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Stefano Lentini, classe 1974, è un noto compositore italiano, creatore di diverse colonne sonore per il cinema, la televisione e il teatro. Tra i suoi lavori, ricordiamo le musiche di The Grandmaster di Wong Kar-wai (2013), candidato a due premi Oscar.  Laureato in antropologia, dopo essersi dilettato con la chitarra classica costruita dal nonno, ha studiato liuto rinascimentale, pianoforte, flauto, basso, batteria a Roma ed etnomusicologia a Londra. Riportiamo qui l’intervista uscita sul n. 32 di Diogene Magazine, ritenendola degna d’attenzione come stimolante riflessione sull’arte e sull’oggi. Parlando del rapporto tra la musica e il pubblico, le regole, le prescrizioni, la creatività e il potere si arriva a parlare dell’uomo, del suo rapporto con l’omologazione, l’identità personale, la libertà, la politica, la conoscenza della realtà e la comunicazione ai tempi dei social. "Indipendenti Dentro" è la rubrica "per terrestri poco accademici" che Stefano Lentini tiene sulla rivista Sound&Lite, un viaggio tra musica, arte, filosofia e antropologia alla ricerca di "Verità non Invadenti".

Indipendenti dentro: ma davvero la musica può aiutare ad esserlo? e in che modo?
No! Assolutamente no! È l'esatto contrario. La musica come ogni altra manifestazione umana può essere quanto di più noioso, ripetitivo, accademico, cattedratico, statico e ristagnante possa esistere. Indipendenti dentro prima di essere il titolo di una rubrica è un motto, un rituale apotropaico, uno stimolo a mantenere quanto di più personale, solido e unico ci possa essere dentro ciascuno di noi. In musica restare indipendenti-dentro significa esprimere se stessi senza dover abbracciare una corrente, parlare la propria lingua creativa con tutte le inflessioni dialettali senza il timore di andare fuori tema, nutrire la propria identità artistica di stimoli interiori, rifiutare l'omologazione come unica via per accedere al Pubblico. Restare indipendenti dentro è la battaglia titanica contro l'inerzia delle regole, il magnetismo delle prescrizioni: in arte non c'è nulla di più distruttivo e castrante della perdita d’identità. Perderla significa cominciare col non riconoscere se stessi e finire per non riconoscere nessun altro.

Aprire la mente: la musica lo fa o è neutra e può anche portare all'effetto contrario?
La musica non è un vaccino, non è una soluzione, non è una medicina, non è un rimedio. Non è né meglio né peggio del giardinaggio, della filosofia, dello sport, della poesia. Ciò che fa la differenza non è cosa fai, ma come lo fai. È l'attitudine con cui ti avvicini alle cose. Credere che una qualsiasi attività umana sia superiore alle altre e praticarla sulla base di questo è un comportamento ideologico, emotivamente infondato. Alimentare invece la propria curiosità, avvicinarsi alle cose e alle persone con rispetto, misura, considerazione e riguardo, è lo specchio di ciò che facciamo dentro di noi, verso di noi. Che sia la musica o altro, aprire la mente è una condizione e non un risultato. È chiaro poi che ciascuno di noi potrà trovare ovunque il mezzo per aprire la propria: dentro, fuori, tra la gente, nell'arte, nelle relazioni, nel tennis, nella musica, nella cucina. Ma nessuna di queste contiene di per sé un germoglio di libertà dato.

Dal suo punto di vista, Facebook è un luogo di comunicazione o è inserito in meccanismi nascosti di potere? 
Facebook, non è una cosa, non è materia ferma. Come ogni altra aggregazione umana lo possiamo considerare una specie di Società. Forse l'antropologia può venirci in aiuto per mostrarci che si tratta di un organismo in movimento, mutevole, multisfaccettato. E proprio per questo ognuno può proiettarci sopra ciò che vuole, perché dentro c'è tutto. C'è chi usa fb come rete di amicizie, chi organizza concerti, chi per raccogliere informazioni sui consumi, chi per andare a letto, chi per fare politica, chi lo odia, chi lo ama, e addirittura chi ne muta la struttura profonda (i programmatori) e chi ne può decidere le sorti (la multinazionale che lo possiede). Detto questo, ciascuno di noi ha la possibilità di utilizzare gratuitamente un network mondiale dalle potenzialità infinite. Qualcuno ci ha "donato" questa possibilità, ma non basta, pretendiamo anche che debba essere un luogo puro, scevro da interessi di altro tipo. Vuoi che non ci sia nessuno che si possa sentire in diritto di utilizzarlo per altri fini? C'è anche questo, è chiaro, ma dire che c'è solo questo significa omettere pregiudizialmente tutto il resto. Credere che la realtà sia una declinazione di sistemi di potere nascosti è alquanto pericoloso. Ma immagino dipenda dal fatto di sentirsi esclusi dai luoghi in cui le decisioni vengono prese. Il complottismo è forse soltanto l'altra faccia della gerarchia. La gerarchia fa parte delle società umane, anche se è una parola brutta, che ha il sapore di un disvalore, probabilmente è necessaria per la sopravvivenza, per la gestione della cosa pubblica o per innate tendenze alla leadership. A questa necessità, credo, corrisponda la nascita della frustrazione, l'emergere della cospirazione e il trionfo della congiura. Nel momento in cui facciamo i conti con la nostra rabbia verso il mondo esterno, i poteri tornano al loro posto, le responsabilità trovano i loro portatori e il bene e il male tornano ad essere riconoscibili.

La musica può fare a meno di dispositivi di potere?
Certa musica no, e certa musica si. Non credo esista Una Musica e Un Potere. È un mondo variegato e molteplice e se guardiamo semplicemente fuori possiamo trovare tutto. Troviamo musica di regime e musica indipendente, musica accademica e musica popolare, colta, invadente e segreta. Il mondo è vario, i poteri sono vari, alcuni poteri sono positivi ed altri negativi. Alcuni poteri forti della musica come le multinazionali della discografia direzionano il grande mercato, ma in fondo è come andare al supermercato e pretendere di trovare i pici all’aglione della nostra trattoria toscana preferita. Al supermercato ci trovi i prodotti per tutti, quelli più particolari devi andare a cercarli. Avere un supermercato sotto casa è un privilegio, non tutti gli uomini nascono tra i supermercati, alcuni muoiono di fame. In musica il supermercato della discografia mainstream produce tonnellate di musica da consumo, ma nutre anche fenomeni epocali: sta a noi decidere che direzione prendere. Non possiamo solo prendercela con i supermercati. A volte è anche l’inerzia della politica sulla cultura a fare più danni delle scelte mosse da interessi economici. Oppure l’inerzia dei remi gettati in barca. Il potere è una cosa che ha nel proprio piccolo ciascuno di noi, fumare e smettere di fumare è un potere, fermarsi col rosso è un potere, salutare le persone per la strada o trattare male un familiare è un potere. Questo siamo noi, a tutti i livelli, che siamo ministri o semplici cittadini senza mansioni decisionali pubbliche. Non esiste per fortuna un unico potere, non esiste soltanto una discografia che detta regole, o una multinazionale che decide per tutti. Ci siamo tutti, basta riconoscersi. Il potere è una categoria interpretativa pericolosa, se nutrita malamente può invadere la realtà fino a farla scomparire. Se invece cominciamo col riconoscere serenamente il nostro potenziale di potere saremo invasi dal coraggio e con quello possiamo cambiare le cose, con questa lucidità.

Molti filosofi, soprattutto ottocenteschi, dicono che l'arte, e la musica in particolare, è una via privilegiata di conoscenza "profonda" della realtà: nella sua esperienza non solo di fruitore, ma soprattutto di compositore, ci sono esperienze a sostegno o contro questa tesi?
Tanti amanti della musica, cultori delle arti, conoscitori e studiosi pazzamente innamorati della musica non riescono ad avere relazioni sociali sane. Viceversa, tanti altri sì. Non credo esistano vie privilegiate che possano valere per tutti. Per me la musica non è una via privilegiata, è semplicemente una mia via. È una strada che ho sentito dentro, che ho la fortuna e il privilegio di praticare quotidianamente e che utilizzo, o forse mi utilizza, per raccontare qualcosa. Generalmente attribuiamo alla musica proprietà universali fondandoci soltanto sulle nostre esperienze, come musicisti, o anche come uomini occidentali. Allora forse dovremmo parlare di proprietà personali, piuttosto che universali, perché a Bali la musica per gamelan è proprio un'altra cosa da ciò che conosciamo, per fruizione, forma, percezione. Così come l'heavy-metal ha regole e rituali molto diversi dalla musica rinascimentale. Credo in fondo che la realtà non debba essere conosciuta, ma vissuta. Vivendola la si conosce, conoscendola e basta si rischia di stringerle la mano e dimenticarne, poco dopo, il nome.

Redazione
15/01/2015

Per saperne di più su Stefano Lentini: http://www.stefanolentini.net/

Immagine: Musik, Gustav Klimt, 1895.

 

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