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L’Italia non è estranea, nella sua storia, a fughe in avanti improvvise e ad altrettanto rapide frenate. Se consideriamo la storia dal Risorgimento ad oggi (prima non sarebbe corretto, non essendo l’Italia una presenza politica identificabile come tale ormai da tre secoli prima del Risorgimento) questo è avvenuto almeno due volte, anche se con politiche di segno estremamente diverso: tra il 1848 e il 1860; tra il 1919 e il 1943. 

Tra queste due epoche ci sono significative correlazioni di tipo strutturale:

- in entrambi i casi i poteri precedenti erano entrati in una crisi che si sarebbe dimostrata irreversibile;
- in entrambi i casi le forze che presero il potere erano minoritarie, usavano una retorica carica di elementi di irrealtà, e mai avrebbero potuto avere possibilità di vittoria senza il suicidio delle precedenti;
- in entrambi i casi il contesto internazionale era in rapido movimento.
Entrerò altrove nei dettagli. Qui importa sottolineare che questo disegno delle strutture in gioco prescinde del tutto da una descrizione di merito. Mettiamola così: queste correlazioni si osservano se si studia la struttura degli eventi e dei rapporti di forze come in un campo di battaglia visto dall’alto, da dove un osservatore può descrivere i movimenti degli eserciti anche senza sapere chi combatte contro chi. Non sai chi sono, non sai perché combattono, ma li vedi combattere e puoi dare la struttura degli eventi (ma non il loro senso).

La fuga in avanti in entrambi i casi (Risorgimento e Fascismo) aveva a che fare con la sfera dell’irreale. Cosa che i protagonisti sapevano benissimo, non essendosi (per citare un esempio) meravigliato nessuno quando fatta l’Italia, si dovettero fare gli italiani. Evidentemente non c’erano ancora.
Fuga in avanti, desiderio di irrealtà, ma come progetto politico. Funzionò? Funzionò.
Certo, gli avversari si suicidarono, e questa è la ragione di fondo per cui funzionò. Ma non la sola ragione: la potenza dell’irrealtà è la potenza del sogno, di una visione profetica del futuro, che come tale è rimandato nel mondo del mai. Progetto versus profezia.
Quando un progetto politico è costruito come profezia, quindi su una fuga in avanti, e si muove sul piano dell’irrealtà, la realizzazione si presenta particolarmente complessa.
Si prenda il caso del Fascismo. Costruito su dati di irrealtà, e in particolare su una retorica tanto efficace quanto vuota, costruì un’Italia sognata diversa da quella reale.
Così a volte nella storia d’Italia accade che si perda la dimensione della realtà.
Forse reale è la mente, forse reale è la realtà esterna. Ma non parla di questa realtà la sfera della mente che pensa e sceglie confondendo i sogni con la realtà esterna. E questo genera guai. Come chi, assonnato e alla guida di un’auto nella notte, in autostrada, si addormenta e sogna di guidare: e vede la strada e in quella strada guida nel sonno la sua auto.
Non è stata così, almeno in due occasioni prima di oggi, la nostra vita politica?

Tutto questo ha a che fare con la gestione mentale del tempo. In politica a volte si preferisce sognare e non progettare. È un rifiuto di accettare le conseguenze degli eventi, e in ultima analisi di accettare che la struttura di base della realtà non è il presente, ma il passaggio a un futuro che arriva davvero. Nel sogno non arriva mai, nella realtà arriva.
E se ne pagano le conseguenze.
E allora niente profeti? Niente sogni? E soprattutto: niente retorica vuota e vincente?
Mettiamola così: l’impresario bada ai conti, agli orari, alla sicurezza della sala, e così via; il capocomico bada ai sogni e se sul palco c’è un profeta, farà sognare tutti con la sua visione profetica del futuro.
Tutti sanno che i comici in scena parlano di una realtà diversa, tutti sanno che i profeti parlano di un mondo diverso. Stanno ingannando qualcuno?
La risposta è: no. Fanno il loro mestiere. Ma se vogliamo che facciano gli impresari perché nel loro mondo di sogno a teatro non si paga il biglietto, ebbene quel biglietto presto o tardi qualcuno lo pagherà. Ma se è qualcun altro (per esempio una generazione dopo) che importa allo spettatore, se intanto non paga?

Ieri diverse persone mi hanno chiesto di commentare i risultati delle elezioni. Questo è il mio commento: stanno nella storia del nostro paese, questa è una storia italiana.
Sostengo da tempo che l’Italia ha bisogno di una dose molto forte di realtà. E aggiungo, a commento, che se le forze reali non si suicidano, vincono e realizzano progetti. Ma la tendenza al suicidio c’è nella storia d’Italia. Così come c’è la retorica vuota, che non ha alcuna vocazione al suicidio.
Le elezioni disegnano uno scenario sospeso. Ci vorrebbe davvero la palla di cristallo per sapere se le forze reali si suicideranno rispetto alle forze retoriche. Ma se lo faranno, i pessimisti avranno avuto ragione, ed è la storia a mostrarlo. Sempre che il passato riesca dirci qualcosa sul futuro.

Mario Trombino

 

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