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Il tema del bene è sempre stato centrale nella riflessione filosofica. Platone ed Aristotele, solo per fare due esempi autorevolissimi, svolsero interi cicli di lezioni sulla verità e sul bene. Purtroppo, negli attuali corsi di laurea in Filosofia, salvo eccezioni, i grandi temi – che richiedono un forte impegno, ma soprattutto una preparazione non esclusivamente specialistica da parte dei docenti – sono sempre più abbandonati. Ritenendo tuttavia che una visione generale sulle più importanti questioni filosofiche sia davvero necessaria ai giovani, in questo anno accademico 2014-2015 ho svolto la mia parte del corso di Storia della Filosofia, presso l’Università statale degli studi di Milano Bicocca, proprio sul tema del bene. Si tratta di un argomento che, in un corso di laurea scientifico, e dunque specialistico come è quello in Psicologia, può sembrare poco intonato. Tuttavia mi è sembrato utile effettuare questa scelta, in quanto i futuri psicologi soprattutto hanno bisogno, a mio avviso, di una formazione filosofica di tipo classico, che purtroppo l’università italiana non reputa basilare per il loro iter.
Poiché alcuni contenuti del corso sono di interesse generale – essendo la capacità di orientarsi sul bene condizione necessaria non solo per l’aiuto psicologico alle persone, ma anche per la realizzazione di una vita felice –, mi sono permesso di sintetizzarli qui, cercando di essere il più chiaro possibile. Comincerei sottolineando come, all'interno della dozzina circa di concezioni che abbiamo esaminato (le lezioni si trovano riprodotte, insieme ad altri testi, nel mio libro Discorsi sul Bene, Petite Plaisance, 2015), gli studenti, che hanno intensamente partecipato al dibattito, si sono un po’ divisi in merito alle idee che sentivano più vicine. Per rimanere all'essenziale, essendo rilevante soprattutto la differenza fra concezioni antiche e moderne, svolgerò una sintetica descrizione solo di quelle che reputo essere le due concezioni filosofiche principali di queste epoche.  
La concezione antica, classica del bene, è a mio avviso significativamente rappresentata da Aristotele. Per il Filosofo, come era chiamato nel Medioevo, il bene è ciò verso cui ogni ente, per natura, tende. Ogni ente infatti, per natura, ha un proprio fine cui tendere, consistente nella realizzazione della propria essenza. Per l’uomo tale essenza è costituita dall’anima, ossia – diciamo così – dalla sua struttura razionale e morale. Per Aristotele, il bene dell’uomo consiste dunque nel ricercare, nella propria vita, la ragione e l’etica, ossia la verità e l’armonia. Solo infatti il rispetto e la cura (a mio avviso le due dimensione costitutive del bene) per se stessi, per gli altri uomini e per il cosmo, assicurano l’avvicinamento alla felicità.
La concezione moderna del bene, o meglio quella formatasi intorno alla metà dell’Ottocento a partire da Schopenhauer e Kierkegaard, mi sembra invece ben rappresentata dalla posizione di Nietzsche. Per Nietzsche non vi è una vera e propria concezione del bene cui rifarsi. Vi è però un atteggiamento a suo avviso corretto da tenere in rapporto alla tematica morale. Questo atteggiamento consiste nel porsi “al di là del bene e del male”, ossia nel vivere dando impulso al libero sviluppo della propria “volontà di potenza”. Nietzsche criticò duramente soprattutto Socrate ed il Cristianesimo, considerando la morale greca e cristiana come una “morale da armenti”, dettata dalla paura, tale quindi da impedire una vera libertà ed una autentica realizzazione individuale.
I giovani oggi – ovviamente non tutti – sono molto attratti dalla proposta di Nietzsche, che ho potuto qui solo sinteticamente, e dunque manchevolmente, descrivere. Essa infatti li giustifica in certo senso nella loro impulsiva tendenza a “cogliere l’attimo”, a non farsi frenare da riflessioni teoretiche ed etiche (che la scuola peraltro non sa più aiutare a svolgere), a rifiutare anche i più condivisibili criteri di giudizio cui sono sottoposti in famiglia, in classe e più in generale in società. Tuttavia, la morale di Nietzsche rischia di essere una scappatoia che, alla fine, non consente di scappare da nessuna parte. Ciascuno, infatti, vive sempre con se stesso, con la propria umanità che deve necessariamente realizzare, pena l’infelicità; e che deve realizzare in base alla propria natura di uomo, la quale inevitabilmente richiede comportamenti razionali e morali (è possibile dimostrare infatti che comportamenti non razionali e non morali – ad esempio una mancanza di rispetto e di cura per se stessi e per gli altri – conducono alla infelicità).
Su quali siano i singoli comportamenti razionali e morali più adatti da tenere nelle specifiche circostanze, ci sarà sempre da riflettere. Come ben sapeva Aristotele, infatti, l’etica non è dotata dello stesso grado di rigore e precisione della matematica. Tuttavia, rimarcando con Platone che il bene è ciò verso cui per natura ogni ente tende, e ponendo dunque al centro, per l’uomo, la natura umana, Aristotele fornì il criterio generale tramite cui è possibile orientarsi ancora oggi nelle scelte morali. Nietzsche invece, nel suo intento di lasciare libero lo sviluppo della “volontà di potenza” di ognuno, non ha mai fornito tali criteri, lasciando sostanzialmente gli uomini in balia del proprio tempo. Un tempo che, in fatto di etica, non costituisce a mio avviso una buona guida, specie per dei giovani che già ne subiscono, da quando nascono, le idee dominanti.  

Luca Grecchi
16/06/2015

Immagine: La giovinezza di Bacco, William-Adolphe Bouguereau, 1884.

 

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