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L’immagine fa riferimento al celebre mito di Edipo. In fuga dopo avere appreso dall’oracolo di Delfi che quelli che credeva fossero i suoi genitori non lo erano in realtà, e che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre, Edipo giunge a Tebe e incontra la Sfinge, dopo avere in effetti, fuggendo, ucciso un uomo senza sapere che si trattava del suo vero padre. Era Laio, re di Tebe. La Sfinge terrorizza la città. Propone un indovinello e divora chi non sa rispondere.

Giunto a Tebe nel suo peregrinare, Edipo capisce, dà la risposta giusta e libera la città. I Tebani lo fanno divenire re: sposerà Giocasta, la regina rimasta vedova di Laio. Giocasta è sua madre, e né Edipo né Giocasta lo sanno.  

Chi è l’uomo?

La risposta all’indovinello della misteriosa Sfinge è: l’uomo. Edipo sa ciò che ai cittadini di Tebe è precluso sapere. Come non farlo re?
Eppure, chi è l’uomo? Neppure Edipo sa questo, come non lo sappiamo noi, e la Sfinge prende contro Edipo la sua vendetta.
Non c’è situazione della vita in cui è evidente che non sappiamo chi siamo come il concepimento (e poi la nascita) e la morte: l’inizio e la fine della vita, che tuttavia non inizia davvero, perché ogni vivente è concepito da altri viventi, in una catena ininterrotta non sappiamo quando iniziata. Inizia però la vita individuale, senza peraltro che la vita possa non essere individuale (esiste forse una vita universale?), ed è la vita individuale ad avere termine.
Tuttavia l’uomo non può essere descritto solo in questi termini. L’uomo è anche persona, ha una sfera cognitiva ed emotiva, una mente. Ha una mente, o è una mente? Ha un corpo, oppure è un corpo?
Sono problemi che possono apparire astratti, ma divengono all’improvviso concreti quando, come descrive con chiarezza Viviana Cislaghi nell’articolo dedicato alla nozione di coscienza, si tratta di decidere se una persona che non ha più coscienza di sé (o presumiamo non l’abbia) è ancora una persona o no. È un essere vivente, è un corpo, è un mistero che cosa stia accadendo alla sua mente: ma… è una persona? chi decide per lei che non può più decidere, sempre che ci sia ancora (come persona)?
Benché i termini del problema etico (oggi diciamo bioetico, ma è solo una precisazione: il problema è comunque etico) siano chiari, e tra poco li enunceremo, essi riposano su una condizione di effettivo non sapere: non sappiamo chi siamo, e tuttavia non possiamo non decidere, e dobbiamo farlo sotto questo velo di ignoranza, perché le tecniche ci mettono oggi a disposizione strumenti di intervento prima inesistenti, e ci mettono quindi nella condizione di decidere su cose che prima non potevano neppure esistere. Secoli fa non si poneva il problema se staccare la spina o meno, perché non c’era la spina. Oggi c’è.

Il problema mente-corpo
La filosofia da Cartesio in poi abitualmente distingue mente e corpo e pone il problema della loro interazione (Serena Passarello pone i termini del problema nell’articolo dedicato alla nozione di realtà). Che interagiscano, è un’esperienza (un’esperienza che fa la mente, peraltro, non certo il corpo benché attraverso il corpo, essendo la mente la sede di ogni forma di coscienza a noi nota) e va chiarito come accada che gli eventi del corpo abbiano, o possano avere, un riflesso nella mente (e viceversa).
Ora, qualunque cosa siano il corpo e la mente, non saremmo uomini senza un corpo (saremmo menti), né lo saremmo senza una mente (saremmo corpi). Ma la mente appartiene a un piano dell’essere che non è quello del corpo: può pensare il passato che non c’è più e il futuro che non c’è ancora, può dialogare con altre menti, può vivere in spazi non reali, può pensare pensieri astratti, che non ci sono (qualsiasi idea universale non c’è sul piano della realtà fisica), e così via.
Questo problema filosofico diventa urgente e tocca chiunque di noi quando si tratta di decidere della vita e della morte. Della vita, ne parleremo in altre occasioni. Della morte ne parliamo adesso, a proposito del fatto che è possibile ci si trovi, da vivi, in condizioni di assoluta e radicale impossibilità di decidere per sé. Chi decide allora?

Ora per nonsoquandonésemaiaccadrà
Noi sappiamo di vivere in una condizione di oggettivo non sapere rispetto a cose decisive per ciascuno di noi. Per quel che riguarda il tema del testamento biologico, il non sapere riguarda anche il futuro, e in particolare le condizioni di vita e di morte nel futuro.
Rispetto al passato c’è la novità cui prima accennavamo: ci si può trovare in una condizione sospesa tra la vita e la morte, anche per anni – anche per molti anni se qualcuno ci alimenta e si prende cura di noi, o forse dovremmo dire del nostro corpo – perché le tecniche oggi lo consentono. Prima non lo consentivano.
Non sappiamo se mai accadrà, ma che fare se accade?
Questa reale situazione di non sapere, ma di alte possibilità tecniche, è la base del nostro discorso che ha di mira la definizione di un problema filosofico:
- non sappiamo esattamente chi siamo (problema mente-corpo);
- non conosciamo il futuro, né se la nostra mente ci sarà ancora pur essendo ancora vivo il nostro corpo;
- qualcuno deve decidere cosa fare se questa situazione accade, perché le possibilità tecniche sono più d’una.
E innanzitutto va deciso se staccare la spina o meno.
Il testamento biologico dice che è possibile che decida io. Ma non certo quando accadrà: non sappiamo neppure se la nostra mente ci sarà ancora, di certo non avremo la possibilità di far sapere in qualche modo qual è la nostra decisione. Ma possiamo farlo ora, ora che la nostra mente c’è, come si fa con un qualsiasi testamento.

Siamo proprietari della nostra vita?
Il problema è che i testamenti che si sono sempre fatti riguardano dei beni materiali da lasciare in eredità a qualcuno. Ma di questi beni noi siamo proprietari, mentre qui si tratta della nostra vita: noi siamo proprietari della nostra vita?  È un problema aperto, si tratta di decidere se sì o no, perché la risposta in realtà non la sappiamo. Eppure, non sapendola, dobbiamo scegliere comunque.
D’altra parte qualcuno deve decidere. O noi adesso, nell’ambito delle leggi dello Stato di cui siamo cittadini (e non in assoluto: il testamento è un atto che chiede validità legale), o altri al momento in cui si deve decidere: parenti, e comunque i medici.
Ma l’io che decide, al momento in cui decide, agisce per così dire al buio: non sa quale sarà la situazione in cui si troverà, ed esprime quindi una volontà generica. Non può esprimere quello che tecnicamente chiamiamo consenso informato, perché la situazione in cui c’è da decidere nessuno sa qual è né se ci sarà mai. Se la conoscesse, scriverebbe con certezza le stesse volontà?
Non c’è forse situazione in cui il filosofo si trovi a riflettere con maggiore incertezza sulla nostra identità: siamo figli del tempo, e il tempo è un fanciullo che gioca a dadi, scrive Eraclito.
Questa è la condizione umana, e sulla questione del tempo questa è anche la condizione universale. Ma è Pascal a ricordarci, ne richiamiamo un passo nell'articolo a lui dedicato, che se l’universo è sotto il dominio di leggi universali, e quindi del tempo, noi e non l’universo ne abbiamo coscienza.
Dunque, nella nostra copertina il commento all’immagine è una domanda, e non una affermazione: una firma per scegliere? E dunque: va messa o non va messa quella firma?
Negli articoli che seguono di questa sezione il lettore troverà molte ragioni a favore, e molte contro. Come vedrete, al centro delle due posizioni ci sono due tesi espresse da formule lapidarie: sacralità della vita versus qualità della vita.
Senza sapere che cos’è la vita (i biologi ce ne danno solo una definizione operativa), né di chi è.

 

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