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Ricerca biomedica, test genetici, coppie di fatto, relazioni omosessuali, contraccettivi, aborti, adozioni, eutanasia: una riflessione sui nuovi diritti umani, tra natura e cultura.

Che cos'è "naturale"?
Se io chiedessi ad un campione di ipotetici interlocutori se ritengano che i diritti dell’uomo siano salvaguardati quando si faccia uso della tortura, quando un uomo uccida la propria compagna di vita perché l’ha lasciato, quando uno stato intraprenda una guerra di aggressione, quando in un conflitto si pratichino lo stupro e la pulizia etnica, in larghissima percentuale riceverei delle risposte negative.
Molti, richiesti di una motivazione, mi risponderebbero che ciò è chiaro, è ovvio, ma soprattutto è naturale.
Se li incalzassi domandando se, avvertendo un forte dolore, assumerebbero un analgesico o se, per un’infezione batterica, si farebbero prescrivere un antibiotico, salvo rare eccezioni mi risponderebbero: naturalmente sì.
E se io ribattessi che usare un antibiotico non è naturale, ma anzi implica l’impiego di tecniche artificiali ed aggiungessi che non è naturale sottoporsi ad una banale operazione di appendicite per evitare di lasciarci la pelle, poiché ciò necessita dell’intervento di una persona dotata di particolari competenze tecniche, la quale padroneggi l’arte (gli artifizi, contrapposti all’azione della natura) del chirurgo, forse mi guarderebbero perplessi, dubitando della mia lucidità di pensiero.
Se poi parlassimo di pacemakers,che permettono al cuore di molti di funzionare con regolarità, di elettrodi applicati al cervello o di arti artificiali a cui si possa comandare con un impulso dei nostri neuroni,  prepareremmo forse il terreno affinché i nostri interlocutori acquisiscano consapevolezza del fatto che difficilmente qualcosa di ciò che ci concerne possa essere considerato o naturale o artificiale. Tutto il mondo in cui viviamo è artifizio, è cultura, e contemporaneamente sarebbe insensato che lo considerassimo innaturale, dando a questo termine un significato negativo. Noi siamo natura e non si vede perché ciò che produciamo – la cultura - debba essere considerato contro-natura.
Oggi si parla di bionica, cioè di una sorta d’ingegneria biologica, ed anche di post-umano, intendendosi con ciò una nuova dimensione dell’umano, in cui sistemi elettronici s’integrano con sistemi biologici a tal punto che non si può operare una netta distinzione tra ciò che è elettronico e ciò che è biologico, prospettandosi così un’umanità nuova a tal punto integrata con la tecnologia (come nel caso dell’arto artificiale guidato dai neuroni a cui ho accennato) che non si riesca a distinguere ciò che appartiene a noi (alla nostra mente ed al nostro corpo) da ciò che invece è soltanto macchina.
Anche quello che nei dépliants turistici viene detto un ambiente incontaminato, in cui sia possibile forse persino vivere allo stato di natura alla maniera di un buon selvaggio, è in realtà un ambiente artificiale, modificato dall’attività dell’uomo, la quale ha trasformato - per ipotesi - foreste in prati, prati in terreni coltivati e poi, in seguito ad incursioni di popoli nomadi, nuovamente in boschi e foreste: gli ambienti naturali costituiscono in realtà un ambiente antropizzato, cioè artificialmente modificato dall’intervento dell’uomo.
Tutto questo discorso può far riflettere sul fatto che l’uomo non è mai solo natura o solo cultura(o storia, o convenzione), solo naturalità o solo tecnicalità, ma piuttosto un intreccio o un mix di entrambe.
Considerare positivamente ciò che si suppone naturale e negativamente ciò che si suppone non esserlo non pare perciò essere molto sensato.


Natura e convenzione
Sin dai tempi della Grecia classica si distingueva, in campo etico e politico, tra leggi basate sulla natura (physis) e leggi fondate su un accordo fra gli uomini, su una convenzione arbitraria.
La pederastia è condannabile? Naturalmente sì, risponderebbe qualcuno. Ma Socrate praticava la pederastia come un fatto naturale e persino doveroso dal punto di vista educativo.
Al contrario, la cultura e l’etica della tradizione ebraico-cristiana hanno sempre considerato contro-natura i comportamenti omosessuali. E ciò che è contro-natura, nella nostro cultura tradizionale, non può che essere degno di biasimo.
L’assumere dunque il criterio della naturalità o meno di un comportamento come parametro del suo valore etico e/o giuridico e/o pedagogico  va quindi sottoposto al vaglio della critica filosofica, con l’esito di mettere il discussione il senso comune ed una mentalità diffusa, che si radicano nella nostra tradizione.
All'interno del filone di pensiero ebraico-cristiano si colloca la concezione  di Tommaso d'Aquino (1225-1274), il quale è certamente l’autore medievale la cui influenza maggiormente è giunta a noi attraverso la Chiesa cattolica, che nel suo pensiero ha individuato la philosophia perennis, che stabilisce la subordinazione  della sfera naturale/razionale rispetto a quella sovrannaturale/sovra-razionale, pur nella distinzione e nell'autonomia (relativa) delle due dimensioni. Le leggi umane  possono essere conformi o meno al diritto naturale, secondo cui  il potere statale è funzionale all'attuazione del bene comune, che include la piena realizzazione della persona. La violazione dei principi della giustizia legittima in casi estremi la ribellione ed il tirannicidio.
In fondo, le tre Dichiarazioni dei Diritti dell'Uomo elaborate nel corso della rivoluzione francese (1789, 1793, 1795), considerate da questo punto di vista,  non si discostano radicalmente dal tomismo: anch'esse si appellano ad una legge naturale, e perciò razionale ed universale, da cui deriva la loro validità. Al contrario, la connessione con storia, cultura, politica ha fatto preferire, per le Dichiarazioni europee dei Diritti elaborate nel secondo dopoguerra, il ricorso al termine/concetto "convenzione", evidenziando in tal modo il loro carattere di accordo che più stati definiscono tra loro e successivamente ratificano, come avviene per qualsivoglia trattato internazionale. 


Bioetica e biodiritto in Europa
La Convenzione per la protezione sui Diritti dell’Uomo e della dignità dell’essere umano nei confronti delle applicazioni della biologia e della medicina o Convenzione sui Diritti dell’Uomo e la biomedicina (Convenzione di Oviedo, 1997) protegge “dignità”, ”identità” ed “integrità” degli esseri umani senza discriminazioni nei confronti delle applicazioni della biologia, stabilendo che “l’interesse e il bene dell’essere umano devono prevalere sull'esclusivo interesse della società o della scienza” e “un accesso equo ad interventi sanitari di qualità appropriata”. Essa determina la “regola generale” del “consenso libero e informato” circa di interventi sanitari (con il diritto di ritirarlo “in qualsiasi momento”), tutelando anche “le persone che non hanno la capacità di dare il consenso”.
In proposito risulta di particolare rilevanza ed attualità la norma che prevede che “saranno prese in considerazione le volontà precedentemente espresse nei confronti dell’intervento medico da parte del paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la propria volontà”, il che ben rappresenta la fattispecie del noto caso di Eluana Englaro ed evidenzia  la grave carenza della normativa italiana circa la possibilità di espressione di un testamento biologico o di dichiarazioni anticipate di trattamento di fine vita.  
Nella Convenzione di Oviedo è in linea generale vietata ogni ricerca su soggetti umani, salvo quando non esista alcun “metodo alternativo alla ricerca su esseri umani di efficacia paragonabile” e senza una valutazione “indipendente”, scientificamente competente e comprensiva di un esame di “accettabilità sul piano etico”.
Tenendo in considerazione le motivazioni di coloro che sostengono l’esistenza di  “diritti per l’embrione”, viene considerata lecita la “ricerca sugli embrioni in vitro” a condizione che ne sia assicurata “un’adeguata protezione”, mentre ”la creazione di embrioni umani a fini di ricerca è vietata”.
È fatto “divieto di profitto derivante dall'impiego di qualunque parte del corpo umano” e, salvo eccezioni, di prelievo d’organo “per scopi diversi da quelli previsti dal donatore”.
Un Comitato direttivo per la bioetica (CDBI) ha competenza nelle revisioni della Convenzione.
Il primo Protocollo addizionale alla Convenzione di Oviedo (Strasburgo, 1998) riguarda il divieto di clonazione di esseri umani, che inibisce “ogni trattamento finalizzato a creare un essere umano geneticamente identico”, avente cioè “in comune con un altro l’insieme dei geni nucleari” tratti da “un altro essere umano vivente o morto”. Mi pare rilevante la ventilata possibilità, riconducibile al principio di precauzione, che sussistano “grandi difficoltà di ordine medico, psicologico e sociale che una simile pratica di biomedicina, usata deliberatamente, potrebbe comportare per tutte le persone interessate”.
Il Protocollo addizionale relativo alla ricerca biomedica (Strasburgo,2005) sottolinea la capacità delle scienze biomediche di contribuire a “salvare vite umane e migliorare la qualità della vita”, grazie anche alla “ricerca sugli esseri umani”. Esso riguarda “l'intera gamma delle attività di ricerca nel campo della salute che coinvolgono gli interventi sugli esseri umani”, comportanti “un rischio”, anche “per la salute psicologica”; ne è esclusa la “ricerca sugli embrioni in vitro”, inclusa invece quella “sugli embrioni e feti in vivo”, secondo il principio che “la ricerca deve essere effettuata liberamente”, ma assicurando “la protezione dell' essere umano”. Valgono le regole che “ricerca su esseri umani può essere intrapresa solo se non c'è alternativa di efficacia paragonabile” e che “non deve comportare rischi e oneri per l'essere umano sproporzionati rispetto ai benefici potenziali”.
Si prevede una dettagliata casistica di situazioni, che non è possibile qui riportare. Cito un solo caso: i carcerati possono  partecipare ad una ricerca che può andare a vantaggio della salute di altri infelici analogamente ristretti. A norma del Protocollo non dev'esserci “interferenza con necessari interventi clinici”, “i partecipanti assegnati ai gruppi di controllo devono essere certi di metodi comprovati di prevenzione, diagnosi o trattamento” e l'uso del placebo è ammissibile qualora proprio non se ne possa fare a meno. Si garantisce la privacy, ma i risultati della ricerca vanno resi pubblici.
Il Protocollo addizionale relativo ai test genetici per la Salute (Strasburgo,2008)attribuisce particolare rilievo alla considerazione “che il genoma umano è condiviso da tutti gli esseri umani, formando in tal modo un legame reciproco tra loro, mentre lievi variazioni contribuiscono all'individualità di ogni essere umano”; sottolinea  che genetica e test genetici possono procurare benefici in ambito sanitario a cittadini che usufruiscano di un “accesso equo a servizi genetici di qualità adeguata”. Il Protocollo consegue da “preoccupazioni” derivanti da un “eventuale uso improprio” od “abusi” dei test genetici, in particolare delle informazioni derivanti da essi, generate in tal modo, e dai possibili abusi. Dal suo “campo di applicazione” sono esclusi “test genetici condotti su embrioni umani o sul feto”, l’analisi cromosomica, quella del DNA o dell’RNA ed “ogni altra analisi equivalente”.
Sono vietate la discriminazione e “la stigmatizzazione di persone o gruppi” a causa delle caratteristiche genetiche.
Una “consulenza genetica” qualificata va fornita obbligatoriamente, anche circa “le eventuali implicazioni in materia di scelte di procreazione”, ma non può essere “direttiva”.
“Viene delineata una casistica circa situazioni in cui si può (o non si può) effettuare un test genetico. Il criterio che si può individuare in questa normativa è in linea generale riconducibile al vantaggio che può derivare a persone o categorie di persone in qualche modo vicine al donatore: si è visto per il precedente Protocollo il caso analogo dei carcerati; in questo caso, si tratta per lo più di congiunti.
È prevista la possibilità di effettuare programmi di screening genetici a fini sanitari. 


I diritti dell'uomo tra natura e cultura
Se qualcuno mi chiedesse se ritengo che esistano diritti dell’uomo universali, sarei imbarazzato, ma alla fine risponderei con un no di testa e con sì di cuore, à la Pascal.
Potendo circostanziare la risposta,  sosterrei che esistono relativamente al nostro tempo, al nostro spazio ed alla nostra cultura.
Al nostro tempo: valori e diritti vanno storicizzati; ed il  nostro tempo è il tempo della (post)modernità, in cui restano tracce concrete nell’ idea – ancor oggi interiorizzata - di progresso, nella tecnologia, nei saperi e nelle menti europeizzate dell’umanità intera.
Al nostro spazio, che è quello della globalizzazione, caratterizzato da grandi distanze, ma da comunicazioni ravvicinate.
Alla nostra cultura, la quale è una cultura unica perché unificata e colonizzata, ma comprendente al suo interno marcate divaricazioni.
Al di là delle forme in cui sono state espresse, le Dichiarazioni di diritti sono in sostanza costituite da proposizioni normative/conative, enunciano cioè non un essere, ma un dover-essere, in quanto tale non suscettibile né di una conferma empirica, né di  una validazione logica.
Come ho già rilevato, da sempre la natura  è stata addotta a giustificazione di norme etiche e giuridiche. Ciò che è naturale era e spesso è ancor oggi pensato come buono e desiderabile e l’opposto vale per ciò che è considerato contro-natura. In questa logica, i diritti umani sono considerati universali e razionali dai cultori del diritto naturale perché conformi a natura. Come in etica la famiglia sarebbe società naturale, la sodomia e la masturbazione sarebbero invece contro-natura.
Un’analisi delle dichiarazioni dei diritti dell’uomo evidenzia come invece esse abbiano carattere culturalmente e socialmente condizionato, varino nello spazio e nel tempo ed abbiano un’indubbia matrice nella cultura europea / occidentale. Se seguissimo la logica di natura/contro-natura, dovremmo concludere che noi siamo tutti ed in tutto contro-natura, perché partecipiamo di  una cultura di cui la nostra tecnologia fa parte. Perciò del tutto naturalmente la maggior parte di noi assume un antibiotico od un vaccino, ritiene si debbano usare disinfettanti per evitare morti per setticemia, come pure impiegare mezzi meccanici per aumentare la produzione agricola e quindi combattere la fame.
In questi casi, non andiamo contro il corso naturale degli eventi?
Non possiamo perciò pensare a carte dei diritti statiche, ma a prodotti storici frutto di convenzioni; e tale è il nome che esse giustamente assumono in Europa, risultando esito di accordi successivi, integrati da protocolli aggiuntivi, da revisioni, modifiche, emendamenti, riscritture...
I diritti dell’uomo vanno quindi pensati in una prospettiva evolutiva ed è inevitabile che sorgano nuovi diritti condivisi (e che altri cadano in disuso).
Vi sono ambiti critici in cui si aprono prospettive per nuovi diritti.


Nuove e vecchie famiglie
La riflessione e la discussione nel campo della bioetica e del biodiritto sono ancora molto aperte ed in via di evoluzione lenta e ancora non approdata ad un’ampia condivisione sulle questioni che riguardano la famiglia. In questo settore si fa ancora sovente  ricorso alla philosophia perennis di Tommaso d’Aquino ed alla dicotomia naturale/contro-natura, e vige ancora l’antinomia tra la bioetica cattolica della sacralità della vita opposta  a quella laica della qualità della vita (dell’umano e del post-umano).
Sono oggi nell'occhio del ciclone temi che toccano particolarmente la famiglia,  quali: coppie di fatto, matrimonio tra omosessuali, fecondazione assistita, diritto alla genitorialità ed all'adozione (visto sia dal punto di vista di  chi vuole adottare o adotta  che nell'ottica dell’adottando/adottato).
Sulle coppie di fatto non dovrebbe esserci molto da dire, anche nella logica del natura/contro-natura. È fuori di dubbio che il matrimonio sia un costume, una convenzione storicamente determinata, a valenza giuridica, economico-sociale, e, per i credenti, religiosa. Quando, per i più svariati motivi, non si voglia o non si possa accedere all'istituto matrimoniale, non mi sembra ci siano ragionevoli motivi perché non possano essere fissate garanzie certe per le coppie di fatto, comunque costituitesi, in cui  si siano stabiliti legami di qualche tipo, soprattutto affettivo e/o a valenza sessuale, etero- , omo- , bi- o trans-sessuale che sia.
Orientamenti diversi di sessualità hanno, per quel che sappiamo, sia una componente di natura che una componente di cultura. Chi può negare che sia la natura a determinare, per esempio, situazioni ormonali da cui possa derivare la tendenza all'omosessualità? Ma pare anche plausibile che alla base delle tendenze sessuali di ciascuno vi siano esperienze personali di tipo socioaffettivo ed una rilevante componente legata all'ambiente socioculturale in cui si è vissuti.
Si è detto della pederastia nella Grecia classica. Ma è anche risaputo che pratiche omosessuali sono largamente presenti in istituzioni totali al cui interno sono contenute/ristrette persone di un unico sesso: caserme, carceri, collegi, conventi... E la psicoanalisi ci induce a ricondurre ad esperienze relazionali  infantili le diverse tendenze di tipo sessuale.
Quanto al matrimonio, se è una convenzione, nulla vieta concettualmente che una nuova convenzione s’instauri, includendo anche unioni omosessuali. Nulla vieta infatti di modificare una convenzione linguistica. Il problema sarà piuttosto di valutarne l’opportunità. Ne trarrebbe vantaggio la coppia omosessuale? Si risolverebbe un problema di equità di diritti nei suoi confronti? Ne trarrebbe vantaggio la società nel suo complesso, in relazione alle modificazioni nel costume e nei valori che si determinerebbero? Se ne dovrebbe garantire l’uguaglianza di trattamento con i coniugi eterosessuali dal punto di vista della possibilità di adottare una prole? E se sì, un’opzione in questo senso sarebbe a vantaggio dei figli adottati, tenendo presenti  le dinamiche interne alla famiglia e quelle con l’ambiente sociale esterno che s’instaurerebbero nel caso di una coppia diversa da quella tradizionale? Si può parlare di un diritto umano all'adozione? Quali conseguenze dal punto di vista psicologico ne potrebbero derivare per i minori adottati? E quali nel caso di famiglie monoparentali


Diritto alla genitorialità
Queste problematiche s’intrecciano con le ipotesi del diritto alla genitorialità, o alla non-genitorialità. Entrano in gioco alla grande per questo tema i prodotti artificiali della ricerca biomedica.
Innanzitutto nel caso della contraccezione. È chiaro che in questa s’impiegano tecnologie e farmaci. Per una procreazione responsabile, ha senso il divieto cattolico dell’uso del preservativo (tra l’altro autentico farmaco contro gravi forme di contagio), che ha come sole controindicazioni il rischio di un difetto di fabbricazione o di un uso inappropriato, o della pillola anticoncezionale (un tempo insensatamente ammessa in Italia solo come rimedio per la dismenorrea), che ha controindicazioni analoghe a quelle di qualsiasi altro prodotto farmaceutico?
Nel caso poi dell’aborto (chiaramente distinto dalla semplice contraccezione), esso richiama un intrico complesso di problemi, quali: il diritto – o il non-diritto – all'autodeterminazione della donna; il diritto – o il non-diritto  - ad interrompere  una vita umana in fieri. E se si effettua questa scelta, in quali situazioni, per quali motivi ed entro quale momento della gravidanza va ammessa?
Quando si affermi il diritto alla genitorialità, entra  in gioco la questione generale dell’impiego - che rientra ovviamente nell'ambito dell’artificialità - della fecondazione medicalmente assistita (e della maternità surrogata).
In Italia, dove mio figlio - per suggestione atavica -  non può non essere sangue del mio sangue – si è introdotta la distinzione normativa tra fecondazione omologa ed eterologa, ammettendosi la prima e non la seconda fino alla  dichiarata incostituzionalità del divieto di quest’ultima.
La legge 40/2004 - ormai pressoché totalmente smontata da sentenze della Magistratura ordinaria, della Corte Costituzionale e della  Corte dell’UE – forniva  indicazioni che sfiorano il livello dell’idiozia, quando prevedeva il divieto della diagnosi preimpianto ai fini dell’accertamento dell’eventuale presenza nell'embrione di malattie genetiche, con la conseguenza di correre il rischio d’impiantare in utero un embrione gravemente ammalato e di indurre, conseguentemente, all'aborto terapeutico. Si prevedevano, inoltre, il divieto di una produzione di embrioni superiore a tre per un unico impianto e quello della crioconservazione degli embrioni, a prescindere da concrete indicazioni mediche, con il rischio per la donna di sottoporsi più volte ad un’overdose ormonale. Il tutto a vantaggio del turismo procreativo.
Queste limitazioni erano in larga misura riconducibili al diritto del concepito e metafisicamente alla questione del quando esso/egli possa considerarsi persona. La posizione cattolica, considerando che lo sviluppo del concepito è un continuum e che esiste già una vita umana dal momento dell’unione tra spermatozoo ed ovulo, vieta su di esso alcun intervento; quella laica, invece, afferma il carattere pragmatico e convenzionale del momento che si stabilisce come termine oltre il quale si attribuisce al concepito la qualifica di persona, evidenzia il carattere indifferenziato delle cellule embrionali e la mancanza si un sistema nervoso che permetta all'embrione in fase iniziale di essere considerato senziente e men che meno cosciente o capace di relazioni. 

Il diritto di avere genitori
Trattandosi di affrontare la questione delle nuove famiglie, mi sembra vada preso in considerazione il tema dell’adozione, un nodo problematico che non si riduce certo a quello oggi alla ribalta delle adozioni da parte di coppie omosessuali o di singles. In termini di diritti, è in gioco la relazione tra chi intende adottare e chi ha il sacrosanto diritto di avere dei genitori.
L’attuale prassi nel campo delle adozioni appare piuttosto restrittiva, con il rischio di non tener conto della possibilità che il minore non sia adottato da parte di una famiglia – diciamo così – nella media, allo scopo di garantirgli dei genitori super, con il risultato di condannarlo a vivere all'interno di una qualche struttura anonima ed incapace di assicurargli uno sviluppo affettivo e cognitivo adeguato, generando  svantaggi cumulativi a cascata.
Non va quindi dimenticato il bisogno ed il diritto del minore di avere una famiglia, se possibile anche con una marcia in più, ma  non necessariamente di genitori superman o superwomen.
Nel caso di coppie omosessuali o di singles,  attestandomi sui principi del caso per caso e del meglio come nemico del bene, rimango perplesso – senza credermi bigotto - per quanto concerne l’esigenza di tenere in considerazione i meccanismi identificativi che entrano in gioco nella famiglia, l’inserimento in una società coi suoi pregiudizi ed il fatto che le mutazioni antropologiche hanno tempi lunghi di maturazione.
Il diritto all'adozione – che ponga per il possibile le basi di una buona qualità della vita - va visto, a mio parere, sì dal punto di vista dei genitori, ma soprattutto dal punto di vista dei figli


Morire in pace
Concludo questo mio tentativo di mettere in luce una serie di problemi che potrebbero essere alla base della codificazione di nuovi diritti dell’uomo toccando la questione della buona morte.
Il diritto a non essere sottoposti a terapie obbligate, previsto dall'art. 32 della Costituzione Italiana  e dalla Convenzione di Oviedo, si collega alla questione dei diritti di fine vita, riconducibile in sintesi al diritto di morire in pace, che implica il poter morire senza essere tormentati da dolori infernali, il diritto quindi di poter ricorrere a cure palliative, di poter usufruire di sedazione, analgesia e/o anestesia, anche quando ciò possa comportare il costo di abbreviare la durata della vita. Una persona, in situazione tale da essere supportata da trattamenti di rianimazione, dovrebbe poter esprimere preventivamente il proprio parere in merito alla loro applicazione o non-applicazione nei suoi confronti ed in relazione alle possibilità degli esiti di essi.
Per chi si trovi in stato vegetativo permanente, dovrebbe esser prevista la possibilità di porre fine a trattamenti che non possono non essere considerati terapeutici quali la ventilazione, l’idratazione e la nutrizione artificiale od altri interventi sanitari (tra l’altro inutili ed alquanto costosi per il nostro sistema di welfare).
A questo proposito, la possibilità di stabilire le proprie volontà circa il fine vita per mezzo del testamento biologico, parrebbe oggi costituire una regola minima di civiltà, sancita dalla stessa Convenzione di Oviedo. L’obiezione cattolica secondo cui la vita non è a nostra disposizione, essendo solo nelle mani di Dio, è viziata da presupposti confessionali e non tiene conto della necessaria distinzione tra etica privata ed etica pubblica. Questo discorso non può, a mio parere,  non condurre alla questione del rispetto dei diritti della persona nel fine vita, anche nel caso di eutanasia attiva volontaria: un tabù oggi ben lontano dall'essere in via di superamento. 


Paolo Citran

30/09/2014 

Immagine: La autopsia, Enrique Simonet, 1890.

 

Consigli di lettura
Per un quadro generale sul tema dei diritti in Europa, con particolare riferimento al loro sviluppo storico e quindi alla questione dei nuovi diritti, suggerirei senz’altro la lettura di Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti, Laterza, Roma-Bari, 2012.
Sui temi della bioetica, rimanderei alle annate di Bioetica. Rivista interdisciplinare, organo della Consulta laica di bioetica,attualmente edita daVicolo del Pavone.
Un testo pensato per studenti della scuola secondaria superiore, ma che suggerirei ai lettori di Diogene Magazine per acquisire un quadro d’insieme preciso e sintetico è: Maurizio Mori, Bioetica. 10 temi per capire e discutere, Bruno Mondadori, Milano, 2002. 
Utile può essere il Piccolo manuale di bioetica. Una prospettiva laica e pluralista, a cura di G. de Martino, Liguori, Napoli 2001.È un buon testo antologico.
Anche il volume a cura di Michele Marchetto ed Elisabetta Tonon, Una nuova etica per una nuova scienza, Il Segno, Pordenone, 2001, nato in un contesto cattolico, contiene contributi di diversa impostazione e può essere un utile strumento per una messa  a confronto fra diverse posizioni.
Può servire anche il mio piccolo resoconto di un dibattito: La scimmia parlante ed il clone. Prospettive sull'insegnamento della bioetica, diffuso da “Insegnareonline”, 2002, che è ora reperibile in www.cidi.it/cms/doc/open/item/filename/494/bioetica-a-scuola-citran-2002 ed in “Bioetica. Rivista interdisciplinare, n.3/2007, pp. 45-57.

 

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