Facebook

La mattina di sabato 16 maggio, poco più di una settimana fa, ero a Torino.
Questa città è tra le mie preferite, tra quante ne ho frequentate per ragioni di lavoro. Ha una quiete attiva tutta particolare, un’aria inconfondibile, nei bar ti accoglie al mattino con una ricchezza di pasterelle da colazione assolutamente unica, e alla sera prolunga il tempo del lavoro con un’offerta di aperitivi che in molti bar non ha eguali.
Ha spazi così ampi, questa città, che è molto raro trovarsi tra la folla, anche se c’è molta gente, e solo una notte, due anni fa, mi trovai in difficoltà a passare, pur in ampi spazi, sotto un portico di via Po, già quasi alla piazza che la chiude, e al fiume. Un fiume di ragazzi, a mezzanotte, godeva dell’aria della notte. Così, solo in meridione ho visto le notti, Bari, Salerno, Palermo. Una lezione da imparare, per chi vuol godere delle gioie della vita. O al carnevale di Venezia, in cui mi è capitato, una sera, di restare su un ponte nella impossibilità di andare avanti e di tornare indietro. Ma Venezia ha spesso spazi ristretti. Torino no.
Ovviamente ho spesso frequentato librerie, anche a Torino. Ma soprattutto Feltrinelli a Bologna e, da ragazzo, Nuova Presenza a Palermo. Occasionalmente decine di altre. Sono luoghi per me di riflessione e di tranquillità. Di riflessione perché i libri li prendi in mano, leggi qua e là e valuti se comprarli, e la scelta spesso dipende dai percorsi mentali che i libri aprono – sono delle porte, i libri, se li segui da qualche parte ti invitano ad andare, e non lo sai prima. A volte sono delle rivelazioni, ti si aprono d’improvviso veri e propri scenari nuovi, lì, in libreria – e spesso costano troppo perché possano essere comprati. Ma sono anche luoghi di tranquillità perché c’è poca gente. Più esattamente, c’è gente che ti somiglia un po’, se è lì, perché è lì per i libri, come te, e non è che tutti entrino in libreria spesso. Una minoranza, una piccola minoranza, le frequenta. I simili riconoscono i simili. Non hai certo bisogno di parole per provare una sensazione di complicità con chi, subito prima di te, o dopo, ha preso in mano il tuo stesso libro. Poi ci sono angoletti quasi privati, come nella vecchia Zanichelli di Bologna, che da tanto tempo non è più Zanichelli, stanzette minuscole dove trovi libri particolari, per esempio classici molto costosi.
Però la mattina di sabato 16 maggio, poco più di una settimana fa, ero sì a Torino, ma non in giro per la città, né in libreria. Ero al Lingotto, al Salone del Libro. La nostra casa editrice aveva uno stand, c’erano molti dei nostri autori, c’eravamo tutti noi, ed è cosa rara, perché la nostra Diogene Multimedia è una azienda piccola, ma sparsa: il cuore della redazione è a Milano, la linea grafica è decisa a Barcellona, il responsabile informatico è a Palermo, la rete di promozione fa capo a Torino, la sede è a Bologna, e così via. Ovviamente ci si sente o ci si legge quotidianamente, e ci si vede anche, su Skype, ma quasi mai di persona. Quella mattina c’eravamo tutti. Di persona. Clima di festa, riunioni su riunioni, con tante altre persone – autori, altri editori, agenzie letterarie, e così via. E, tutt’intorno, una incredibile ressa. Nulla di buono nei bar, per lo più. Le persone non erano lì per quello. Perché erano lì? Forse aveva un peso il desiderio di godere delle gioie che la vita offre. Forse quelle persone erano lì per godere di queste gioie. Ma quali gioie esattamente?
Al Salone c’erano solo libri, e persone che parlavano di libri. Negli stand, nelle salette, nelle aree chiuse e aperte degli incontri e dei dibattito e delle presentazioni dei libri, non c’era assolutamente altro. Libri e persone che parlavano di libri. Ne ho tratto la conclusione che erano proprio i libri, e le parole sui libri, ad essere valutate come gioie della vita.
Non so chi parlasse, dentro il Salone ho dovuto fare un lungo giro intorno a una coda lunga decine di metri, tutta di persone che desideravano entrare in una sala. Gli addetti stavano avvertendo che meno di metà delle persone in coda sarebbe riuscita ad entrare. Era una delle sale più grandi, e nello stesso momento il Salone era pienissimo negli Stand e c’erano dieci, forse quindi altre sale con oratori di turno.
Ho guardato i libri. Danno gioia, evidentemente. Altrimenti perché quelle persone erano lì? Alzando gli occhi si riconosceva la fabbrica, dalla nudità del cemento che in alto non era coperto. Lavoro, libri, parole sui libri.
Non voglio parlar bene del Salone, ha molti difetti, ma che importa? Voglio parlar bene dei libri e della cultura di cui sono lo specchio. A saperla organizzare, la cultura, dà gioia.
In coerenza col sistema capitalistico che ci domina, qualcuno lì stava facendo anche molti soldi. Coi libri e con chi ne parla? Sì, è un’industria, un po’ particolare, ma un’industria. Ospitando il Salone, ho pensato alla fine del mio lungo giro per evitare la ressa, che il cemento dei pilastri, nudo e grigio, continua ad essere testimone di un’industria. Di un'industria di cui anche le case editrici come la nostra sono parte.  
Torino, città industriale.

Mario Trombino
26/05/2015

Diogene Multimedia al Salone del Libro 2015

Immagine di apertura: Panoramica del Salone del Libro 2015, © Lodovico Gherardi

 

Questo sito utilizza cookies. Continuando la navigazione ne autorizzi l'uso. Se vuoi saperne di più clicca su "Leggi dettagli”.