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La letteratura nel suo triplice aspetto di apertura all'altro, baluardo del linguaggio contro la strumentalizzazione massmediale e autentica espressione della condizione esistenziale umana.

Una delle più note e discusse affermazioni di Adorno è quella secondo cui «scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie, e ciò avvelena la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie». Tale affermazione è il punto di partenza del volume di Zoppelli, consapevole che eventi storici quali Auschwitz e Hiroshima hanno prodotto una vera e propria frattura di civiltà, un sovvertimento degli elementi fondanti della cultura occidentale che esige, da parte dei posteri, l’assunzione di una precisa coscienza storica e morale. In particolare, la Shoah ha prodotto i suoi effetti distruttivi non solo nei confronti del popolo ebreo, ma anche a danno dell’umanità intera.

Dell’Olocausto si possono infatti proporre due letture, una particolare e storica (che lo vede come un’esperienza annichilente subita specificamente dagli ebrei) e una antropologica (che guarda a ciò che la Shoah può, e deve, significare per l’intera umanità). In tale ottica, Auschwitz e Hiroshima diventano, nella storia e nella memoria umana, una sorta di mito sociale o collettivo di fondazione. Esse si configurano come eventi che segnano un confine oltre il quale tutto cambia: anche l’esperienza estetica, destinata a modificarsi in modo irreversibile, a diventare altra e a rendere problematiche le nozioni di arte, di poesia e di immagine, come pure i presupposti e i valori della fruizione artistica. 

Il volume di Zoppelli esamina le adesioni alla tesi di Adorno (di George Steiner, Elie Wiesel, Claude Lanzmann) ma soprattutto le prese di distanza, in particolare quelle di Imre Kertész e Jorge Semprún, convinti che anche le più accurate ricostruzioni storiografiche, per quanto esaustive e onnicomprensive, mancheranno sempre la verità essenziale dell’Olocausto, che può essere raggiunta solo attraverso la raffigurazione artistica. A ulteriore conferma della profonda necessità di un approccio letterario alla Shoah, Zoppelli ricorda anche le numerose poesie che sono state scritte nei lager. In ogni caso, la sentenza inappellabile di Adorno ha avuto il merito di preservare il male estremo, assoluto e radicale dell’Olocausto dalla banalizzazione e dall’estetizzazione, prevenendo l’evidente rischio che il ricordo di Auschwitz, come ha affermato Kertész, potesse essere «ritualizzato, strumentalizzato, reso astratto» (p. 20). Con le tesi di Adorno hanno dialogato, o si sono confrontate polemicamente, tutte le estetiche del secondo dopoguerra: quelle di orientamento marxista, quelle analitiche, l’estetica fenomenologica, il pensiero teologico-politico, l’ermeneutica; posizioni che, al di là delle ovvie differenze, comunque «tendono a sottolineare la valenza etica dell’arte, gli aspetti etici dell’esperienza estetica e la responsabilità della forma» (Ibid.).

Etica della parola poetica propone quindi una vera e propria apologia della poesia, con un iniziale riferimento all’opera di Celan, o almeno alla prima fase della sua attività creativa, testimoniata dai discorsi in occasione del conferimento dei premi letterari Città di Brema (1958) e Büchner (1960). La risposta di Celan alla provocazione di Adorno, almeno agli inizi, ha dato corpo a una pratica di scrittura e ad una riflessione poetologica che, malgrado le accuse di ermetismo e di oscurità, ruotano intorno ai poli della lingua (materna), del linguaggio (poetico) e dell’altro; l’appello di Celan all’ancora di salvezza del linguaggio è segnato in profondità dalla tensione verso l’altro, dalla ricerca di una relazione Io-Tu che miri a comporre un Noi salvifico. Tale apertura verso gli altri è rischiosa e ardua, tanto più quanto dagli altri ci si sente traditi, quando si è persa la fiducia nell’umanità e nel mondo; e tuttavia «Celan rifiuta categoricamente l’idea benniana di una poesia monologica, e la visione ontologica e impersonale di Heidegger del linguaggio […]. Dell’altro il poeta si fa eticamente carico, egli si assume una responsabilità nei confronti dell’interlocutore che la poesia in cammino va cercando» (p. 34). Con evidente capovolgimento dell’estetica adorniana, la poesia viene così a collocarsi nella prospettiva etica dell’incontro e del colloquio, capaci di sconfiggere la solitudine dell’individuo contemporaneo.

Come è ovvio, il valore etico della poesia non risiede nel suo carattere performativo («Vanamente cercheremmo una qualche utilità pratica immediata per l’arte e la poesia, una qualche diretta ricaduta nella realtà, un loro valore performativo tale da condurre ad azioni e comportamenti immediati » (p. 47); la letteratura non ha il compito di dettare norme morali o prescrizioni stringenti. L’etica della parola poetica che dà il titolo al volume non ha, quindi, nulla a che spartire con una concezione regolativa, normativa e vincolante dell’etica, sempre incline a subordinare a sé l’atto creativo. Nella prospettiva di Zoppelli, l’etica della poesia ha a che fare innanzitutto con la funzione comunicativa e con il carattere dialogico della parola, con la sua costante volontà di apertura all’altro. A questo nucleo centrale si aggiungono però altre due valenze etiche. Innanzitutto, in una prospettiva che si potrebbe definire endo-letteraria, alla poesia è riconosciuta una funzione ecologica, di difesa e di manutenzione del linguaggio. «Etica è – primariamente – assunzione di responsabilità: anche nei confronti della parola poetica, oltre che di sé stessi e dell’altro» (p. 53). In contrapposizione alla parola inquinata e sovresposta del villaggio globale, all’inflazione, dispersione e impudenza linguistica della società dello spettacolo e dell’universo pubblicitario e massmediale, la poesia lavora in economia, in levare: opera un’ecologia della parola, libera il linguaggio dalle sue anchilosi e strumentalizzazioni, ma ne saggia anche i limiti e l’impotenza, pronta a testimoniare il silenzio, il soffocamento, l’ammutolire dell’esperienza. Al mondo televisivo «la parola poetica contrappone una sua opzione etica: necessità della scrittura, quasi un’urgenza, essenzialità e concentrazione del dettato, concretezza delle situazioni, forte condensato di immagini metaforiche, economizzazione della parola e sua ecologia contro lo spreco» (p. 57).

Oltre alla comunicazione e all’ecologia del linguaggio, un terzo nucleo etico risiede nella funzione di conoscenza e di verità propria della poesia, strettamente connessa al suo carattere affettivo ed emozionale. La poesia non è solo materiale linguistico, così come la sua valenza etica non concerne solo la lingua: «La poesia possiede un carattere veritativo e una dimensione etica più ampia. La posta in gioco – allora – è proprio il carattere veritativo dell’esperienza estetica. Con l’arte e la letteratura noi compiamo un’esperienza di verità. La poesia e l’arte dicono qualcosa di essenziale, come volevano – pur da prospettive diverse e opposte – Heidegger e Adorno, su di noi e sul mondo, dicono la verità sulla condizione esistenziale dell’uomo» (p. 61), confutando in re tutte quelle ricorrenti, funeste opzioni filosofiche che riducono la verità al puro dominio dei fatti. La conoscenza della letteratura è anche consapevolezza della complessità del mondo, è esperienza della difficoltà di tracciare una linea netta che separi il bene dal male, il confine tra un atto etico e uno immorale. Analizzando la famosa “zona grigia”, Primo Levi accettava solo un’idea complessa di morale; lo scrittore ha appunto il compito di condurre il lettore sulle vie della complessità etica, cogliendo le sfumature e le mezze tinte, e mettendo in crisi tutte le certezze e i pregiudizi consolidati. Le vie dell’etica non ammettono semplificazioni, le scelte compiute sono reversibili e conducono spesso ad esiti contraddittori; il male, come ha osservato Semprún, non è l’inumano tout court, ma ciò che è inumano nell’uomo.

Incidentalmente, l’incrocio dei due nuclei etico-letterari di cui ci stiamo occupando (l’ecologia o manutenzione del linguaggio, e la funzione conoscitiva) permetterebbe forse di rivalutare alcune posizioni adorniane. Infatti l’«economia della parola che prima di tutto e paradossalmente è un’economia morale» (p. 57), ovvero il proposito di non sprecare, annacquare o svilire l’energia del linguaggio in chiave antagonistica rispetto agli stereotipi, ai luoghi comuni, all’eccitazione e alla falsa coscienza dell’universo della pubblicità, è appunto ciò a cui pensava Adorno nella sua polemica contro la comunicazione facile e immediata della cultura di massa. In tal senso, guardare alla pubblicità come ad una “lingua di plastica”, artificiale e fasulla, può essere fuorviante, nella misura in cui induca a sottovalutarla. Come ben sa chi ha praticato quell’ambito, dietro all’apparente banalità pubblicitaria operano strutture retoriche e narrative estremamente sofisticate, eredi della retorica antica e della semiologia contemporanea. La differenza tra letteratura e pubblicità è, fondamentalmente, quella tra funzione conoscitiva e funzione performativa del linguaggio, da cui facilmente discenderà la diversa valutazione assiologica dei due fenomeni.

Come già detto, però, il perno su cui ruota la proposta etico-letteraria di Zoppelli è quello della valenza comunicativa della poesia. Autore di riferimento per questa impostazione è Primo Levi, scrittore etico e meta-etico per il quale, non solo guardando all’Olocausto, istituire la comunicazione del testo con il lettore è un obbligo morale, se non un imperativo categorico. Come afferma lo scrittore torinese nel saggio Dello scrivere oscuro (in L’altrui mestiere), «non si dovrebbe scrivere in modo oscuro, perché uno scritto ha tanto più valore, e tanta più speranza di diffusione e di perennità, quanto meglio viene compreso e quanto meno si presta ad interpretazioni equivoche» (p. 35). Se la scrittura serve a comunicare, a trasmettere informazioni e sentimenti, l’autore che non viene capito non trasmette nulla, grida nel deserto. Non è vero, per Levi, che «solo attraverso l’oscurità verbale si possa esprimere quell’altra oscurità di cui siamo figli, e che giace nel nostro profondo. Non è vero che il disordine sia necessario per dipingere il disordine; non è vero che il caos della pagina scritta sia il miglior simbolo del caos ultimo a cui siamo votati: crederlo è vizio tipico del nostro secolo insicuro» (pp. 35-36). Per questo motivo, pur cercando di dire l’indicibile della Shoah, Levi non cede mai all’ineffabilità, all’incomunicabilità e alla retorica del silenzio, rifiuta il ricorso al disordine formale e al caos linguistico al fine di mimare il caos del reale, respinge qualunque forma espressiva che realizzi eccessi di introversione o che venga elaborata badando più alle forme che ai contenuti. Là dove si fa violenza al linguaggio, la si fa anche all’individuo; il deliberato scrivere oscuro può risolversi in una violenza inferta non solo alla lingua, ma anche al lettore.

Il volume è percorso da una garbata vena polemica contro lo sperimentalismo, l’avanguardismo, il gusto per l’oltranza formale e linguistica, la discontinuità e l’innovazione fine a se stessa; contro quegli autori che, quasi ne venisse sminuita la loro opera letteraria, hanno paura di comunicare, e ricorrono così ad un linguaggio oscuro, estraneo a chi lo pronuncia e a chi lo riceve; insomma, contro «l’avanguardia di retroguardia di turno» (p. 31). Alla parola poetica monologica di impianto simbolista, caratterizzata da uno stile autoreferenziale e intransitivo che si richiama a Mallarmé, Zoppelli contrappone quella linea che Michael Hamburger ha definito anti-poesia o poesia impura, il cui precursore può essere considerato Brecht. Polemizzando contro la scrittura solipsistica che parla solo a se stessa, ma è indecifrabile per i lettori, si rischia forse di colpevolizzare i poeti come persone, trascurando il fatto che la volontà combinatoria, il gioco formale e l’oscurità programmata della poesia pura, simbolista, ermetica, novecentista, orfica, innamorata ecc. sono in realtà la reazione (e la testimonianza) di fenomeni storico-sociali ben precisi, eccedenti la buona volontà dei singoli. In ogni caso, a queste modalità espressive Etica della parola poetica contrappone la ricerca di un giusto equilibrio fra il senso estetico e il senso comune, facendo proprio un suggerimento di Raffaele La Capria: dove per “senso comune” non si intende luogo comune, buon senso, populismo o conformismo, ma il sentirsi parte di un mondo e di un linguaggio condivisi, l’accedere a un’esperienza che veicoli poeticamente la comunanza, ciò che appartiene a tutti.

In uno stile sempre chiaro ed elegante, il volume propone una storicizzazione della poesia europea degli ultimi secoli attenta non solo alle acquisizioni consolidate, ma anche al dibattito militante, con un’ampiezza di citazioni che talora rischia di comprimere un po’ le posizioni personali dell’autore, o di renderle meno nettamente distinguibili. L’impresa è molto attenta e coraggiosa, atteso che, mano a mano che ci si avvicina alla contemporaneità, ovvero a un contesto in cui non si è ancora affermato un canone, il panorama si fa frastagliato, e le categorie teoriche (prima fra tutte il postmodernismo) risultano inevitabilmente opinabili, provvisorie o evocate faute de mieux. Di conseguenza, e non ultimo fra i pregi di questo volume, l’autore procede a una continua auto-problematizzazione delle sue proposte. Da un lato, è chiara l’opzione di poetica sottostante al lavoro: «È […] inevitabile che uno scritto sulla letteratura contemporanea finisca per essere anche la difesa di una poetica, per contenere, implicita o meno, un’estetica […], per incoraggiare – ad esempio – una poesia che nutra, curi e coltivi le emozioni, o la letteratura che vuole comunicare, emozionare, conoscere» (p. 99). D’altro lato, però, Zoppelli è più che consapevole che non si possono porre limiti o vincoli allo scrivere creativo, accampando pretese normative, proibitive o punitive. Questo impianto generale, fors’anche invito auctore, sembra testimoniare o implicare che, al di là delle diverse poetiche, gli esiti letterari davvero significativi si possono cogliere in ambiti anche assai lontani fra loro.


Pino Menzio
07/02/2014

(Giuseppe Zoppelli, Etica della parola poetica, Campanotto, Udine, 2009)

 

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