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Per gli amanti della beat generation di tutto il microcosmo che le gravita attorno, il 2012 avrebbe potuto rivelarsi epocale: finalmente, dopo fin troppi decenni, dopo il fallimento di svariati e seri tentativi nel cuore stesso di quel mondo (quali i contatti, poi andati male, con Marlon Brando), dopo le strade diverse prese a partire da emuli come Easy Rider in avanti, esce finalmente una versione cinematografica di Sulla Strada di Jack Kerouac. E manca il bersaglio clamorosamente. On the Road di Walter Salles, dopo un passaggio tutt’altro che trionfale al Festival di Cannes, si perde in un nulla di fatto senza lasciare per strada (è il caso di dirlo) troppe tracce di sé, probabilmente l’occasione mancata più colossale dell’anno: lungi dall'essere l’evento che poteva aspirare ad essere, paga pegno alla mancata rielaborazione del contesto troppo lontano in cui vede la luce, e risulta alla resa dei conti figlio di troppi compromessi.  

Confezione di gran lusso quasi interamente hollywoodiana, patina in abbondanza, stereotipi mal digeriti, un’eccessiva distanza dalla materia trattata, non poco autocompiacimento e soprattutto, finta sporcizia, finto ribellismo, finte atmosfere. Del sudicio e delirante testo scritto su un rotolo carta igienica è rimasto ben poco, tutto è stato ripulito, riassettato, spolverato e tirato a lucido. In poche parole, un segno di come ormai il tanto decantato cinema dell’erranza la macchina hollywoodiana non lo sappia più narrare, se mai, punto in effetti discutibile, c’è riuscito. È un caso allora che dove fallisce il Golia della fabbrica dei sogni (diventata per alcuni solo una fabbrica), riescono invece tanti piccoli Davide di cinematografie emergenti e desiderose (è nuovamente il caso di dirlo) di circolare liberamente?

Dal 18 al 21 ottobre dell’anno scorso, presso la multisala Portoastra di Padova, si è svolto il giovanissimo Detour Film Festival, Festival Internazionale del Cinema di Viaggio, piccolo e dai mezzi limitati ma pugnace e tenacemente intenzionato a far sentire la propria voce. Ha come nume tutelare ideale lo sfuggente Terrence Malick, il cui esordio La rabbia giovane, non casualmente scelto come evento di chiusura della rassegna, è uno dei progenitori e rappresentanti più vividi del cinema che si vuole celebrare. Giocoforza, il festival non può praticamente vantare alcuna star, anzi, se non ci fosse stato di passaggio in Italia il giovane semiesordiente regista francese figlio d’arte Jacques Demy, non ce ne sarebbe stata neanche mezza. Ma proprio a prescindere dal glamour si tratta di una manifestazione dedicata con tutta serietà a una parte integrante della natura umana nelle forme più varie, attualissimo adesso come in ogni epoca, ovvero il Viaggio. Inteso in tutte le sue sfaccettature, da strumento per adempiere alla necessità di ritrovare se stessi, a imperativo categorico dell’esplorazione, della scoperta, della novità (non a caso uno dei film in concorso si chiama Ulysses). A tale scopo la rassegna è notevolmente varia ed adeguata perché si premura di presentare appunto tutte le forme di viaggio, tanto concreto e tradizionale, quanto mentale e spirituale, anche se non per questo meno fisicamente percepibile; vedere per credere, ad esempio, la discesa negli abissi dell’animo umano compiuta da Werner Herzog col suo documentario Into the Abyss sulla pena di morte in Texas; opera vicina all’insostenibile che trascende la dimensione di pamphlet inamidato contro pena di morte, una vera e propria discesa agli inferi in cui non è nascosta la ferocia degli assassini, ma in cui comunque non è nascosto né edulcorato (e pertanto neanche giustificato) alcun aspetto della sorte che li attende.
Un viaggio che può essere sia di piacere che di dovere, con una contrapposizione tra coloro che vogliono riacquistare un’identità e coloro che vi sono costretti da spostamenti obbligati (in primis profughi ed immigrati, veri protagonisti del Festival). Un viaggio che può essere contraddistinto da una meta; come in quasi tutte le pellicole sudamericane in concorso, che parlano in un modo o nell’altro del dramma dell’immigrazione e del miraggio di una patria nuova; oppure senza una destinazione precisa, come illustra alla perfezione lo stralunato girovagare del film vincitore, l’islandese A Annan Veg, in cui i lavori stradali nell’immensità della desolazione rocciosa sono poco più che un pretesto per mettere in scena un’isolamento carico di significati. Rifiutando l’approccio dichiaratamente lirico, per esempio, del documentario herzoghiano Incontri alla fine del mondo (dove la vastità silenziosa dell’Artico è vista con l’occhio di un visitatore da un universo Altro) per parlare dell’ uomo di fronte all’Infinito, alla Natura, all’Immenso e all’Ignoto, la via della pellicola scandinava è di una splendida leggerezza: la maestosa e imponente solitudine di incredibili paesaggi naturali fa da contrappunto bonariamente ironico (ovvero, ridimensiona ma non sminuisce) a vicende umane dignitose ma piccolissime.
È altrettanto significativo che la manifestazione trovi linfa vitale nella sua varietà internazionale, con la presenza di cinematografie considerate minori dal punto di vista del potere produttivo e della visibilità mediatica, ma vive  e pulsanti nel mostrare invece la nuova concezione di viaggio e di spostamento in un mondo globalizzato, immerso nell’illusione dell’interconnessione perenne e totale come vera eliminazione delle distanze, di fatto appunto un miraggio illusione, data la permanenza di tutte le categorie umane di barriera, quali la solitudine, il vuoto, l’incomprensione e la necessità della fuga. Vi è posto infatti per il viaggio concepito come modo per plasmare nuove ed inedite identità culturali e sociali grazie ad incontri imprevisti, come nel documentario greco-nipponico Sayome, in cui si parla dello strano innesto di una giovane giapponese errante nel contesto a lei diametralmente opposto della Grecia nell’immediato dopoguerra . oppure, in una chiave più radicale ed emotivamente più potente, il tema dello sradicamento/ricollocamento  in contesti alieni è affrontato di petto in Argentinian Lesson, in cui la comunità polacca in Argentina ne è uno specchio emblematico.
Nella gioventù, su cui il potere del richiamo al movimento è enorme a prescindere dalle distinzioni geografiche, è fortemente sentito il bisogno del viaggio in quanto ricerca di evasione verso Qualcosa di vago, lontano, irraggiungibile, quale alternativa valida a un presente e un esistente che possono trovare mille modalità per essere statici e soffocanti. Dalla giovanissima neodiplomata del messicano Un mundo secreto che sfugge a una famiglia opprimente e a una sessualità degradante immergendosi nella Natura e giungendo addirittura a incontro mistico, si potrebbe dire mellvilliano, con una balena; alla coppia di adolescenti, potenziali innamorati, erranti nella Bulgaria di Avé, che uniscono due solitudini per approdare forse a qualcosa di più; oppure ancora, nella cornice potente e metaforica di un’animazione giapponese tutt’altro che infantile, il cammino di una preadolescente alle prese con la scoperta dell’ineluttabilità della morte in Viaggio verso Agartha.
Molto spazio è dedicato a un cinema emergente, giovane e pieno di energia come quello latino-americano, che si ricollega di frequente alle tematiche sociali dell’eguaglianza, della lotta ai soprusi, dell’emigrazione, in poche parole a una visione del viaggio come lotta all’immobilità. Nella coproduzione Americano, immersa nel multilinguismo, il senso di ciò è racchiuso all’interno del doppio viaggio di un europeo benestante che si reca in Messico in cerca di risposte sul proprio passato, e di persone drasticamente più povere che tendono disperatamente verso la direzione opposta, in una ricerca di miglioramento in senso meno esistenziale e più viscerale.
Come nota di chiusura, il contributo nostrano: il viaggio come chiave di lettura per la comprensione dei mutamenti nel territorio e nelle genti, attraverso il documentario Piazza Garibaldi di Davide Ferrario (presente alla proiezione e poi ben disposto a un’illuminante dibattito). I luoghi calpestati dai Mille sono rivisitati nel 150° per leggere nella concretezza dell’itinerario cosa è cambiato e come: uno sguardo lucido e sconsolato, ma mai disperato, perché nel concetto stesso di movimento è insito quello di progresso.

Gabriele Corrao

 

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