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Socrate, fosse vissuto oggi, sarebbe già impazzito. Lui, il più saggio degli uomini perché consapevole dell’ignoranza che ci acceca, non sopravvivrebbe un giorno in questo mondo di profeti. Grazie alla rete, e in particolare ai Social Networks, qualsiasi cosa accada diventa immediatamente oggetto dell’opinione di chiunque voglia gettarsi nella mischia con in bocca la sua verità di pietra. Ma probabilmente Socrate non avrebbe avuto un account Facebook, e quindi il problema nemmeno si sarebbe posto. Sono io che, sguazzando nelle mie contraddizioni e con una certa dose di masochismo, non mi decido a smettere una volta per tutte di partecipare, seppur silente per non dar ragione alla mia imbecillità affettiva, a queste battaglie a suon di commenti. Eppure, quando chicchessia osa toccare le cose che più amo, il mio cuore ha un cedimento. Sfido chiunque a non proferir parola nel sentirsi infilzare con un pugnale digitale, anche solo per chiedere il motivo di tale arditezza. E infatti, purtroppo, la maggior parte delle volte il motivo non c’è. Si dice quello che si pensa senza sapere assolutamente niente né della cosa di cui si ha un’opinione né del pensare stesso, che è un processo e non un sasso da lanciare. Ma la voglia di dire “ehi, sono qui, esisto e ho un’opinione, una qualsiasi opinione, è più forte, molto più forte”. Opino, ergo sum (opino – ho una opinione, quindi sono). Questa la legge che, oggi, ci rende vivi.
Questa lunga premessa per dire che quando leggo opinioni piccole e tristi, nel contenuto e nel pensiero di chi le professa, su argomenti che mi sono particolarmente vicini, mi intristisco molto anche io, e a volte ho voglia di rispondere per le rime. Non lo faccio mai. Ma ci ripenso, e quando questo pensiero mi assilla devo necessariamente scriverlo, per liberarmene e continuare la mia vita. Per arrivare al dunque, l’opinione – travestita da domanda retorica – che mi ha portato a questo è la seguente: “qualcuno può spiegarmi come mai uno dei libri più banali di sempre è diventato un grande classico?” Si riferisce a Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, libro del 1943 che l’autore-aviatore francese pensò per i bambini, ma in realtà è molto più istruttivo per gli adulti. Ora, io non ho qui l’ardire di fornire ai delusi da questo libro – e dico delusi perché mi auguro l’abbiano letto, altrimenti di cosa stiamo parlando? – una spiegazione sul perché sia diventato un classico, ma solo testimoniare, da lettore, il valore che ha per me e che penso abbia per tutti, il quale si allontana molto dal concetto di “banalità”.
Non starò qui a farne un riassunto, perché per contestare la sua natura di classico l’avrete sicuramente letto con dovizia. Mi chiedo cosa sia per voi un classico. Tra le tante definizione che ne da Italo Calvino c’è questa: “chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani”. Ecco, un talismano, qualcosa che ha dentro di sé un potere, se non magico, psicologico, che ci aiuta a vivere. Il Piccolo Principe per me è un talismano, e si configura come equivalente dell’universo, perché lì dentro c’è tutto, tutto quello che l’uomo si dimentica ogni giorno in questa esistenza offesa da chi pensa che le riflessioni del piccolo principe siano banali. Banale il re che crede di poter comandare l’universo, l’uomo d’affari che conta le stelle autoproclamandosene padrone, l’ubriacone che si vergogna di bere e beve per dimenticare, il vanitoso che gli interessa solo di essere ammirato, il geografo che non sa cosa scrivere sui libri perché è un geografo, mica un esploratore! Tutto questo è banale per chi non vuol vedere che il mondo va davvero così – oppure gli sta bene? –, e va così proprio per colpa loro. Per il piccolo principe questi uomini sono assurdi, fanno cose che non riesce proprio a capire: per esempio, perché l’uomo d’affari passa tutto il suo tempo a contare le stelle? Perché le possiede. E perché le possiede? Per essere ricco? E perché vuol essere ricco? Per comprare altre stelle se qualcuno le trova, e a nient’altro considerato che sul suo pianeta non c’è che lui. No, niente, il piccolo principe non lo capisce, a lui non interessa possedere le stelle, solo goderne la bellezza, anche se la sua vera passione sono i tramonti.
Questa semplicità, questo contrasto col mondo degli adulti – assurdi, egoisti, materialisti, guerrafondai (ricordiamoci che Saint-Exupéry pubblica il suo libro in piena guerra) – non è l’ingenuità di un bambino, o almeno non solo, ma è la forza di opporsi a un mondo ingiusto, squallido, che smarrisce il senso (del tempo, del piacere, delle relazioni – che il racconto indaga con profondità attraverso le figure della rosa e della volpe) per riempirsi le tasche (di ricchezza ma anche di potere, fama, verità arbitrarie fatte valere sugli altri). È questo per me il vero messaggio. Non tanto che gli adulti non riescano più a vedere le cose essenziali che invece vedono i bambini, perché questi usano il cuore e non solo gli occhi, ma che siamo noi, che sappiamo che questo mondo è ostaggio di valori fasulli, che ci allontanano invece di avvicinarci, che dobbiamo continuare a ribellarci, a far valere le ragioni del piccolo principe. Che cos’è questo se non un talismano? Come potrei, ogni volta che mi capita di ritrovarmi in qualche “costrizione” sociale, non sentirmi come il narratore che all’età di sei anni smise di disegnare perché nessuno capiva che il suo disegno non era un cappello ma un boa che aveva ingoiato un elefante? “E allora non parlavo di boa, di foreste primitive, di stelle. Mi abbassavo al suo livello. Gli parlavo di bridge, di golf, di politica, di cravatte. E lui era tutto soddisfatto di avere incontrato un uomo tanto sensibile”.
L’unico adulto incontrato dal piccolo principe durante il suo viaggio che non gli appare assurdo – o meglio, che gli appare meno assurdo degli altri – è il lampionaio, che si occupa di accendere e spegnere l’unico lampione del suo piccolissimo pianeta. In realtà, in un primo momento, la cosa stupì il piccolo principe, perché che senso hanno un lampione e un lampionaio su un pianeta tanto piccolo da riuscire a contenere solo loro, e per di più sospeso in un cielo con stelle ben più luminose. Ma subito dopo pensa: “quando accende il suo lampione, è come se facesse nascere una stella in più, o un fiore. Quando lo spegne addormenta il fiore o la stella. È una bellissima occupazione, ed è veramente utile, perché è bella”. In quest’ultima frase, per me, è racchiuso tutto il senso del racconto. La nostra società vive su questa divaricazione di utile e inutile, produttivo e non-produttivo, dando valore soltanto al primo termine. Mentre la vita è un’altra cosa, non è quantificabile, non è riducibile a nessuna formula che possa garantirne la realizzazione. Nella sua ingenuità il piccolo principe ritiene utile un’occupazione che ogni adulto riterrebbe inutile, uno spreco di energia. Utile perché bella, come l’arte, inutile per i più (a meno che non frutti denaro), ma che con la sua bellezza eleva l’animo umano, spronandolo alla riflessione, alla contemplazione, all’autodeterminazione, alla libertà.
Un ulteriore aspetto molto importante di questo classico, che non tutti considerano, è l’ostinazione del piccolo principe nel porre le sue domande. Quando fa una domanda, anche se il suo interlocutore cambia discorso, lui non demorde e la ripete finché non viene tentata una risposta, perché vuole capire, vuole conoscere. Questo atteggiamento di ricerca insaziabile del senso profondo delle cose è essenzialmente filosofico. Il piccolo principe è un piccolo filosofo. E lo è ancor di più perché va alla ricerca delle risposte compiendo un lungo viaggio, conoscendo altri luoghi e altri  modi di vivere, aprendo così la mente.
Capisco che difendere la vita nella sua autenticità, ricordando all’uomo che è lui stesso, e non la società o la verità altrui, l’artefice del suo senso e del suo futuro, e che ciò significa vivere una vita degna di essere vissuta, nell’ampiezza delle possibilità a lui concesse dalla natura (nella ricerca della conoscenza, dell’amore, dell’amicizia, della realizzazione personale); e farlo attraverso un’opera d’arte, una di quelle cose spesso ritenute superflue da chi vive una vita non indagata (e quindi come direbbe Socrate non degna di essere vissuta); non sia un’idea facile da mandar giù, e che possa addirittura apparire banale nella suo modo di illuminare il marcio che siamo abituati a considerare come vera vita. Non lo è, mi dispiace, e Il Piccolo Principe rimarrà sempre lì a ricordarmelo.

Stefano Scrima
06/02/2017

Immagine: Piccolo Principe con la volpe, 1943.

 

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