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Gianni Vattimo è conosciuto come il filosofo del “pensiero debole”. Studioso di Heidegger e Nietzsche, ha orientato gran parte della sua ricerca al ripensamento di tutti i fondamenti della razionalità occidentale. I valori, il nostro modo di vedere il mondo, la nozione di verità, finanche quella di soggetto, sono il risultato di determinazioni storiche e non più qualcosa che la filosofia deve circoscrivere e garantire. Al contrario, il compito del pensiero critico deve essere ora, non quello di fondare certezze, ma di mettere continuamente in vista le aporie dell’epoca che stiamo vivendo. La ragione strumentale, quella che pone alla base del suo funzionamento la categoria di mezzo-fine, è colpita al cuore, e con essa il nostro modo di relazionarci con il mondo nel suo semplice starci di fronte.
Riflettere su come mezzi e fini determinino il nostro agire può essere un buon modo per praticare la filosofia, intesa alla maniera di Vattimo, come un’ermeneutica, una pratica costante di interpretazione rivolta però alla realtà del nostro tempo, il quale appare inesorabilmente segnato da una orta di dittatura del presente che impedisce ogni possibilità di trasformazione e liberazione. In questo senso, la filosofia deve fare i conti anche con la quotidianità, nella sua immediatezza, che determina il nostro modo di essere e di pensare nel momento in cui ci confrontiamo con la complessità e l’irriducibilità di un mondo profondamente in crisi.
Il punto è che la crisi, di per sé, non è un male, è anzi la condizione in cui possono svilupparsi nuove prospettive. Con il professore Gianni Vattimo, in vista degli incontri roccellesi di luglio 2015, abbiamo pensato di approfondire il tema della riflessione a partire proprio dal presente.
Emerge il nodo su cui mezzi e fini si riproducono continuamente secondo una prospettiva puramente strumentale: ovvero il problema della forza, o violenza, o potere. In qualunque modo lo chiamiamo, parliamo in tutti i casi del meccanismo che causa tutte le contraddizioni della nostra esistenza e che allo stesso tempo ci costituisce in quanto esseri razionali.
Ma, lo abbiamo preannunciato, quest’epoca è pur sempre una determinazione storica che può essere indagata per comprendere a quali condizioni possiamo non essere più ciò che siamo e pensare diversamente i fondamenti del nostro agire. 

Quest’anno il tema della Scuola di Filosofia di Roccella si svilupperà a partire dal nesso mezzo-fine, perché ci è sembrato che in esso si possano ritrovare molti nodi del nostro presente, dalle dinamiche di potere che intrecciano politica ed economia alla riflessione circa le nostre capacità di pensiero e di azione. In questo senso, ragionare sui fini e sui mezzi credo significhi anche chiedersi, nell’ordine, cosa c’è da pensare e cosa possiamo fare. Questo ci porta a interrogarci anche su quali relazioni intercorrano tra questi due momenti: ci deve bastare la formula “il fine giustifica i mezzi”, visto che rappresenta la più invalsa  e - ahimè - autorevole delle pratiche politiche, o possiamo aspirare a qualcosa di più?
Evidentemente la questione rinvia al problema della razionalità e della sua definizione, soprattutto in Max Weber. Il fine giustifica i mezzi se assumiamo che la razionalità è quella strumentale,  quella che definisce le proprie regole in vista di un obiettivo, che si assume come valido.
Ma allora è questo obiettivo ulteriore quello che dovrebbe giustificare il primo – che funge da suo  mezzo – e così via all’infinito, il che sarebbe assai poco razionale nel caso dell’agire.
Il vero problema è probabilmente che la frase “il fine che giustifica i mezzi” indica quello che sempre si pensa dell’agire “strategico”, come lo chiama Habermas, ovvero ciò che pensiamo della razionalità strumentale: c’è uno scopo da realizzare, la razionalità consiste nel trovare i mezzi adeguati allo scopo.
Non è un caso che la frase che si attribuisce a Machiavelli sia anche quella che giustificherebbe le peggiori nefandezze dei poteri, pubblici ma anche privati. E che essa sia in fondo il modello stesso della razionalità è preoccupante e rivelatore di che cosa, alla fine, è la “ragione”.
L’agire razionale per eccellenza è infatti quello strumentale, che si spiega, e così si “giustifica”, in relazione allo scopo da raggiungere. Gli scopi ulteriori che dovrebbero giustificare il primo scopo restano indefiniti, e questo è il problema della razionalità rispetto ai valori: i valori non sono razionali in quanto “mezzi”, altrimenti non sarebbero valori. E allora che cosa sono?
Questi ragionamenti sembrano astratti, ma in realtà costituiscono il tessuto stesso della nostra mentalità e dei suoi aspetti problematici 

Pensare a “mezzi e fini” e non semplicemente al nesso “mezzo/fine” è stato anche un modo per alludere a un possibile discorso sulla giustizia, che ci permetta di concepirla al di fuori di un modello strumentale del diritto, in cui l’autolegittimazione dei fini e la giustificazione dei mezzi producono un agire, come ho detto, anche politico, basato unicamente sulla forza. Esiste un modo per pensare e praticare la giustizia su un altro piano, al di fuori della logica mezzo/fine?
La giustizia al di fuori della logica mezzo-fine non può che pensarsi in una logica dell’amore. Detto così sembra strano: ma la dedizione a un valore che giustifica il mezzo senza essere a sua volta mezzo per altro è del tipo dell’innamoramento. Si fonda sul riconoscimento di una affinità, e di una coappartenenza, che ha dell’erotico.

L’innamoramento comporta il fatto di rimettere in discussione ogni cosa di se stessi. In maniera rovesciata e molto meno piacevole rispetto all’esperienza amorosa, oggi più che mai percepiamo la sensazione di perdere il controllo: il tempo si è fatto “orizzontale”, e non c’è bisogno di studiare polverosi volumi di filosofia per capire il senso di questa affermazione, ne facciamo esperienza tutti i giorni appena ci colleghiamo al web. Si tratta di una forma di dispersione a cui stentiamo ad abituarci, probabilmente perché questo implica la nostra stessa dispersione, ovvero l’accettazione del nostro nulla, la perdita di un potere e di un’importanza che credevamo di avere. Non riusciamo più a credere in un corso unitario e progressivo degli eventi, in un tempo orientato verso un fine. A questo punto i fini non potrebbero essere concepiti come qualcosa di immanente alla nostra prassi? Recuperando Kant e parafrasando Sartre: i fini sono gli altri?
A proposito di Sartre, possiamo collegarci alla questione precedente. Solo in una specie di condivisione erotica, o anche “estetica” di un sistema di valori, sta la possibilità di una giustizia che non sia solo razional-strumentale. Weber era del resto molto kantiano: l’imperativo categorico – "agisci in modo da volere che la massima della tua azione possa sempre divenire legge universale" – non avrebbe senso senza la seconda formulazione: "considera l’umanità in te e negli altri sempre anche come fine, mai come semplice mezzo". Insomma non tutto è razionale, come dice Amleto ad Orazio. Ci sono “più cose”… Questo non vuol dire che la razionalità strumentale vada buttata via. Ma è solo “in mezzo”, come a metà di un cammino che ha bisogno di un altrove.

A cura di Alessandra Mallamo
(Coordinatrice Scuola Estiva di Alta Formazione in Filosofia Giorgio Collidi Roccella Jonica)
26/06/2015

PER INFO SULL'EDIZIONE 2015 DELLA SCUOLA ESTIVA DI ROCCELLA: CLICCA QUI

Immagine: Gianni Vattimo (Scuola Estiva 2013), © Alessandra Scali.

 

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