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Qual è e quale deve essere il confine tra Stato e individuo? Quali sono i diritti che lo Stato deve garantire ai cittadini? Fin dove esso può condizionare il loro agire e dove deve lasciare ch’essi rispondano da sé delle proprie decisioni, secondo propria coscienza? Come si può determinare in astratto cos’è giusto e cos’è sbagliato in situazioni che riguardano scelte così personali come quelle sulla propria vita e sulla propria morte? La specificità degli individui coinvolte non è forse, in questi e in altri casi, l’unico metro di giudizio e l’unica base per poter prendere la decisione “migliore”? Queste e altre domande nascono spontanee leggendo (o vedendo) Antigone di Valeria Parrella, un’interessante elaborazione teatrale di un tema tanto discusso: l’eutanasia.

“Vita e morte sono degne quando possono essere condotte autonomamente”, così l’Antigone moderna di Valeria Parrella commenta la propria decisione di staccare i macchinari che tengono in vita il fratello, sostenendo la tesi della qualità e della disponibilità della vita. La riscrittura della tragedia sofoclea – realizzata con grandissima abilità – affida all'eroina classica il difficile compito di affrontare uno dei quesiti etici più problematici della contemporaneità: una sorella che contrasta le leggi dello Stato per liberare il fratello dal coma vegetativo, perché il pulsare meccanico della Téchne non è il battito umano di quel cuore familiare e perché quella è una condizione di non-vita. Ma la voce del Legislatore (che in alcuni punti pare collimare con quella della Chiesa cattolica) non ammette concessioni: la vita è sempre vita, in qualsiasi condizione, e il gesto di Antigone è l’uccisione di una persona.
Tuttavia, come dirà Tiresia, quello che il Legislatore ha messo in materia di legge non appartiene propriamente a essa, giacché solo la pietà può giudicare e per agire bene il Legislatore dovrà mettere la propria umanità al servizio del popolo. Ma il Legislatore è troppo in alto e la sua prospettiva rischia di essere distorta: “questa è una questione dolorosamente umana” e riguarda soprattutto chi era vicino a Polinice e chi ha vissuto con lui. “Quella forse è la parte giusta in causa”, poiché “è il legame che fa cambiare il giudizio”. Il testo di Valeria Parrella sembra permeato dall'idea che gli unici a poter giudicare e decidere siano le persone coinvolte, chi davvero conosceva e amava il malato. La legge resta sullo sfondo come struttura che, più che detenere il giudizio, crea un campo d’azione in grado di tutelare gli individui coinvolti, garantendo loro ampi margini di libertà – rispettando così la specificità di ciascuno - e cercando di arginare il più possibile gli eventuali abusi. Per il Legislatore il caso di Antigone avrebbe dovuto essere lo sprone ad aprire una legislazione alternativa e creare in tal modo una nuova gamma di possibilità legali che in futuro avrebbero permesso di decidere nel migliore dei modi, affrontando a testa alta il nuovo problema nato dal corso della storia umana. La legge deve essere in grado di fronteggiare il continuo modificarsi delle situazioni in cui vivono gli uomini, senza fossilizzarsi in schemi rigidi avulsi dalla realtà, senza evitare di affrontare le questioni più difficili e lasciando che esistano campi d’azione in cui l’individuo possa agire secondo la propria coscienza. Per il Legislatore, invece, è fondamentale non lasciarsi scuotere dal dubbio e mantenersi saldamente ancorato alle leggi stabilite, detentrici di una presunta verità assoluta imposta ai cittadini. L’opposizione tra questi due modi di legiferare, l’uno che affonda le radici nella vita trovandovi nutrimento e validità e l’altro che si fissa in una struttura rigida e oppressiva, è ben espresso nel testo da uno scambio di battute tra corifea e corifeo. All'affermazione della prima che “il diritto è una cassa di legno, non un albero” e che quindi “deve custodire, non germogliare”, il secondo risponde: “pensa però se le assi della cassa ritrovassero la loro essenza, il loro principio d’origine e tornassero ad avere radici, e aerei rami gemmati”. La legge dovrebbe tornare ad avere un contatto reale con l’esistenza degli uomini, giacché è dall'uomo e per l’uomo che essa nasce, e trarre da lì nuova linfa per migliorarsi. Altrimenti si finisce per provare lo stesso smarrimento di Antigone, la quale “sente che le manca il diritto, quello che dovrebbe tutelare tutti gli aspetti personali”.
La medicina ha mischiato vita e morte, malattia e salute, facendo sì che dove prima vi era un limite netto, ora sorgono nuove domande da affrontare. Quesiti che non si possono eludere, che non possono essere messi facilmente a tacere giacché coinvolgono le basi fondamentali della condotta umana, la sfera dell’etica e quella del diritto. Il mondo cambia e l’uomo si trova di fronte a situazioni nuove che richiedono non solo nuove leggi e nuovi diritti, ma nuove applicazioni dei concetti di bene e male. Lo Stato dev'essere in grado di camminare al passo con i tempi rivedendo, se necessario, le proprie posizioni. Interessanti le argomentazioni teoriche che Antigone muove in diversi punti e, in particolare, in riferimento all'accusa che il legislatore le rivolge di alterare il corso naturale delle cose. Egli stesso ha sottratto il corpo di Polinice alla morte utilizzando la Téchne e il gesto della donna, in tale prospettiva, non è altro che un modo per lasciare che si compia il reale destino del fratello.
Il suicidio di Antigone in carcere sancirà il fallimento di un legislatore che si è trasformato in puro dogma, lontano dalla concretezza della vita, e ha ingiustamente preteso di avere il potere sulla vita e sulla morte.

Serena Lietti
18/11/2014

Testo: Antigone, Valeria Parrella, Einaudi, 2012.
Immagine: Antigone donnant la sépulture à Polynice, Sébastien Louis Guillaume Norblin de la Gourdaine, 1825.

 

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