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Nei tempi antichi, Eraclito scrisse che colui che sa non è chi conosce tante cose in modo superficiale e disordinato, ma chi conosce poche cose essenziali, in modo profondo ed ordinato. Questo messaggio risulta a mio avviso particolarmente importante per chi si trova agli inizi del percorso conoscitivo, ossia per i bambini della scuola elementare. La scuola “elementare” infatti, come dice la parola stessa, deve fornire proprio gli elementi primi, i mattoncini, su cui poi si costruisce l’intero sapere educativo. Così come la fisica si apprende partendo dagli atomi, o meglio dalle componenti più piccole della materia, che poi formano le molecole; così come la matematica si impara inizialmente dai numeri, su cui poi si strutturano le operazioni; così come la lingua si impara partendo dalle lettere dell’alfabeto, su cui poi si costruiscono le parole, è importante che ai bambini delle scuole elementari vengano fornite soprattutto solide conoscenze di base sulle materie fondamentali (italiano, storia, matematica, scienze, geografia), le quali consentiranno poi loro, appunto, di costruire uno stabile edificio di sapere.
Questa idea di fondo è già presente nella filosofia antica. Nel suo De rerum natura  ad esempio, Lucrezio, basandosi sulla precedente opera di Democrito ed Epicuro, esplicitò chiaramente il principio della formazione degli enti, ponendolo in stretta connessione col principio della formazione delle parole. Così come nel I libro egli scrisse infatti degli elementi primi fisici, ossia degli atomi, che formano i corpi, nel II libro trattò con gli stessi termini degli elementi primi grafici, ossia delle lettere, che formano le parole. Tale parallelismo è peraltro favorito proprio dalla parola latina elementum, che, al pari della parola greca stoicheion, indica sia l’atomo che la lettera. Così dunque come, unendo gli elementi fisici secondo precise modalità si formano le cose, unendo gli elementi grafici secondo precise modalità si formano le parole. Tale parallelismo fu presente anche in Platone, che nel Teeteto considerava le lettere dell’alfabeto come quegli elementi visibili e noti, in grado forse di farci conoscere gli elementi invisibili ed ignoti del cosmo. In maniera analoga Aristotele, nella Metafisica, indagando la causa materiale dei fenomeni fisici, scrisse che occorre innanzitutto indagare gli elementi costitutivi degli enti che strutturano tali fenomeni; significativamente, egli comunque intese la causa materiale in un senso molto ampio, tanto che, citando qualche esempio della medesima, lo Stagirita menzionò appunto le lettere dell’alfabeto, costitutive delle parole, e le premesse dei sillogismi, costitutive delle conclusioni.
I paradigmi che mostrano la necessità, per progredire nel sapere, di conoscere bene gli elementi primi della realtà, si potrebbero ampliare. Nella chimica ad esempio, già Empedocle, e dopo di lui la maggior parte del pensiero scientifico greco, ritenne che i 4 elementi costitutivi del cosmo (acqua, aria, terra, fuoco) fossero la base per comprenderne le trasformazioni; dalla loro combinazione infatti, in base alle loro caratteristiche strutturali, derivano tutti gli enti ed i fenomeni del cosmo fisico. Dopo Mendeleev il sistema periodico degli elementi ha raggiunto la cifra di 109, e non più di 4, ma mantenendo lo stesso ragionamento di fondo: gli elementi sono i principi costitutivi della materia sicché, se si vuole comprendere la realtà fisica, composta di materia, occorre conoscere bene gli elementi.
Il pensiero antico, filosofico e scientifico, mostra dunque un parallelismo fra materia e linguaggio. Così infatti come nella materia gli atomi formano le molecole, queste ultime i sistemi supramolecolari, da qui le cellule e con esse gli organi, gli apparati ed infine il corpo, nel mondo linguistico le lettere formano prima le sillabe, poi le parole, poi le frasi, i libri, le enciclopedie ed infine l’intera biblioteca del sapere. La realtà è in effetti sistematica, ossia interconnessa, sicché è fondamentale comprenderne gli elementi costitutivi, ossia le parti, in quanto esse sono i mattoni su cui si strutturano le connessioni della realtà medesima. Senza conoscere gli elementi primi e le connessioni di base, dunque, non si può comprendere la realtà.
Ho svolto questa lunga premessa non tanto per ribadire cose ampiamente conosciute dagli studiosi del pensiero antico – ma non, ovviamente, da tutte le persone –, quanto per rendere più agevole la comprensione di come le riforme della scuola degli ultimi anni, comprese quelle della scuola elementare (con il recente cospicuo apporto della cosiddetta “buona scuola”), stiano andando in una direzione totalmente opposta rispetto a quella concordemente auspicata dai più grandi filosofi della Grecia classica: autorità, se me lo si concede, degne sempre di un certo ascolto. Anziché, infatti, rinsaldare gli elementi primari del sapere, in una visione unitaria – che peraltro la figura del maestro unico favoriva – facilitante la comprensione dell’intero, la scuola elementare propone oggi al contrario proprio quella polymathia criticata da Eraclito, ossia quel presuntuoso voler sapere tante cose (che poi, semplicemente spiluccate, non vengono interiorizzate, e vengono per questo rapidamente dimenticate), che alla fine non lascia in mano nulla. Non è infatti un segreto, ma è anzi per le attuali forze politiche un motivo di vanto, che nelle scuole elementari siano non solo insegnate – in maniera differenziata, ma comunque diffusa – materie come inglese, informatica, economia, ma che vengano anche svolte, nelle ore di lezione, attività tipo corsi di scacchi, o simili, che sottraggono tempo e considerazione alle materie di base, solitamente alla lingua italiana.
La maggior parte dei genitori, che risente del clima culturale del nostro tempo, tende di solito a ben considerare queste novità, che si ritiene da un lato alleggeriscano i figli dalla presunta seriosità della scuola, e dall’altro li avvicinino da subito alle esigenze del mercato del lavoro (l’inglese, l’informatica, tra qualche anno l’impresa…). Dal mio punto di vista, ossia dal punto di vista di un papà che insegna anche Storia della filosofia alla università statale, mi pare invece che in questo modo si stia arrecando ai ragazzi un danno, i cui effetti – queste riforme essendo in corso da una ventina d’anni – sono già visibili nelle attuali generazioni di studenti.
Chiunque infatti si trovi a leggere elaborati scritti dei giovani universitari, sa che la qualità degli stessi è negli anni notevolmente peggiorata, anche a livello delle più elementari (appunto) norme grammaticali: ortografia, sintassi, punteggiatura. Non parlo poi della poca capacità di approfondire con originalità i contenuti, della precaria coordinazione logica delle proposizioni, della esigua povertà del lessico: anche gli esami orali mostrano sovente – salvo eccezioni, come ovvio sempre presenti – un quadro desolante. Naturalmente, come emerge analizzando l’intero sistema scolastico italiano (sul quale i libri di Massimo Bontempelli e Lucio Russo continuano ad essere insuperati),  non tutte le colpe sono da far risalire alle scuole elementari. Tuttavia, il fatto che sin dall’inizio si punti non a rendere stabili le fondamenta, le pietre d’angolo, i mattoni del sapere, ma si disperda il tempo in molte materie/iniziative che non hanno come finalità primaria l’educazione (il favorire la formazione della persona), ma solo, quando va bene, la istruzione (il fornire, appunto, strumenti ai futuri lavoratori/consumatori: a questo servono l’inglese, l’informatica e l’economia spicciola), non è una buona cosa. I bambini infatti non sentono più di stare costruendo a scuola il proprio futuro – cosa particolarmente importante soprattutto per chi viene da famiglie non agiate –, ma solo di stare passando il proprio tempo facendo varie cose non sempre collegate fra loro. Tuttavia, per una vera educazione, una solida struttura di base è necessaria: solo così, in futuro, cresceranno infatti persone stabilmente in grado di ragionare con la propria testa, di comprendere la realtà e di appassionarsi ad essa, cercando di mutarla per il meglio. Viene talvolta il dubbio purtroppo, alla luce delle argomentazioni qui presentate, che le riforme della scuola degli ultimi anni, peraltro simili in tutti i paesi occidentali, abbiano come fine proprio la riduzione della possibilità che si formino, nel tempo, persone siffatte.

Luca Grecchi
13/02/2017

Immagine: Interesting Story, Laura Muntz Lyall, 1898.

 

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