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Gli storici della filosofia antica sono generalmente poco propensi ad utilizzare il pensiero classico per analizzare tematiche contemporanee. Questo in quanto gli antichi si sono occupati di questioni differenti, simili solo per analogia (ossia appunto con qualche differenza) rispetto alle nostre. Tuttavia, molti studiosi sono a mio avviso frenati, in questo genere di comparazione, dallo storicismo, ossia dalla falsa convinzione secondo cui il valore di ogni pensiero è sempre e solo limitato al relativo contesto storico. Poiché lo storicismo è, come evidente, l’anticamera del relativismo, dunque della negazione autocontraddittoria della verità (la quale, quando sussiste, vale invece sempre), ritengo che questa norma possa, almeno in alcuni casi, essere trascesa.
Nella fattispecie, mi sembra possibile dire qualcosa sul rapporto fra il pensiero di Aristotele sulla democrazia e la recente riforma costituzionale sulla quale il 4 dicembre 2016, come cittadini italiani, saremo chiamati ad esprimerci. Da studioso di filosofia, dunque non propriamente esperto del tema, quanto sono riuscito a comprendere – leggendo analisi di studiosi autorevoli – è che la attuale riforma condurrà, a fronte di piccoli risparmi di spesa, ad una discreta riduzione della democrazia. Questo è sicuramente grave, ma forse non gravissimo, per il semplice motivo che di democrazia ne abbiamo oramai talmente poca, che quanto si potrebbe perdere, in proporzione, non sarà comunque molto.
Questa argomentazione, volutamente paradossale, può essere utile per stimolare la riflessione su cosa realmente sia la democrazia. A tale fine mi servirò appunto del pensiero di Aristotele, cui dobbiamo, con la Politica, una delle prime e più articolate analisi del tema (mi propongo, in un prossimo articolo, di soffermarmi sulla precedente analisi di Platone).
Per iniziare con una battuta: dato che Aristotele è ritenuto da molti studiosi come antidemocratico, si potrebbe pensare che egli voterebbe “Si” alla presente riforma. Io penso tuttavia, studiandone il pensiero da molti anni, che se dovesse proprio votare, egli voterebbe “No”. Il punto, comunque, non è questo. Altra è la domanda da porre. Perché un Aristotele redivivo, oggi, sosterrebbe che in Italia, come nella maggior parte dei paesi occidentali, vi è assai poca democrazia?
Non certo perché la maggior parte dei quotidiani e dei telegiornali è schierata – almeno nel nostro paese – col Governo: questo rappresenta un limite al diritto di informazione, che pone l’Italia agli ultimi posti in Occidente per libertà di stampa, ma non è ancora il punto centrale. Il punto centrale è che per Aristotele tutti i contesti crematistici (in cui cioè il fine del sistema è la ricerca di denaro, ed in cui dunque la politica si subordina alla economia: è quanto accade in massimo grado nel modo di produzione capitalistico) tendono a non assumere assetti istituzionali democratici, bensì oligarchici.
Noi oggi, in Occidente, siamo abituati al criterio formale di associare la democrazia al voto, per cui quando c’è suffragio universale – anche se i partiti si assomigliano tutti – riteniamo che ci sia democrazia. Aristotele, invece, utilizzava un altro criterio, più sostanziale. Egli mostrava cioè che la differenza principale fra oligarchia e democrazia consiste nel fatto che la prima coincide con il governo dei ricchi nell’interesse dei ricchi, i quali solitamente sono pochi, mentre la seconda coincide con il governo dei poveri nell’interesse dei poveri, i quali solitamente sono molti. Né l’oligarchia né la democrazia sono per Aristotele regimi retti, aventi cioè come fine l’interesse di tutti; essi infatti hanno di mira l’interesse di una sola parte della comunità. L’oligarchia, però, è ancora meno retta della democrazia, poiché ha di mira l’interesse di una ristretta minoranza: proprio per questo giudizio Aristotele non può essere considerato un antidemocratico. Fra oligarchia e democrazia Aristotele preferiva infatti la democrazia, che egli vedeva all’opera in modalità molto più dirette (meno rappresentative) delle attuali, ossia nella forma di un governo popolare che oggi sarebbe definito “populistico”.
Mi rendo conto di come questo discorso sia straniante per il dibattito politico contemporaneo. Nell’attuale senso comune, infatti, due degli endoxa principali (gli endoxa erano, per Aristotele, le opinioni condivise dagli esperti, o dalla maggioranza delle persone, e generalmente considerate vere) sono: 1) l’Occidente è democratico; 2) la democrazia è un bene. Rifarsi al pensiero di Aristotele significa mettere in discussione ambedue questi endoxa, e quindi affrontare il discorso sulla democrazia in maniera radicale. Circa il primo punto, lascio a ciascuno valutare se l’attività – ma anche, perché no, la passività – dei vari governi dei paesi occidentali sia realmente democratica, ovvero sia svolta a vantaggio dei molti poveri anziché dei pochi ricchi (multinazionali, banche, potentati vari): dopo una attenta valutazione ciascuno potrà comprendere meglio se viviamo in un regime democratico od oligarchico. Circa il secondo punto, più controverso, cercherò invece di argomentare in maniera più estesa.
Per quale motivo, per Aristotele, la democrazia, per quanto migliore della oligarchia, non è di per sé un bene? Innanzitutto, come detto, poiché è  una forma di costituzione non rivolta al bene di tutti, ma solo di una parte (per quanto ampia). Nel ragionare su questo punto occorre considerare che il bene non consiste, per Aristotele, semplicemente nel sussistere, ma nel vivere in maniera comunitaria ed armonica in base alle nostre caratteristiche di uomini. Questo richiede, quanto meno, che non vi sia il governo di una parte a discapito di un’altra; di più, direi che ciò richiede che non vi siano – nei limiti del possibile – parti in conflitto, ossia che la società sia massimamente coesa, comunitaria, amicale. Un secondo motivo, già esposto da Platone, è che affinché una forma di governo sia finalizzata al bene, occorre che chi governa quanto meno conosca cosa sia il bene; tuttavia, è assai difficile che questa conoscenza sia disponibile ad una moltitudine di persone, ossia ai componenti di un governo democratico. Rispetto a Platone, Aristotele afferma però che per quanto questa moltitudine sia, considerando i cittadini uno per uno, composta da individui meno adatti al governo rispetto ai pochi saggi, presi insieme costoro sono più affidabili rispetto ai pochi governanti di un regime oligarchico, più sensibili al denaro, e pertanto alla corruzione.
A parte queste riserve, Aristotele rivela il proprio atteggiamento non ostile alla democrazia soprattutto quando afferma che l’uomo è per natura animale politico, quindi portato a realizzare il proprio bene insieme agli altri. La comunità ideale è infatti, per Aristotele, una comunità di amici, e l’amicizia richiede rispetto e cura – che sono le condizioni costitutive del bene: rinvio in proposito al mio Discorsi sul Bene (Petite Plaisance, 2015) – per gli altri uomini, oltre che per la natura. Rispetto e cura che non sono assolutamente compatibili con un modo di produzione sociale incentrato sulla privatezza della proprietà e sulla mercificazione dei bisogni, ossia sulla centralità del profitto.
Sono sicuramente, questi, argomenti che l’attuale dibattito politico non sfiora nemmeno. Che una costituzione debba avere come fine la realizzazione del bene comune, oggi, viene dalla politica ipocritamente affermato, ma non certo realmente perseguito. Manca totalmente la consapevolezza, presente invece nella Politica di Aristotele, che per realizzare una buona costituzione occorre, in primo luogo, conoscere la natura dell’uomo; se non si conosce questa natura, infatti, non se ne può nemmeno realizzare il bene.
Rimane, davanti agli occhi delle persone, la sconsolante situazione di fatto, nella quale l’attuale ceto politico considera la riforma costituzionale principalmente uno strumento per poter esercitare con minore intralcio il potere; un potere esercitato a vantaggio di quegli interessi crematistici che, da oramai parecchi anni, riducono progressivamente i diritti sociali, e con essi la democrazia. Per la consapevolezza di questa situazione, consapevolezza che costituisce la condizione necessaria – anche se purtroppo non sufficiente – per un cambiamento radicale della medesima, la filosofia greca classica può risultare ancora, come spero di avere mostrato, molto utile.

Luca Grecchi
14/11/2016

Immagine: Allegoria del buon governo, Ambrogio Lorenzetti, 1338-1340.

 

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