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La Contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione

Per Marx la crisi economica nella società moderna è determinata innanzitutto dalla contraddizione, che ciclicamente si ripete, tra lo sviluppo delle forze produttive sociali del lavoro (FP) e i rapporti di produzione (RP) ad essa sottostanti.
Il rapporto tecnico fra la macchina e l’uomo, fra il lavoro morto e il lavoro vivo, permette di produrre sempre di più a parità di tempo o con meno dispendio di forza lavoro impiegata. Tuttavia, la ricchezza prodotta non trova sempre sul mercato la domanda sufficiente e in grado di ripagare i costi di produzione. Se la produttività aumenta, si liberano lavoratori, si creano i cosiddetti esuberi, insomma i disoccupati. Il capitale risparmia sul fattore lavoro per aumentare relativamente i propri margini di profitto. Aumenta con ciò la forza contrattuale del datore di lavoro, che tende ad abbassare i salari, in un mercato del lavoro a lui tendenzialmente favorevole. Sul mercato del lavoro si forma infatti un esercito industriale di riserva di lavoratori che, anche inintenzionalmente, si pone in concorrenza con la forza lavoro occupata. La conseguenza più immediata è che si verifichino crisi da sovrapproduzione (e/o da sottoconsumo), poiché la domanda di beni da parte della classe lavoratrice diminuisce e le merci permangono nei magazzini invendute, con il che il capitalista vede diminuire i propri margini di profitto o addirittura non ricostituisce il capitale anticipato.

La crisi però non è solo il momento in cui il rapporto FP e RP manifesta la sua intrinseca contraddittorietà; con la crisi si ristabilisce, anche in modo violento, quel nesso interrotto. L’equilibrio si ripristina. Ma in che modo? Vengono letteralmente distrutti e/o deprezzati capitale reale (merci, beni e servizi, materie prime) e capitali monetari, il credito si contrae, le forze produttive (macchine e tecnologia) possono essere anche distrutte da una guerra, oppure bloccate nella loro crescita dalla riduzione di investimenti, con l’ulteriore riduzione dei salari, o con i fallimenti d’impresa e con le concentrazioni in poche mani di maggiore ricchezza. Lo stesso capitale (macchine e materie prime) costa meno e quindi conviene a chi poi lo rimpiega. Determinante, a questo proposito, il fattore extraeconomico, cioè l’intervento dello Stato e della politica, ma anche della forza, che, soprattutto in tempo di crisi, può rappresentare la chiave di volta di un sistema apparentemente bloccato.

Ambivalenza della forma di merce
La contraddizione intrinseca al funzionamento del capitalismo è già presente nella sua cellula embrionale, la merce. La merce non è solamente una cosa utile, ma una cosa di valore, una cosa scambiabile, anzi prodotta innanzitutto in vista dello scambio.
Essa è valore d’uso e nello stesso tempo è anche valore di scambio, avendo la capacità di scambiarsi conaltre merci, e soprattutto, in un mercato avanzato, col denaro. Rappresentiamo il processo di scambio con M-D/D-M: da una parte c’è chi vende, dall’altra chi compra. Dopo la vendita di M (merce), chi entra in possesso di D (denaro), potrà acquistare altra M (merce). Abbiamo un’equivalenza in termini quantitativi e una metamorfosi dal punto di vista qualitativo. Il processo di scambio così rappresentato, per una singola merce, implica analoghi e collegati processi di scambio per tutto il resto del mondo delle merci. Certo, finché il ciclo degli scambi si realizza senza interruzioni, tutto procede per il meglio. Ma la possibilità dell’interruzione degli scambi, anche brusca, è data in via intrinseca. Proprio in ragione del fatto che, il singolo agente economico, per venire in possesso del tal valore d’uso, debba produrlo come merce, cioè come bene destinato sostanzialmente allo scambio, ovvero alla metamorfosi in denaro, implica la possibilità che, dall’altra parte, si presenti un agente economico non in grado e/o non disposto a realizzare l’equivalenza. Ecco dunque la crisi, insita nella stessa semplice forma di merce.

Denaro come merce assoluta
Il denaro è una merce come le altre, che però, a un certo punto dell’evoluzione degli scambi, e del loro complicarsi, assume la funzione di equivalente generale del mondo delle merci. Il denaro è poi innanzitutto moneta, cioè mezzo di circolazione, oltre che misura di valore, mezzo di pagamento, tesoro e moneta mondiale. Laddove gli scambi non presentano interruzioni, la circolazione del mezzo di pagamento (il denaro a tempo, la cambiale, il pagherò, la moneta fiduciaria) in realtà funziona idealmente, oggi diremmo virtualmente, come misura dei valori e denaro di conto. Il dare e l’avere si bilanciano, e solo ciò che resta viene sborsato in termini monetari. Ma quando interviene la crisi, il denaro si trasforma in vero e proprio tesoro, cioè viene richiesto di per sé, in quanto denaro contante, merce assoluta, cioè l’unica merce capace di rappresentare e conservare in sé la possibilità, in futuro, di retrotrasformarsi in valore d’uso. Viceversa, in tempo di crisi, le merci comuni, perdono di valore, ossia rappresentano una diminuita capacità di trasformarsi in denaro sonante. Tutti vendono, nessuno compra. Tutti hanno bisogno di denaro per pagare debiti pregressi, ma il denaro in circolazione non c’è o non è sufficiente a soddisfare le esigenze del commercio e dell’imprenditoria. Ecco allora la crisi monetaria palesarsi come aspetto, essenziale e intrinseco, delle crisi produttive e commerciali. Decisivo al proposito il ruolo rivestito dal sistema del credito, dalle banche e soprattutto dalla Banca centrale che, secondo Marx, può anche sostituirsi, nel bene e nel male, alla politica economica del governo.

Antagonismo salario e profitto
La contraddizione intrinseca alla struttura produttiva del capitalismo (FP/RP) si manifesta anche a livello distributivo. Data la lunghezza della giornata lavorativa (fissata per legge), Marx ci spiega che non tutto il tempo di lavoro erogato dal lavoratore si tramuta in salario. Possiamo rappresentare il valore della merce prodotta, poniamo nell’arco di otto ore giornaliere, come segue: c + v +  pv = w . Con c rappresentiamo il valore del capitale costante (macchine, materie prime) che, nel corso del processo lavorativo, viene consumato dal lavoratore e trasferito, nella stessa misura, in w (valore del prodotto finale). Con v (capitale variabile)rappresentiamo il valore della forza-lavoro, cioè, in termini di prezzo, il salario corrisposto a fine processo ai lavoratori, che gli stessi producono ex novo in quella giornata e trasferiscono in w. Con pv rappresentiamo il plusvalore, anch’esso valore prodotto ex novo dal lavoratore, che eccede il valore di v. Tale eccedenza costituisce, in termini di prezzo, il profitto di cui si appropria gratuitamente il capitalista. In una intera giornata di lavoro dunque, il lavoratore produce un neovalore (rispetto al valore di c già contenuto nel capitale costante e solo trasferito nel prodotto dal processo lavorativo) che corrisponde alla somma di v + pv = 8 ore di lavoro vivo. Considerando il rapporto pv/v, fissata la lunghezza della giornata lavorativa, possiamo facilmente dedurre come il margine di profitto di cui il capitalista può appropriarsi, dipende dalla quantità di v (salario e/o numero di lavoratori), che viene distribuita a fine processo. Se il salario viene diminuito o diminuisce il numero dei lavoratori impiegati, caeteris paribus, aumenta la quantità relativa di pv che il capitalista intasca. La compressione dei salari o il licenziamento di lavoratori, risulta quindi uno dei fattori imprescindibili per il capitalista, laddove si determini l’esigenza di far crescere il proprio profitto.
La distribuzione antagonistica dei due redditi (reddito da lavoro e reddito da capitale) è la causa ultima che innesca la crisi da domanda, cioè da sottoconsumo. Bassi i salari, bassa la domanda di beni. Naturalmente si presuppone, per ragioni di semplificazione, una società sostanzialmente spaccata in due, classe dei capitalisti e classe operaia. Il fatto rilevante, secondo Marx,  è che tale contraddizione lavoro/capitale o salario/profitto non solo non è risolvibile, ma costituisce l’essenza più propria di questo sistema produttivo.

La crisi come caduta tendenziale del saggio di profitto
Sebbene la massa di profitto, cioè la quantità di profitto intascata dal capitalista, eroda tendenzialmente il salario, con tutte le contraddizioni che ciò implica, la valorizzazione del capitale, e cioè la riproduzione su scala allargata, ossia il fatto che il capitalismo non si limita a riprodurre i fattori di produzione, ma produce necessariamente un sovrappiù, è essenzialmente caratterizzata dalla tendenza alla diminuzione relativa del plusvalore rispetto al valore dei fattori produttivi, rispetto al valore e alla quantità di capitale anticipato per la produzione, soprattutto di capitale costante. Se misuriamo il saggio di profitto con il rapporto fra pv/(c+v) notiamo, come tendenza di lungo periodo, che il valore di c aumenta più di quanto non diminuisca v, cosi comeil valore di pv non aumenta nella stessa proporzione con la quale aumenta il valore di c. In altri termini, in condizione avanzate, soprattutto dal punto di vista tecnologico, il valore che relativamente aumenta più di quanto non aumenti il sovrappiù è proprio il valore del capitale costante e cioè fondamentalmente il valore del mezzo di produzione che, comparendo al denominatore del rapporto con pv, nedetermina tendenzialmente la riduzione in percentuale. O meglio, se con quel rapporto intendiamo, a orologi fermi, il sovrappiù complessivamente prodotto da un determinato capitale complessivo sociale, per esempio su base nazionale, potremmo notare come la massa di plusvalore prodotta, sulla base del fattore di produzione costituito da capitale fisso, macchinari e quant’altro, diminuisce e con ciò diminuisce la quantità relativa di profitto da redistribuire fra i capitalisti operanti. In altre parole, la tendenza insita nel capitalismo ad aumentare la produttività del lavoro (diminuendo perciò i costi di riproduzione dello stesso, ovvero il valore della forza-lavoro, o capitale variabile) porta con sé, misurato relativamente, l’aumento del valore e/o della massa di capitale costante. Tutto ciò, relazionato con la produzione di pv, determina la cosiddetta caduta tendenziale del saggio di profitto, cioè la tendenziale diminuzione di pv/(c+v).
In altre parole, per Marx, la contraddizione essenziale del capitalismo risiede nel fatto che la tendenza dei capitalisti ad accrescere c – e dunque q=c/v (cioè la composizione organica del capitale) -  determina, in ultima analisi, la caduta del saggio del profitto. Ciò a ragione del fatto che per il singolo capitalista è conveniente accrescere c, dal momento che ciò determina l’aumento della produttività del lavoro, la conseguente riduzione dei costi di produzione e dei prezzi delle merci prodotte, generando aspettative positive in ordine all’aumento della quota di mercato da accaparrarsi. Nel momento però in cui tutti i capitalisti si comportano in questo modo, l’aumento di c riduce il saggio del profitto, a danno di tutti i capitalisti. 
Marx riconosce che al crescere di c, il saggio di plusvalore (pv/v) cresce, dal momento che l’avanzamento tecnico fa crescere la produttività del lavoro; ciò costituisce, a suo avviso, una delle controtendenze rispetto alla “legge generale” della caduta tendenziale del saggio del profitto, visto che, per Marx, l’aumento di c comporta – in un orizzonte di lungo periodo – esclusivamente la caduta del saggio del profitto. Stando perciò a questa lettura, possiamo assumere con Marx che, nel lungo periodo, l’aumento di pv è di entità così trascurabile, che il profitto inevitabilmente deve decrescere.

La crisi negli USA e in Europa. Una lettura marxista
La crisi negli USA è stata causata da un’enorme e crescente disuguaglianza distributiva, sia all’interno dell’economia statunitense, sia su scala globale. La caduta dei salari, largamente imputabile alle politiche di accentuata precarizzazione del lavoro e al sostanziale smantellamento del welfare state, è la principale causa del massiccio ricorso al credito al consumo, favorito da politiche di bassi tassi di interesse. Al tempo stesso, le banche statunitensi hanno cominciato a concedere crediti – sotto forma di mutui a tasso variabileanche a individui totalmente privi di garanzie reali, al fine di consentire, come viene dichiarato, anche agli individui meno abbienti l’acquisto di un’abitazione. Ne è seguito l’aumento della domanda di immobili e, conseguentemente, l’aumento del loro prezzo. L’improvviso aumento dei tassi di interesse – deciso dalla FED la Banca centrale statunitense – ha reso sempre più difficile la restituzione del debito da parte dei lavoratori, fino a generare, con salari reali in ulteriore declino, insolvenze. Le quali si sono tradotte in perdite per gli Istituti di credito, che hanno reagito (quando non sono falliti) restringendo l’offerta di moneta. E la restrizione del credito ha avuto immediati effetti sulla produzione, dal momento che le imprese si sono trovate nella condizione di non poter finanziare gli investimenti programmati. Da qui, la caduta del PIL e dell’occupazione, prima negli Stati Uniti, poi – per meccanismi di propagazione resi molto rapidi dall’accelerazione dei tempi di produzione e vendita in regime di globalizzazione – in Europa e su scala globale.
A monte di questa strategia, si rileva la fondamentale contraddizione del modello di sviluppo neoliberista degli ultimi decenni. In questo modo di produzione, il capitalismo necessita, contestualmente, di bassi salari e alti consumi. I bassi salari sono necessari a garantire la competitività di costo alle imprese, mentre gli alti consumi sono altrettanto necessari per garantire la vendita dei loro prodotti. In un mondo di bassi salari sarebbe stato impossibile garantire la seconda condizione, se non spingendo i lavoratori statunitensi a indebitarsi. Ma l’indebitamento privato è esso stesso fonte di instabilità, concausa di inflazione (aumento dei prezzi), ma soprattutto insostenibile in un orizzonte di lungo periodo, con salari in continua riduzione.
«Per ciò che concerne la crisi in Europa, il crollo dei mutui subprime negli Stati Uniti ha avuto due conseguenze: la prima è che gli acquirenti di questi titoli, in buona parte in Europa, hanno scoperto improvvisamente che una parte del loro attivo era di dubbio valore; la seconda è l’avvio di una recessione negli Stati Uniti che ha visto calare le esportazioni europee verso quest’area. I Paesi della zona euro hanno subito quindi un duplice shock: il calo della domanda netta proveniente dall’estero, e la perdita di valore dello stock di ricchezza finanziaria. Inoltre, l’adozione di una moneta unica, impedendo l’uso della svalutazione.
Una conseguenza rilevante degli squilibri commerciali è che si riflettono in un indebitamento crescente del settore privato nel Paese in deficit verso il settore privato del Paese in surplus. Se al 1999, prima dell’euro, il debito pubblico italiano era quasi completamente un credito di soggetti italiani, gli squilibri commerciali si sono accompagnati successivamente ad una variazione nel portafoglio degli operatori, con un consistente aumento del debito pubblico, cui corrisponde un credito in uno dei Paesi in surplus nell’area euro
Con l’insediamento del governo Papandreou, in Grecia, si avvia una nuova fase della crisi. Il nuovo primo ministro, poco dopo l’elezione, rivela che il deficit pubblico effettivo era di molto superiore a quello dichiarato dal governo uscente, che aveva “truccato i conti”.
La Grecia è quindi in una situazione molto lontana da quella prevista dai trattati dell’area euro, e ha un problema immediato di rifinanziamento del debito in scadenza, oltre che del deficit corrente. Se a questo punto la leadership europea avesse attuato un programma di rifinanziamento a basso costo del debito greco, consentendo al Paese di uscire dalla recessione, prima di risanare i conti, la crisi attuale non avrebbe avuto luogo. I vertici europei hanno invece deciso di subordinare il sostegno finanziario alla Grecia all’attuazione di un piano di austerità, ed impedendo l’intervento della BCE sul mercato primario dei titoli greci, hanno tollerato l’aumento nei tassi a cui il governo greco poteva rifinanziarsi sul mercato.
I mercati finanziari hanno quindi capito che, dato l’assetto istituzionale dell’area e la politica scelta dai vertici – in particolare l’asse Merkel-Sarkozy – la possibilità di default di un governo era possibile, con il conseguente rischio di non essere rimborsati. Sono quindi aumentati i tassi di interesse, mettendo in moto un meccanismo perverso, in cui l’aumento del tasso di interesse sul debito pregresso genera un aumento dei pagamenti per interessi – e quindi del deficit e del debito da parte del settore pubblico.
Finché i tassi di interesse che i governi sovrani devono pagare per rifinanziarsi sono stabiliti dai “mercati”, che hanno un reddito tanto maggiore quanto più alti sono gli interessi, la crisi non avrà soluzione, e l’austerità comporterà un trasferimento massiccio di reddito e ricchezza da chi dall’austerità viene colpito – sia per gli aumenti nelle imposte che per le riduzioni nei servizi – ai creditori.»[1]

 

Sulla articolata questione dei subprime ringrazio Guglielmo Forges Davanzati per i suoi preziosi e puntuali chiarimenti in merito.

 

Carla Maria Fabiani

 



[1] G. Zezza, La crisi dell’euro: invertire la rotta o abbandonare la nave?, in S. Cesaratto e M. Pivetti (a cura di), Oltre l’austerità, Ebook Micromega on line, Roma, Luglio 2012, pp. 99 e ss.

 

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