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Mai come oggi si sente la necessità di recuperare una dimensione di sacralità, sia ch’essa si configuri come una ricerca del divino sia che si presenti come recupero di valori morali ritenuti imprescindibili. La filosofia non può ignorare quest’esigenza - universale e contemporanea al tempo stesso - di scavare al di là della logica capitalistica e della mera dimensione scientifica e tecnologica per recuperare quella profondità spirituale che definisce lo stare al mondo dell'uomo, nella convinzione che la domanda sul senso della vita sia inderogabile.
Su questo tema abbiamo pensato di interpellare tre autori legati a Diogene Multimedia che si sono occupati dell’argomento in diverse pubblicazioni - come nei recenti Dio e il divino e Abitare il mondo: con o senza Dio? - e abbiamo posto a ciascuno di loro una specifica domanda.

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Dio e il divino e Abitare il mondo: con o senza Dio?
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Perché a vostro avviso i libri su temi di spiritualità hanno oggi molto successo? 

Francesco Dipalo: Il successo dei libri su temi di spiritualità è, per converso, un effetto del nichilismo imperante. Semplicemente si avverte il bisogno di ciò di cui si sente la mancanza. E l’uomo rimane, al di là della tecnica e delle logiche di mercato, un animale metafisico. La domanda intorno al senso della vita, infatti, è inaggirabile. Anche mercato e tecnica, a ben guardare, altro non sono che tentativi (anch’essi metafisici, in un certo senso) di rispondere a tale domanda. Tentativi che, col procedere della globalizzazione neoliberista attualmente in atto, finiscono col rivelarsi, a conti fatti, insoddisfacenti. Peraltro non di risposte pret-a-porter abbiamo bisogno, quanto piuttosto di porci domande in comunità. Non di spiritualità “precotta”, new-age, ma di reali occasioni di condivisione, di pratica, di sperimentazione si sente la necessità. Questo è, del resto, il senso che anima le vacanze filosofiche da cui i nostri libri prendono il la.
Quello di cui abbiamo bisogno, oggi, non è tanto e soltanto interrogarci in maniera teoretica intorno alla questione di Dio. A questo compito si sono dedicate intere generazioni di filosofi, in epoche in cui, tuttavia, la gran parte della gente aveva ben chiaro il senso del sacro, perché lo praticava nella quotidianità, sia pure, quasi sempre, in maniera superstiziosa. Oggi la domanda intorno a Dio se non vuole essere oziosa deve rimettere al centro dell’attenzione la questione del sacro. Ovvero si pone in questi termini: come è possibile nella società odierna inventare, ritagliare spazi di sacralità? Dar senso al sacro? A questa domanda urge una risposta pratica, piuttosto che una lunga sequenza di proposizioni e argomenti razionali volti alla dimostrazione dell’esistenza di Dio.

Ritenete che abbia oggi ancora senso la domanda filosofica su Dio in un mondo dominato dalla scienza e dalla tecnica da una parte, dalla logica implacabile del profitto dall'altra?

Augusto Cavadi: Nel mondo da te tratteggiato è evidente che la domanda su Dio abbia perduto senso. Più che da atei, siamo circondati da agnostici indifferenti (e, in certa misura, lo siamo diventati noi stessi che non siamo né scienziati né capitalisti). Se la filosofia fosse, hegelianamente, il proprio tempo appreso col pensiero, dovremmo cancellare la questione teologica dall'elenco delle questioni teoretiche. Se, invece, intendiamo la filosofia come critica radicale e inattuale del proprio tempo, proprio la domanda su Dio è tra le prime a dover essere riesumata. È un po' come il punto di vista della ragazza tedesca della "Rosa bianca" al tempo del nazismo: "Se la politica andasse bene, me ne disinteresserei. Invece fa schifo e, perciò, mi sento obbligata a occuparmene".
Ciò asserito, va però aggiunto che non è per nulla facile formulare correttamente questo genere di domanda. So cosa significhi chiedersi se ci sono statue in un determinato museo o acqua sulla luna perché ho un'idea abbastanza precisa di cosa possa significare "statua", "acqua" e "esserci" (da parte di una statua o dell'acqua). Ma cosa intendo con il semantema "Dio" quando lo uso in una proposizione affermativa o negativa? E - ammesso che riesca ad averne un'idea corretta - cosa intendo quando uso il verbo "essere" a proposito di "Dio"?  Confesso di avvertire un senso di invidia - mista a commiserazione - nei confronti di quanti sostengono spavaldamente di sapere che Dio c'è. O che Dio non c'è. 

Ritenete che la ricerca su Dio e sulle radici dell'etica abbia carattere di novità o sia espressione dell'eterna ricerca dell'uomo sulla verità e sui valori?

Elio Rindone: Credo che si tratti di una ricerca eterna e sempre attuale, perché tra le tante esigenze umane c’è quella di riflettere sul senso della realtà e della vita. In quanto animale razionale, l’uomo, infatti, non può accontentarsi di godere del mondo in cui vive e di trasformarlo grazie alle risorse della tecnica, ma ha bisogno di conoscere le ragioni del proprio operare, il significato del suo nascere e morire, delle gioie e delle sofferenze che fanno il tessuto della sua vita, ha bisogno di capire se la storia in cui è inserito può esigere il suo impegno o è un'avventura priva di senso.
La ricerca filosofica s’interroga sulla causa prima della realtà, che comunemente chiamiamo “Dio”, e sui possibili criteri di valutazione dell’agire umano. E tutto ciò è semplicemente indispensabile se si vuole operare con coerenza e con critica consapevolezza, sia a livello personale che a livello politico.

Redazione
04/03/2015

Immagine: Copernico conversa con Dio, Jan Matejko,1872.

 

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