alla volta, con incremento geometrico. Verrebbe da pensare che non vi siano limiti alla conoscenza umana, che ogni segreto del cosmo sia destinato ad essere svelato in tempi brevi. Eppure, allo stesso tempo, i nostri sono anni governati da una profonda inquietudine, sentimento che non ci si aspetterebbe possa scaturire dalla cieca fiducia nella scienza. A mio parere, questo repentino balzo in avanti, questa folle “corsa allo spazio”, più che confermare il controllo dell'uomo sulla natura ne ha minato le basi. L'uomo è salito così in alto da non incontrare la tanto invocata divinità e, gettato lo sguardo alle infinite profondità spaziali, è ricaduto su se stesso. Si è accorto che l'universo è tanto immenso da risultare praticamente inconoscibile, anche con gli strumenti a disposizione della contemporaneità tecnocratica. Un universo di tali dimensioni è troppo grande per mantenere una propria fisicità, sembra quasi assumere la consistenza di uno spazio fittizio, una caotica dimensione metafisica, metafora perfetta dello spaesamento dell'uomo moderno. All'interno di questo nulla galattico, credo che la sola posizione possibile per l'uomo sia quella che egli stesso vorrà darsi. In assenza di punti cardinali universalmente validi, l'unica soluzione rimastagli è quella di direzionare l'ago della bussola secondo la propria volontà, nel tentativo di ritagliarsi un suo spazio su misura entro il quale egli possa fermarsi un attimo e riprendere fiato.

Nell'affrontare il tema del viaggio, una delle figure che analizzate approfonditamente è quella di Ulisse, partendo da Omero e spaziando attraverso le diverse forme letterarie che ha assunto. Chi è Ulisse e cosa rappresenta?
Ulisse è una delle figure più interessanti dell'èpos greco. Tantissimi grandi nomi della letteratura italiana hanno dedicato al mitico sovrano di Itaca versi degni di nota. Tra questi, spiccano quelli di Dante e Pascoli, che il nostro Lorenzo Masetti, non a caso, ha riportato nel suo pezzo. Difficile definire nello spazio di poche righe un personaggio dalle sfaccettature così varie come Ulisse. Volendo limitare il discorso a questo numero della rivista e al tema che abbiamo deciso di affrontarvi – le distanze – sarebbe difficile trovare qualcuno di più indicato dell'eroe greco per ricoprirne il ruolo di alfiere. A mio parere, Ulisse è principalmente il simbolo della curiosità umana, il motore primo che spinge l'uomo a viaggiare, ad andare oltre, verso l'ignoto. Pochi degli altri accostamenti hanno un fascino così potente. Come si fa a rimanere impassibili di fronte all'Ulisse dantesco, perito nel titanico tentativo di indagare l'al di là delle colonne d'Ercole, dannato, più che per la collocazione infernale, per l'inestinguibile sete di conoscenza? Non si può, perché egli è mosso dalla più squisitamente umana delle connotazioni – il desiderio di conoscere, appunto – e le sue corde vibrano con la stessa tonalità delle nostre.

Intervista a cura di Serena Lietti
04/06/2015

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Immagine: Le Pleiadi, Elihu Vedder, 1885.

 

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