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Il piacere, rispetto a molti altri temi, è stato filosoficamente poco trattato dalla contemporaneità (che lo ha lasciato alla psicologia). La sua considerazione oscilla di solito, nel senso comune, fra due concezioni estreme: da un lato quella fortemente negativa, di matrice cristiana e condivisa soprattutto dai più anziani, per cui il piacere è un male tout court, e come tale non deve essere ritenuto un fine della vita umana; dall’altro quella fortemente positiva, di matrice postmoderna e condivisa soprattutto dai più giovani, per cui il piacere è un bene tout court, e come tale deve essere considerato un fine della vita umana. Al di là di queste concezioni estreme, vi è anche una maniera più filosofica di trattare la questione, che fu ottimamente impostata già nella antica Accademia di Platone. Può, a mio avviso, essere interessante soffermarsi su di essa, per gli importanti insegnamenti di cui è portatrice.
Nella antica Accademia si confrontavano, stando a quanto ci riporta Aristotelenei libri VII e X dell’Etica Nicomachea, due posizioni estreme, per alcuni aspetti simili alle due posizioni oggi più in voga. Da un lato vi era infatti chi, come Speusippo, non riteneva il piacere un bene; dall’altro vi era invece chi, come Eudosso, riteneva il piacere addirittura come il bene supremo. In una sorta di posizione intermedia si pose Platone nel Filebo, affermando in pratica che la vita migliore non coincide né solo con la ricerca del piacere né solo con la ricerca della saggezza, ma in una sorta di mescolanza delle due forme, da realizzare mediante il governo della ragione. Platone, in ogni caso, assunse una posizione più vicina a Speusippo, mantenendo una certa diffidenza nei confronti del piacere. Aristotele, al contrario, assunse una posizione più vicina a Eudosso, affermando che il piacere, anche se non costituisce il bene supremo, rimane comunque un bene. La cosa più interessante, per comprendere questo tema, non è in ogni caso sapere da che parte stavano Platone o Aristotele, bensì conoscere e valutare i loro argomenti: essi infatti costituiscono degli insegnamenti etici validi ancora oggi.
Uno degli argomenti più noti in favore del piacere, riportato da Eudosso, è il seguente: tutti gli esseri viventi ricercano il piacere. Aristotele, pur essendo come detto vicino a Eudosso, ribatté che gli esseri viventi, in realtà, non ricercano il piacere ma il bene, che egli definì appunto come “ciò verso cui ogni cosa tende” (Et. Nic., 1094 a 1-3). Dato che piacere e bene per Aristotele non si identificano, egli distinse in merito fra piaceri buoni in senso assoluto (per tutti), piaceri buoni in senso relativo (solo per alcuni) e piaceri solo apparenti (buoni per nessuno). Il piacere andava dunque per lo Stagirita attentamente valutato, ma era in ogni caso – tranne l’ultimo – un bene, in quanto la vita felice, ossia una vita condotta in conformità alla propria natura di uomo, è sempre una vita piacevole. Questo il cardine dell’insegnamento metafisico ed etico della Grecia classica: conoscendo la propria natura razionale e morale, è possibile vivere in conformità ad essa e pertanto essere felici.  
Il piacere per Aristotele è dunque un bene, un fine, un che di perfetto e desiderabile per sé, ma non è l’attività più perfetta (esso è semmai “una perfezione che si aggiunge” a questa attività). L’attività più perfetta, la più naturale, è costituita per l’uomo – essendo l’uomo essenzialmente logos, questo ciò che lo differenzia dagli altri animali– dalla attività teoretica. Ciò emerge anche in un frammento di un dialogo perduto di Aristotele, il Protreptico, che espone delle tesi sicuramente stranianti per il nostro tempo: “Il piacere generato dall’esercitare la sapienza [...] è quello che più di tutti deriva dal vivere. Il vivere, dunque, in modo piacevole e il godere nel senso più vero appartengono soltanto o soprattutto ai filosofi” (fr.14 Ross).
Qual è, allora, l’insegnamento che da queste riflessioni si deve trarre? QQQAristotele mostra – contrariamente a quanto propone il nostro tempo, il quale rincorre il piacere in ogni sua forma, anche quando esso è solo apparente – che si può realizzare una vita felice solo conoscendo realmente ciò che si è; e poiché siamo un’unità psicofisica di anima e corpo, con la prima sovraordinata al secondo, una vita felice, quindi massimamente piacevole, richiede principalmente il rispetto e la cura dell’anima, di ciò che essenzialmente siamo. Il piacere, dunque, per l’etica greca classica, ha assai poco a che vedere con gli eccessi, ma al contrario deriva dalla giusta misura: quella con cui quotidianamente ci si rapporta alla verità e al bene. 

Luca Grecchi
08/07/2015

Immagine: La perdita della verginità, Paul Gauguin, 1891.

 

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