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Scegliere la facoltà universitaria, separarsi o non separarsi dal marito, fare o non fare una rischiosa operazione chirurgica, chiedere o meno soldi ad un parente sono problemi etici? La domanda “che fare?” appartiene forse più alla filosofia pratica che all'etica e io vorrei rispondere a questa domanda con una breve trattazione generale, una pragmatica delle scelte, e lo farò secondo una triplice prospettiva di partenza: quella dell’io-soggetto, quella della razionalità aristotelico-kantiana e quella della libertà possibile. La mia prospettiva non sussume visioni come quella buddista o quella nietzscheana, ma per converso non chiamerò in causa nessun Dio-Bene-Essere della metafisica classica.

Vorrei iniziare con lo sgombrare il campo della discussione dalla quaestio sulla libertà. Il fatto se noi si sia liberi o meno è poco importante: vale la pena agire e pensare all'azione come se fossimo liberi. Tutti ci percepiamo né completamente “infinitamente liberi” né completamente ”necessitaristicamente determinati”: è la sfida propria dell'uomo giocare sia nel tempo limitato che, appunto, nella libertà limitata che abbiamo.

Con a monte l’ipotesi pratica del “come se” (fossimo liberi, benché in modo limitato), il problema della prassi può proseguire con l’istanza etico-politica di quale debba essere il rapporto reciproco singolo-comunità”. La mia filosofia pratica fatta in casa fa prevalere la comunità sul singolo; eppure la comunità non prevarrà in modo assoluto e - come affermarono anche gli Illuministi teorici del patto sociale -dico che la comunità, per esempio, non può prendersi la vita del singoli, e che c'è una proprietà privata, un giardino di libertà personale che è inviolabile (anche rispetto a qualsiasi mandato giudiziario) ed è in generale costituito da tutte le azioni che non provochino dolore o turbamento agli altri.

Sarebbe bello, nella prospettiva della mia pragmatica autoprodotta, che il singolo si prendesse cura della comunità e la comunità del singolo. Ma il singolo deve occuparsi prima di se stesso. È una priorità logica, non ontologica: solo se sarà sano e psichicamente attivo il singolo potrà giovare alla comunità. Quindi il primo cerchio etico per il singolo è la sua propria salute psicofisica. Nella prospettiva della propria tutela psichica, potremo ascrivere il diritto-dovere di conoscere tutta quella parte invisibile del sé che pretende di essere capita, ascoltata, accontentata; un sé che non è io-ragione, ma è e rimane "io" dal punto di vista corporale (e giuridico). Per poter essere utile alla comunità, dunque, il singolo deve avere prima cura di sé. Questa è anche la lezione di Auschwitz, almeno per come interpreto l’eredità culturale di Primo Levi: abbiamo il dovere di sopravvivere, per la comunità che rappresentiamo e per poter fare del bene almeno alle persone che noi riteniamo buone. Aggiungo che nella prassi della conoscenza di se stessi vanno integrate quelle azioni di conoscenza della propria umanità che trattino anche di altrove spazio-temporali (trasmessi dall'istruzione o dall'autoistruzione: storia, geografia, storia di tutte le culture).

Come istanza successiva il singolo avrà il diritto-dovere di acquisire le competenze per poter giovare alla comunità e quegli apprendimenti sfumeranno in quelli che provengono dal diritto-dovere di conoscere se stessi. Segue (qui segue solo in senso logico poiché temporalmenteinizia prima) la cura della comunità per il singolo. Solo una comunità fisicamente sana, ma anche "libera" da domini esterni e da egemonie interne, a causa del lavoro e della sorveglianza consapevole di pressoché tutti i singoli, può occuparsi dei singoli stessi, anche di quelli che non possono contribuire (come i malati cronici). Una parte delle etiche del passato si ferma qui: “il singolo si prenda cura di se stesso e della comunità, la comunità si prenda cura di se stessa e del singolo”; ma io non posso fermarmi qui se voglio portare l'etica fino alla pragmatica, fino alle scelte individuali, illuminandola con le più recenti acquisizioni culturali. La nostra coscienza recente ha esteso il nostro senso di appartenenza dalla famiglia, dal clan, dal paesello fino allo Stato e poi alla matrice transnazionale comune (per ceppo linguistico o religioso o per appartenenza continentale), ma mi piace pensare che si possa estendere questo senso di appartenenza all'umanità intera. Da poco - diciamo la fine dei recenti anni Sessanta - è cresciuto il senso di responsabilità nei confronti delle generazioni future e del pianeta intero.

La generalizzazione dell'imperativo categorico kantiano ha un limite di ordine pratico: non abbiamo quasi mai gli strumenti per valutare quella generalizzazione riferita a ogni nostro singolo atto altrimenti, fatta una accurata valutazione quantitativa, dovremo smettere di fare qualsiasi cosa. Valutando bene, infatti, può risultare dannoso, in certi contesti e in certi momenti, persino bere dell'acqua, percorrere a piedi un territorio, utilizzare oggetti che abbiano implicato l'uso di minerali e di energia per essere prodotti, mangiare animali o alcune specie di piante. Eppure ha senso un sistema etico-politico (e prima: pragmatico) che tuteli il singolo e la comunità, salendo fino all'umanità intera e che tuteli i singoli di un altro “qui” e di un altro “ora”. Se vogliamo provare una applicazione e attualizzazione del kantismo morale fino alla prassi singolare, iniziamo col notare che l'umanità dislocata in un “altrove” spazio-temporale coincide con l'ambiente: rispettando acqua, aria, suolo, le specie vegetali, animali e ricchezze del sottosuolo rispettiamo l'umanità futura ma anche quella, per esempio, che in altri paesi estrae, per pochi dollari, il petrolio o altri minerali che inquinano quei lontani territori (per permettere a noi di non fare fatica con biciclette, carretti e badili o di chattare da dentro alla metropolitana).

Se allora questa pragmatica fatta in casa comincia con i doveri verso il sé (tutela e conoscenza), continua con i doveri reciproci dal singolo alla comunità (compreso il diritto-dovere del singolo di sorvegliare e di partecipare politicamente alla vita della comunità più ampia, come lo stato, l'Europa Unita, l'ONU) e si allarga alla sollecitudine del singolo verso l'umanità intera, concludendosi quindi, infine, con la sollecitudine informata e consapevole del singolo verso l'ambiente (che coinvolge, attraverso la partecipazione politica, nella sua sollecitudine la comunità). È l'ambiente che contiene tutte le istanze etiche più alte: la tutela dell'umanità nel senso più ampio e dell'estensione di questa tutela a tutte le umanità future (ma anche agli altri modi di essere viventi, a questo mondo). Non sono un ambientalista, traggo solo le conseguenze di un pensiero basato sul buon senso, eppure questa pragmatica fatta in casa arriva a coincidere con l'etica dei biologi che vedono nel preservare la biodiversità il loro dovere morale a valle della loro consapevolezza scientifica e quello che vorrebbero fosse il dovere morale più generalizzato.

Che facoltà universitaria scegliere, allora? Quella che ti farà stare meglio dal punto di vista psicofisico, quella che ti permetterà di capire te stesso e poi gli altri, ma anche quella che ti permetterà di essere utile alla comunità più presto possibile e al livello (quantitativo prima e qualitativo poi) più elevato possibile e infine quella che contribuirà di meno a distruggere, o di più a preservare, l'ambiente, scrigno di tutti gli altrove locali e temporali nonché di tutti gli altri “sé” biologici.

Lorenzo De Rossi
08/01/2015

Immagine: The Abundance of the Earth, Jacob Jordaens, 1649.

 

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