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Una delle maggiori preoccupazioni dei genitori è che i figli abbiano buoni amici. Si tratta di una preoccupazione giustificata, sicché, per dare un piccolo aiuto in tal senso, direi che per favorire la nascita di buone amicizie, occorre in primo luogo capire che cosa è l’amicizia. Solo in questo modo si potrà infatti comprendere la bontà dei rapporti intrattenuti dai nostri figli (e, perché no, anche da noi).
Occupandomi da anni di filosofia antica, ricordo che, per primi, Empedocle e Platone si sono soffermati sul tema della amicizia. Tuttavia, il filosofo che ha in maniera maggiore e migliore trattato questo tema è stato a mio avviso Aristotele, il quale vi ha dedicato i libri VIII e IX della Etica Nicomachea, oltre che una parte consistente del libro VII della Etica Eudemea. Egli ha trattato di questa virtù in misura addirittura superiore in rapporto alla sapienza ed alla saggezza, che pure per lui, come noto, erano le virtù più importanti. È lecito dunque chiedersi il perché di tanta attenzione.
Il primo motivo, che intuiscono appunto tutti i genitori, è che l’amicizia – che Aristotele intendeva come philia, termine che comprende molti significati, indicando in generale qualunque forma di affetto tra esseri umani – è condizione necessaria per la felicità. Sottolineando la natura sociale dell’uomo, lo Stagirita affermava in merito che “senza amici nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni” (Et. Nic., 1155 a 4-6).
Il secondo motivo, che connette amicizia ed educazione, è che l’amicizia, quando è reale, ossia conforme al suo concetto (su cui fra breve ci soffermeremo), è sempre accompagnata da virtù (che Aristotele intendeva come areté, termine che anche qui comprende molti significati, indicando in generale ogni forma di perfezione, di eccellenza, di valore sul piano etico). La virtù è essenziale alla felicità, poiché una vita felice è una vita condotta appunto secondo virtù.
Cerchiamo ora di capire meglio in cosa consiste l’amicizia. Aristotele ha giustamente sostenuto che, affinché si possa parlare di amicizia, sono necessarie tre condizioni: che un essere umano voglia per un altro un qualche bene, che tale volontà sia reciproca e che essa sia resa manifesta. Solo se sono soddisfatte queste tre condizioni può instaurarsi quella permanente relazione di affettività, condivisione e profondità fra due soggetti affini, che possiamo appunto definire amicizia (la quale si distingue dall’altruismo, dalla benevolenza e dalla filantropia, in quanto questi sentimenti sono generali, ovvero si possono provare indistintamente verso tutti).  
Poiché, come ricordato, si ha amicizia quando due persone desiderano il bene l’una dell’altra, le forme di amicizia sono tante quanti sono i tipi di beni. I beni per Aristotele, ossia le cose “degne di essere amate”, sono sostanzialmente tre: il piacere, l’utilità e la virtù. Per conseguenza, tre saranno anche le forme dell’amicizia, ovvero quelle fondate sul piacere, sulla utilità e sulla virtù.
Come immaginabile, le prime due forme di amicizia sono le più fragili, tanto che nella Accademia platonica si discuteva se dovessero realmente essere considerate tali. In esse infatti non si ama propriamente l’amico, ma lo si ama solo in maniera strumentale, ossia fino a che appunto deriva, dal rapporto con lui, un qualche piacere o una qualche utilità. Tra i giovani, i quali vivono sotto l’influsso delle passioni, è più diffusa l’amicizia “per il piacere”, che si instaura semplicemente perché la compagnia dell’altra persona procura piacere. Tra gli adulti è invece più diffusa l’amicizia “per l’utilità”, che si instaura semplicemente perché la frequentazione dell’altra persona procura un vantaggio pratico. Tuttavia, come ricordato, tanto il piacevole quanto l’utile sono effimeri (quando non si prova più piacere o utilità, “l’amico” viene senza indugio rimpiazzato) e quindi le amicizie così fondate sono caduche, instabili, non vere.
I genitori, dunque, fanno bene a diffidare di questo genere di amicizie. Solo l’amicizia fondata sulla virtù è infatti vera amicizia, sostanziale e non accidentale, in quanto presuppone che i due amici siano essenzialmente buoni, bene educati, interiormente ricchi, e che – dato anche il loro essere simili – “vogliano in egual modo l’uno ciò che è bene per l’altro” (Et.Nic., 1156 b 7-8). Il segreto, dunque, per avere buoni amici è una buona educazione, la quale fa essere buone persone, che si rapportano agli altri ed al mondo nelle forme – le quali solitamente inducono alla reciprocità – del rispetto e della cura. L’amicizia ha inoltre come fine una piena comunione di vita e di intenti: per questo l’amicizia vera si rivela anche duratura.
Incentrare l’amicizia sul bene, sulla educazione e sulla virtù può forse apparire, in questa epoca che capovolge tutti i valori, come una cosa noiosa. Così tuttavia non è, in quanto le persone buone, come è possibile sperimentare nella quotidianità, sono anche le più utili e piacevoli. Ecco allora un altro campo in cui la grande riflessione classica – cui purtroppo tutte le riforme della scuola degli ultimi vent’anni hanno ridotto gli spazi di insegnamento – si rivela essere importante per la vita di ciascuno di noi.

Luca Grecchi
14/09/2015

Immagine: Hip, Hip, Hurrah!, Peder Severin Krøyer, 1888.

 

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