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La bellezza del testo di Angelo Longoni (romanzo del 2012, preceduto da due omonimi spettacoli teatrali, scritti e diretti dallo stesso Longoni, andati in scena nel 2009 al Festival di Todi e nel 2011 al Teatro Belli di Roma) sta nella capacità di mostrare il lato umano delle discussioni intorno all'eutanasia, l’unica dimensione in cui quelle assumono senso e validità. Al di là di astrazioni filosofiche o convinzioni religiose e di inutili dibattiti mediatici, davanti a noi vivono le ragioni (del cuore) di un padre e di una madre che si trovano di fronte alla figlia in coma vegetativo e all'amara alternativa di tenerla in vita in quelle condizioni o lasciarla andare. Entrambe le scelte emergono nella loro drammaticità come differenti declinazioni di un amore puro e incondizionato, al punto che diventa difficile schierarsi nettamente da una parte o dall'altra.

Con Vita di Angelo Longoni entriamo nelle dinamiche concrete di una vicenda personale. Le due opposte visioni ci vengono restituite nelle vesti di un padre e una madre che vegliano la figlia in stato vegetativo da quindici anni. Tuttavia sebbene il padre senta il desiderio di porre fine alla non-vita della ragazza, la sua parola è il frutto di un percorso travagliato fatto di dolore e sofferenza, di timore dei propri pensieri, di difficile accettazione di una forma d’amore che assume fattezze di morte. “Può un padre dire che, per sua figlia, preferisce una morte definitiva piuttosto che un’esistenza provvisoria e priva di dignità? […] Non ce l’ho fatta a dirlo”. Per anni l’uomo ha sostenuto le speranze della moglie, finché il nutrire aspettative non ha cominciato ad aumentare la disperazione. Allora l’unica soluzione è stata quella di ammettere la realtà di un decesso già avvenuto al momento dell’incidente. L’amore della madre invece si concretizza nella difesa a oltranza della vita, giacché in quel corpo che respira continua a vedere la figlia e a sentirne la presenza. Una prospettiva del tutto umana, legata all'affetto che prova e non a una struttura teorica cui aderisce: “Che ne so io se è sacra la vita? La vita di chi poi? Io so che la tua vita è sacra per me che sto qui tutti i giorni di fianco al letto. […] E non riusciranno a far passare il conflitto di un padre e di una madre come la rappresentazione del conflitto di un paese intero. […] Chi non è in questa stanza non può capire”.
Le visioni dei genitori non vanno cristallizzandosi in concetti astratti contrapposti l’uno all'altro né si serrano nell'incomunicabilità e nell'incomprensione, ma ciascuno riconosce all'altro il diritto di sostenere il contrario. Entrambi nascono dall'amore, dallo stesso trasporto affettivo declinato in modi differenti. Per questo ci sembrerà difficile schierarci apertamente, senza riserve, con l’uno o con l’altro: per quanto ci sentiamo di sostenere la posizione che ci appartiene, non ci permetteremmo mai di giudicare l’altra sbagliata, inumana o ingiusta. Arriviamo a una sola conclusione, forse l’unica che ha davvero validità sostenere: ogni storia è a sé, solo chi è coinvolto ha il diritto di pronunciarsi e decidere. Sarà la figlia a rivelare questa profonda verità: “l’amore può far desiderare una vita imprigionata o una morte liberatoria per chi si ama. Nessuna contraddizione. Rimarrò dunque la vostra bambina, il vostro amore, qualunque cosa voi facciate o pensiate”. L’amore autentico non è giudicabile, agisce sempre per il bene dell’oggetto amato. E, più in generale, la voglia di tutelare e garantire il diritto di morire ha alla radice lo stesso amore e rispetto verso la vita delle lotte per il diritto di vivere. Solo l’ampia gamma di sfumature umane delle vicende concrete può permettere una decisione a riguardo, nessuno schema teorico può risolvere in sé una situazione tanto personale. In questo quadro non si nega che non debbano esistere discussioni sull'eutanasia, com'è normale che sia, né che non debba esserci alcuna norma legale di riferimento. L’unica soluzione plausibile sarebbe una legge che tuteli la libertà dei singoli e al contempo preservi da qualsiasi abuso. Nel testo non manca una dura accusa all'indifferenza e alla superficialità con cui viene trattato questo tema dai media, interessati solo ad aumentare l’audience. Tra le righe emerge anche l’incapacità della società di comprendere realmente questo tipo di situazioni, lasciandosi intrappolare da schemi teorici o scacciando il pensiero perché troppo duro. Per riflettere seriamente bisogna essere in grado di pensare fino in fondo a ciò che comporta vivere anni in quella condizione e fare i conti non con l’immagine proposta dalla televisione di una bella adolescente sorridente, ma con quella di un corpo assente, pallido, con le croste intorno alla bocca, i capelli radi e ingrigiti, una cannula che entra dalla bocca e una che esce dalle lenzuola per svuotare la vescica.
La struttura narrativa è molto interessante e la parola scritta si carica di un significato che affonda le radici nel cuore dei personaggi. I monologhi si intrecciano restituendoci una sorta di dialogo tra anime e mostrando come l’amore possa assumere sembianze tanto diverse. Passato e presente si alternano permettendo al lettore/spettatore di inserirsi in un costante raffronto tra il prima e il dopo: ciò che era si contrappone dolorosamente a ciò che è. Viviamo il dramma di un’esistenza spezzata, il vuoto di una persona assente di cui è rimasto soltanto l’involucro esterno. Il tempo passa logorando i genitori, deturpando un corpo, assottigliando le speranze. Riusciamo a sentire la pesantezza di un presente immobile, sospeso tra un passato che non è più e un futuro che non sarà mai. Da una parte percepiamo l’esplosione di vita di una ragazza che ha passione per il nuoto e scopre i primi amori, dall’altra abbiamo un giovane corpo che resta ancorato alla vita solo grazie all’artificio di macchinari ed è destinato a un progressivo deterioramento. Da una parte abbiamo le dinamiche affettive del rapporto tra due genitori innamorati, dall’altra abbiamo due persone che cominciano ad allontanarsi e a diventare quasi estranee. Di fronte a noi il dramma di una famiglia distrutta dalla tragedia: ormai completamente isolati dal mondo, padre e madre iniziano a staccarsi l’uno dall’altra. “Io mi voglio illudere ancora, tu invece sei stanco di illuderti. Tu sei pieno di rabbia, io sono piena di fede”, così la madre divide i due mondi in cui ormai si trovano a vivere. Per lei è più forte di qualsiasi altra cosa continuare a sapere che la figlia è viva, nel momento in cui dovesse morire sente che anche lei sarebbe trascinata lentamente verso la morte. Ma per il padre “l’illusione è egoismo se viene imposta a tutti” e lo stato in cui si trova la figlia non è realmente vita perché, senza le torture dei macchinari, la ragazza sarebbe già morta. Col passare del tempo il dolore del padre diviene rabbia e senso perenne di ingiustizia. Ingiusto e odioso è tutto ciò che la figlia non può più amare né odiare, dal sole che splende all’aria che si respira. E tutta questa rabbia non può non rivolgersi con violenza anche al Dio che permette tali cose, mentre nella madre la riscoperta della fede diviene fonte di forza e speranza.
Ma la fine giunge e anche il cuore materno deve arrendersi alla realtà: “Dirò che non ce la facevi più, che non ce la facevo più… che ti ho stretta a me… che ti ho stretta forte. Aveva ragione lui come sempre. Nessuno di noi poteva lottare ancora. Né io, né tu. La fine ha preso una forma. Sei libera”.

Serena Lietti
28/11/2014

Testo: Vita, Angelo Longoni, Iacobelli Editore, 2012
Immagine: Tod und Mädchen (Morte e ragazza), Egon Schiele, 1915-1916

 

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