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La foto mostra il cimitero di guerra di Ypres, in Belgio, dove per la prima volta furono usati i gas. Era il 1915. Ma non si può guardare questa foto senza pensare al 2013, questa volta alle porte di Damasco. Il suono dei tamburi di guerra in questi giorni - ora è il turno della Siria, in un incessante e continuo essere il turno di un paese o l’altro - può essere forse compreso meglio se si guarda alle ragioni profonde per cui scoppiano le guerre. 

Di ragioni di questo tipo ne sono state ricordate molte, e certo le une non escludono le altre. Una la ricorda Freud, e qui ne facciamo memoria. Se Freud ha ragione, ecco, abbiamo davvero un problema.

Dopo un iniziale visione positiva degli eventi, nelle settimane immediatamente successive allo scoppio improvviso della prima guerra mondiale, Freud mutò profondamente la propria opinione e si espresse in termini estremamente preoccupati su quanto stava accadendo. In una lettera privata del novembre 1914 scriveva:

"Non ho dubbi che l'umanità riuscirà a rimettersi anche da questa guerra; tuttavia so per certo che né io né i miei contemporanei vedremo mai più un mondo felice. Tutto è troppo orribile; ma quel che è più triste è che le cose vanno esattamente come avremmo dovuto immaginare in base a quanto le attese suscitate dalla psicoanalisi ci hanno insegnato sugli uomini e sul loro comportamento. E' questo atteggiamento nei confronti del genere umano ad avermi sempre impedito di condividere il suo sereno ottimismo. Nel segreto del mio animo ero giunto alla conclusione che, se ravvisiamo nella nostra civiltà attuale, che è di tute la più elevata, soltanto una gigantesca ipocrisia, è evidente che non siamo organicamente idonei per questa civiltà. Non ci resta che abdicare, e il Grande Sconosciuto, persona o cosa, che si nasconde dietro al Fato, ripeterà in futuro l'esperimento con un'altra razza" (S. Freud - Lou Andreas Salomé, Eros e conoscenza: lettere 1912-1936, Boringhieri, Torino 1983).

Al termine di un lungo periodo di meditazione, Freud trasse dallo studio di quanto era accaduto conseguenze importanti per la teoria psicoanalitica, che diedero luogo negli anni successivi a una lunga serie di scritti, culminanti nel Disagio della civiltà, in cui la questione della natura profonda delle pulsioni dell'uomo - simbolicamente descritti nei termini della mitologia greca come Eros (pulsioni di vita) e Thanatos (pulsioni di morte) - è studiata al fine di determinare quali sono le condizioni che la vita psichica deve affrontare per il sorgere e il mantenersi della civiltà. 

In questo percorso richiameremo brevemente una sintesi di queste riflessioni che Freud propose nel corso di un pubblico carteggio con Einstein nei primi anni Trenta. Vorremmo considerare come punto di partenza un breve scritto del 1915, dal titolo Caducità, in cui Freud si confronta direttamente con l'antico problema filosofico della caducità delle cose, della vanità di ogni sforzo umano tendente alla costruzione di qualcosa che duri; un problema che non solo la filosofia in senso stretto (ad esempio Schopenhauer, su cui Freud in quegli anni rifletteva molto) ma anche la letteratura tedesca aveva a lungo sottolineato. Ad esempio Goethe quasi al termine del suo Faust fa pronunciare a Mefistofele (il demonio che, come spirito della negazione, ha stretto un patto con Faust) queste celebri battute:

"Passato! Che parola sciocca! Perché "passato"?
Passato e puro nulla: identità completa.
Questo perpetuo creare, allora, perché?
passato!" Come dobbiamo intenderla
questa parola? È come non fosse mai stato
eppure s'agita in cerchio, come esistesse.
Preferirei, fossi io, il vuoto eterno
"

Il contesto è quello della morte di Faust. Il coro dei demoni, commentando la sua morte appena avvenuta aveva esclamato "È passato!", in riferimento a Faust e alla sua esistenza terrena.

Questi celebri versi era stati composti negli stessi anni in cui Schopenhauer aveva indicato in un puro nulla - vuota illusione - ogni vicenda umana ed anzi ogni vicenda che riguardi ciò che l'uomo può conoscere (il "mondo della rappresentazione"). Sicché per Freud nel 1915, memorie di questa tradizione, lo svanire delle cose, la loro caducità, imponeva di considerare in un contesto molto più generale quanto stava accadendo, come parte di un divenire complessivo della storia umana.
Nel breve scritto Caducità racconta di una conversazione avvenuta l'estate precedente alla guerra con un poeta giovane ma già celebre avvenuta nel corso di una passeggiata nella compagna estiva. Il poeta lamentava la tristezza della transitorietà di tutto ciò che in quel momento appariva ai loro occhi pieno di vita ("Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire , che col sopraggiungere dell'inverno sarebbe scomparsa"), e Freud gli rispondeva esaltando la vita della natura che si rinnova tutti gli anni ("e questo ritorno, in rapporto alla durata della nostra vita, lo si può dire un eterno ritorno") e la validità assoluta della bellezza, che non può dipendere dalla durata ("il valore di tutta questa bellezza e perfezione è determinato soltanto dal suo significato per la nostra sensibilità viva, non ha quindi bisogno di sopravviverle e per questo è indipendente dalla durata temporale assoluta"), senza peraltro conseguire alcun effetto sul suo interlocutore. 

Tornato su questi pensieri nel 1915 così scrive al termine del racconto della passeggiata:

"L'incontro col poeta era avvenuto nell'estate prima della guerra. Un anno dopo scoppiò la guerra e depredò il mondo delle sue bellezze. E non distrusse soltanto la bellezza dei luoghi in cui passò e le opere d'arte nelle quali incorse nel suo cammino; infranse anche il nostro orgoglio per le conquiste della nostra civiltà, il nostro rispetto per tanti pensatori e artisti, le nostre speranze di un definitivo superamento delle differenze tra popoli e razze. Insozzò l'alta imparzialità della nostra scienza, mise a nudo la nostra vita pulsionale, scatenò gli spirito malvagi dentro di noi che credevamo di aver debellato per sempre grazie all'educazione impartita dai nostri spirito più eletti nel corso dei secoli. Rifece piccola la nostra patria e di nuovo lontano e remoto il resto della terra. Ci depredò di tante cose che avevamo amate e ci mostrò la precarietà di molte altre che avevamo considerate durevoli" (S. Freud, Caducità, in Opere 1915, Bollati Boringhieri, Torino 1978).

Seguirono anni di intensa revisione delle teorie analitiche. Intanto la fama di Freud cresceva e la psicoanalisi si diffondeva, non senza profonde ostilità, in ambienti sempre più vasti. Il tema della guerra, come quello più generale della cultura e civiltà rispetto alla vita istintuale degli uomini, venne trattato in molti saggi, e uno degli ultimi tra questi, Il disagio della civiltà, (1929) termina con queste parole:

"Il problema fondamentale del destino della specie umana a me sembra sia questo: se, e fino a che punto, l'evoluzione civile riuscirà a padroneggiare i turbamenti della vita collettiva provocati dalla pulsione aggressiva e autodistruttrice degli uomini. In questo aspetto proprio il tempo presente merita forse particolare interesse. Gli uomini adesso hanno esteso talmente il proprio potere sulle forze naturali, che giovandosi di esse sarebbe facile sterminarsi a vicenda, fino all'ultimo uomo. Lo sanno, donde buona parte della loro presente inquietudine, infelicità, apprensione. E ora c'è da aspettarsi che l'altra delle due "potenze celesti", l'Eros eterno, farà uno sforzo per affermarsi nella lotta con il suo avversario parimenti immortale. Ma chi può prevedere se avrà successo e quale sarà l'esito?"

Nel 1931 nacque l'occasione di un pubblico scambio di lettere tra Freud ed Einstein, il celebre fisico. Entrambi questi studiosi erano ebrei, e avrebbero subito negli anni successivi le conseguenze del dominio nazista sulla Germania e sull'Europa, costretti all'esilio. Si erano conosciuti personalmente qualche anno prima, nel 1927, in casa di uno dei figli di Freud a Berlino e si era trattato di un incontro privato e del tutto amichevole (Freud aveva commentato l'incontro dicendo "Capisce di psicologia quanto io capisco di fisica, per cui la nostra conversazione è stata molto piacevole"). Non vi erano quindi al 1931 contatti di lavoro di alcun genere.
Einstein ricevette però dalla Società delle Nazioni l'invito a segnalare un tema e a indicare un interlocutore, tra i grandi intellettuali dell'epoca, con cui realizzare un pubblico scambio di lettere. Indicò Freud, che accettò, e il tema della guerra. Ne nacque un singolare documento, quasi profetico rispetto agli avvenimenti che sarebbero presto accaduti, in cui Freud concludeva la sua lettera di risposta a Freud ricordando che

"La condizione ideale sarebbe naturalmente una comunità umana che avesse assoggettato la sua vita pulsionale alla dittatura della ragione. Nient'altro potrebbe produrre un'unione tra gli uomini così perfetta e così tenace, perfino in assenza di reciproci legami emotivi. Ma secondo ogni probabilità questa è una speranza utopistica. Le altre vie per impedire indirettamente la guerra sono certo più praticabili, ma non promettono alcun rapido successo. È triste pensare a mulini che macinano talmente adagio che la gente muore di fame prima di ricevere la farina". 

Il tema che Einstein aveva posto era, in estrema sintesi, il seguente: "C'è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?". Non parlava in generale, ma si riferiva alla specifica situazione storica del momento pur ponendo la domanda in termini destoricizzati. Scriveva infatti:

"L'obiettivo cui si rivolge abitualmente il mio pensiero non m'aiuta a discernere gli oscuri recessi della volontà e del sentimento umano. Pertanto, riguardo a tale inchiesta, dovrò limitarmi a cercar di porre il problema nei giusti termini, consentendole così, su un terreno sbarazzato dalle soluzioni più ovvie, di avvalersi della Sua vasta conoscenza della vita istintiva umana per fare qualche luce sul problema. Vi sono determinati ostacoli psicologici di cui chi non conosce la scienza psicologica non può esplorare le correlazioni e i confini, pur avendone un vago sentore; sono convinto che Lei potrà suggerire metodi educativi, più o meno estranei all'ambito politico, che elimineranno questi ostacoli. (...)
Diritto e forza sono inscindibili, e le decisioni del diritto si avvicinano alla giustizia, cui aspira quella comunità nel cui nome e interesse vengono pronunciate le sentenze, solo nella misura in cui tale comunità ha il potere effettivo di imporre il rispetto del proprio ideale legalitario. Oggi siamo lontanissimi dal possedere una organizzazione sovranazionale che possa emettere verdetti di autorità incontestata e imporre con la forza di sottomettersi all'esecuzione delle sue sentenze
".

Freud risponde indicando nella teoria psicoanalitica delle pulsioni la regione dove cercare la risposta nella difficoltà di eliminare la guerra dalla storia dell'uomo. Traccia così una sintesi delle linee generali sul tema proposti nelle opere successive alla prima guerra mondiale:

"Lei si meraviglia che sia tanto facile infiammare gli uomini alla guerra, e presume che in loro ci sia effettivamente qualcosa, una pulsione all'odio o alla distruzione, che è pronta ad accogliere un'istigazione siffatta. Di nuovo non posso far altro che convenire senza riserve con Lei. Noi crediamo all'esistenza di tale istinto e negli ultimi anni abbiamo appunto tentato di studiare le sue manifestazioni. Mi consente, in proposito, di esporle parte della teoria delle pulsioni cui siamo giunti nella psicoanalisi dopo molti passi falsi e molte esitazioni?
Noi presumiamo che le pulsioni dell'uomo siano soltanto di due specie, quelle che tendono a conservare e a unire - da noi chiamate sia erotiche (esattamente nel senso di Eros del
Simposio di Platone) sia sessuali, estendendo intenzionalmente il concetto popolare di sessualità - e quelle che tendono a distruggere e a uccidere; queste ultime le comprendiamo tutte nella denominazione di pulsioni aggressiva o distruttiva. Lei vede che propriamente si tratta soltanto della contrapposizione tra amore e odio, universalmente nota, e che forse è originariamente connessa con la polarità di attrazione e repulsione che interviene anche nel Suo campo di studi. Non ci chieda ora di passare troppo rapidamente ai valori di bene e di male. Tutte e due le pulsioni sono parimenti indispensabili, perché i fenomeni della vita dipendono dal loro concorso e dal loro contrasto. Ora, sembra che quasi mai una pulsione di un tipo possa agire isolatamente; essa è sempre legata - vincolata, come noi diciamo - con un certo ammontare della controparte, che ne modifica la meta o, talvolta, solo così ne permette il raggiungimento. Per esempio, la pulsione di autoconservazione è certamente erotica, ma ciò non toglie che debba ricorrere all'aggressività per compiere quanto si ripromette. Allo stesso modo alla pulsione amorosa, rivolta a oggetti, necessità un quid della pulsione di appropriazione, se veramente vuole impadronirsi del suo oggetto. La difficoltà di isolare le due specie di pulsioni nelle loro manifestazioni ci ha impedito per tanto tempo di riconoscerle. (...)
E' assai raro che l'azione sia opera di un singolo moto pulsionale, il quale d'altronde deve essere già una combinazione di Eros e distruzione. Di regola devono concorrere parecchi motivi similmente strutturati per rendere possibile l'azione. (...) Pertanto, quando gli uomini vengono incitati alla guerra, è possibile che si destino in loro un'intera serie di motivi consenzienti, nobili e volgari, alcuni di cui si parla apertamente e altri che vengono taciuti. Non è il caso di enumerarli tutti. Il piacere di aggredire e distruggere ne fa certamente parte; innumerevoli crudeltà della storia e della vita quotidiana confermano la loro esistenza e la loro forza. Il fatto che questi impulsi distruttivi siano mescolati con altri impulsi, erotici e ideali, facilita naturalmente il loro soddisfacimento. Talvolta, quando sentiamo parlare delle atrocità della storia, abbiamo l'impressione che i motivi ideali siano serviti da paravento alle brame di distruzione; altre volte, ad esempio per le crudeltà della Santa Inquisizione, che i motivi ideali fossero preminenti nella coscienza, mentre i motivi distruttivi recassero a quelli un rafforzamento inconscio. Entrambi i casi sono possibili. (...)
Vorrei intrattenermi ancora un attimo sulla nostra pulsione distruttiva, meno nota di quanto richiederebbe la sua importanza. Con un po' di speculazione ci siamo convinti che essa opera in ogni essere vivente e che la sua aspirazione è di portarlo alla rovina, di ricondurre la vita allo stato della materia inanimata. Con tutta serietà le si addice il nome di pulsione di morte, mentre le pulsioni erotiche stanno a rappresentare gli sforzi verso la vita. La pulsione di morte diventa pulsione distruttiva allorquando, con l'aiuto di certi organi, si rivolge all'esterno, verso gli oggetti. L'essere vivente protegge, per così dire, la propria vita distruggendone una estranea. (...)
Se la propensione alla guerra è un prodotto della pulsione distruttiva, contro di essa è ovvio ricorre all'antagonista di questa pulsione: l'Eros. Tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini deve agire contro la guerra
" (Freud e Einstein, Perché la guerra, in Riflessioni a due sulle sorti del mondo, Bollati Boringhieri, Torino 1990, pp. 81-88. Il testo del carteggio è anche in http://www.iisf.it/discorsi/einstein/carteggio.htm).

È questa la conclusione di Freud al termine della lettera: "Tutto ciò che promuove l'evoluzione civile lavora anche contro la guerra".
Nel 1935 Einstein emigrava definitivamente negli Stati Uniti, essendo divenuto impossibile continuare, da ebreo, il suo lavoro in patria. Nel 1938 Vienna venne occupata dai nazisti e Freud fu costretto a rifugiarsi a Londra.
Nel 1939 scoppiava la seconda guerra mondiale.  

 

Mario Trombino
21/09/2013

 

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