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Mentre i lontani dei dell’Olimpo gettano uno sguardo svogliato (o forse no) sui grandi cambiamenti dell’Atene del V secolo, alcuni filosofi lo sguardo continuano a puntarlo sul cielo, sicuri di essere destinati alla “contemplazione del sole, della luna e del cielo”[1].
Anassagora (Clazomene 496 a.C. – Lampsaco 428 a.C. circa) cercò fino alla morte di essere coerente con quello che riteneva essere tale destino.
Presocratico naturalista e pluralista, nato in Asia Minore, spesso saliva sulla cima del monte Mimante[2], passava le notti all’addiaccio e tra uno sguardo alle nuvole e la lettura di libri arcani dei sacerdoti egizi, riuscì a prevedere un terremoto, la caduta di un meteorite nel fiume Egospotami[3] e altri fenomeni naturali. Non dobbiamo stupirci che questi antichi filosofi fossero pionieri della moderna meteorologia. Osservare il firmamento e la natura non era esercizio di romanticismo, ma un tentare di capire, afferrare l’estraneo da noi, di cui però Anassagora si sentiva ovviamente parte. Il senso pratico e quello teorico devono collaborare e non a caso, ricordava Anassagora, l’uomo è nato con le mani, a differenza degli animali. La ragione deve aiutarci nella vita quotidiana e, a dimostrazione di ciò, lo scrittore latino Plinio il Vecchio, in Naturalis Historia, racconta un aneddoto. Anassagora andava in giro coperto con un mantello di pelle nel mezzo di una giornata soleggiata. Il coro di commenti sarcastici si interruppe bruscamente quando arrivò un forte acquazzone e l’unico con abbigliamento adeguato era proprio il filosofo. Mai deridere un Anassagora. Senso pratico, dicevamo, anche nell’essere maestro e amico di Pericle e nel fondare la prima scuola di filosofia ad Atene che vantava una democrazia dall’accezione discutibile, visto che finì per processare il filosofo (non fu l’ultimo) ed esiliarlo per “reati contro le cose celesti”, avendo osato sostenere che il sole era una palla infuocata roteante.
Anche oggi dovremmo dare torto ad Anassagora, ma allora la libertà di pensiero non veniva esercitata impunemente e certe tesi non garantivano una lunga e serena vecchiaia.
Lo ricordiamo inoltre per essere stato tra i primi a sostenere il diritto degli studenti a riposare (“fate fare un giorno di vacanza ai fanciulli”!) e il padre della psicoanalisi Sigmund Freud avrebbe sicuramente apprezzato la sua capacità di elaborare il lutto (riferendosi ai figli condannati a morte affermò: “Sapevo di averli generati mortali”). Inoltre, se il perfido vegliardo cieco Jorge de Il Nome della Rosa di Umberto Eco lo avesse conosciuto, avrebbe apprezzato la sua avversione per la risata. In effetti il soprannome era di quelli che mettevano soggezione: la Mente (in confronto “il bue muto” alias San Tommaso d’Aquino strappa un sorriso) e il maiuscolo non è facoltativo. Diogene Laerzio scrisse che Anassagora “per primo pose alla materia una mente” con linguaggio “dilettoso e magnanimo” e oggi la sua teoria delle “omeomerie” lo avrebbe reso – chissà – un nutrizionista esperto di OGM e alimentazione globale. Scrivo questo, con una certa licenza poetica, perché anche il grande Nicola Abbagnano[4] affermò che “una considerazione fisiologica è a fondamento della sua dottrina”. Egli si rese conto che mangiando pesci, frutta, verdura, noi non diventiamo pesci, frutta, verdura, ma il cibo mangiato fa crescere il nostro corpo e quindi si trasforma in carne (uomini e donne di tutto il mondo postmoderno che seguono una dieta ipocalorica lo sanno senza scomodare la filosofia). Anassagora, da filosofo e non da personal trainer, trae da questa osservazione una riflessione. Nel chicco di grano prevale il seme del chicco di grano, ma vi sono tutti gli altri semi, del capello, della carne, dell’osso, perché “come potrebbe prodursi da ciò che non è capello il capello e la carne da ciò che non è carne?”[5]. Tutto contiene un po’ di tutto. Tutto è in tutto.
Un ente può diventare un altro ente, il cibo può diventare carne di un essere vivente, in ogni ente vi è già tutto ciò che esso può diventare.
Ogni cosa contiene una certa quantità di tutti i contrari (la neve è quindi anche nera, anche se noi non lo vediamo!). Inoltre questo Tutto è divisibile all’infinito e con una piroetta filosofica Anassagora sembra intuire l’infinità della materia e l'equivalenza tra microcosmo e macrocosmo. La monade di Leibniz (1646-1716) che rispecchia dentro se stessa l’intero universo  è già nelle “omeomerie” di Anassagora, termine che Aristotele usa per indicare i “semini” di cui parla il filosofo di Clazomene e che letteralmente significa “esseri divisibili in parti che sono sempre uguali” e che non hanno limite di grandezza o di piccolezza.
In principio, direbbe Anassagora, era il caos di omeomerie, una mescolanza informe di tutti i semini di tutte le cose, poi fu l’Intelligenza, il Nous che discerne, separa. In ogni cosa c’è il prevalere di questo o quest’altro seme che ne determina la differenza rispetto alle altre cose.
Nulla si crea, nulla di distrugge, tutto si trasforma, dirà molti secoli più tardi un certo A.L. de Lavoisier (1743-1794). L’essere-omeomerie racchiude tutti gli enti, ma ci deve essere una forza esterna, non mescolata, illimitata, indipendente che permetta alle omeomerie di darsi un ordine.

“(…) l’Intelletto è infinito e signore assoluto e a nessuna cosa è mescolato, ma solo lui sta in se stesso. Se non stesse in se stesso, ma fosse mescolato a qualcos’altro, sarebbe partecipe di tutte le cose, se fosse mescolato a una qualsiasi. Poiché in ogni (cosa) c’è una particella di ogni (cosa), come ho detto in precedenza: le (cose) mischiate ad esso lo limiterebbero cosicché non avrebbe potere su nessuna cosa come l’ha quando sta solo in se stesso”[6].

“Intuizione grandiosa” la definiranno Reale e Antiseri, “non siamo ancora alla scoperta dell’immateriale ma siamo certamente allo stadio che immediatamente lo precede”[7], e se non siamo ancora alla scoperta del concetto di calcolo infinitesimale, poco ci manca.
Il “tutto è in tutto” di Anassagora coinvolge la dimensione della physis, da naturalista quale è il nostro filosofo, tuttavia sembra così agli antitetica anche rispetto a certe teorie antropologiche della razza pura che colonizzeranno la cultura e le dittature novecentesche. A J.A. de Gabineau (1816-1882), a Cesare Lombroso (1835-1909) e ai discepoli del razzismo scientifico del XIX e XX secolo, questa antichissima visione di un “meticciato cosmologico” non diceva nulla?
Per Emanuele Severino[8] (1929) Anassagora cerca di colmare l’insufficienza empedoclea dell’essere che si riduceva alle quattro radici (aria, acqua, terra e fuoco), recuperando la concezione parmenidea. Le omeomerie sembrano risolvere l’aporia eleatica, ovvero la difficoltà di conciliare l’esperienza e la ragione, di conciliare il mutamento che  l’esperienza attesta e la permanenza dell’essere. Le omeomerie hanno le caratteristiche di perfezione dell’essere parmenideo (sono eterne, ingenerabili, incorruttibili), ma permettono di giustificare e spiegare la realtà, senza che questa cada nel non-essere. “Raccogliendosi si rendono manifeste da invisibili che erano”[9]. L’essere non nasce, ma è un raccogliersi di omeomerie.
Anche un’idea (come la libertà, la pace, la giustizia), a ben pensarci, per essere e non solo per pensarsi, può realizzarsi solo raccogliendosi. Tanti uomini che pensano la stessa idea possono darle vita e cambiare le sorti della storia attraverso una legge o una rivoluzione. È un volo pindarico poco anassagoreo, anche perché le omeomerie sono sostanza e non idee, ma il filosofo ateniese sottolinea questa potenza dell’unione, dei singoli semini che insieme diventano unità dei diversi enti, fattori che portano alla somma. Il risultato non nasce dal nulla. Il fenomeno, caratterizzato dal divenire, è “la visione delle cose nascoste”, ma non diviene a caso, necessita di un’attività, una mente, quella che Anassagora chiama Nous, unico ente privo di mescolanza, puro, che conosce. L’essere sono le omeomorie, l’essere non è il nous, ma il nous spiega il divenire.
La dottrina di Anassagora, a cui i manuali di filosofia della scuola dedicano sì e no mezza pagina, ha anticipato il principio della relatività e “permette per la prima volta un’interpretazione geometrica del termine ‘miscuglio’” scriverà il fisico tedesco Werner Heisenberg[10] (1901-1976).
E l’anima dell’uomo? In effetti dai frammenti sparsi e dalle fonti successive, sembra che Anassagora non affronti direttamente il tema, né in chiave spiritualistica né in quella materialistica che sarà propria di Leucippo e Democrito. Se il mondo e le cose del mondo si creano in quanto delimitazioni di semi, questo farsi e disfarsi della natura quale “visione dell’invisibile” sembra confermare i limiti della nostra ragione ad andare oltre il fenomeno, a fermare la conoscenza una volta raggiunti i confini che rimarcano la costituzione delle cose. Anassagora sembra quindi dare delle indicazioni gnoseologiche, più che etiche o religiose che potrebbero piacere a un Immanuel Kant (1724-1804) altro grande ammiratore del “cielo stellato” sopra di lui come ricorda il suo epitaffio.
Solo il Nous è oltre. Causa dell’ordine del mondo, ma non causa del mondo.
Aristotele nella Metafisica, ha un’opinione ambivalente verso Anassagora. “Uomo assennato” scrive, ma questo Nous “deus ex-machina” e non “Dio”, come va inteso?
È nell’opacità dell’Intelligenza noumenica di Anassagora che si inserisce millenni dopo Friedrich Nietzsche (1844-1900) che vuole intendere il Nous non come Mente ordinatrice, ma come motore propulsivo avente libero arbitrio. Se di ordine nel mondo si può parlare è solo il risultato casuale di un moto meccanico. Nous ordina senza intenzioni morali o teleologiche, ma come la mano di un artista su un foglio, mossa dalla libertà creativa, crea quadri alla maniera del pittore Georges Seurat (1859-1891), in un’enfasi puntinistica che dà forma all’isola di Grande-Jatte sulla Senna, agli abiti delle eleganti signore e dei loro leggiadri cappellini.
Friedrich Nietzsche prende Eraclito e Anassagora e li porta insieme a braccetto verso la comune innocenza del divenire, priva di tensioni e trappole etiche. Quello di Anassagora è un sistema “sano”, di una “mirabile arditezza e semplicità”[11] e la mancanza di finalismo che gli rimprovereranno Platone e Aristotele, è per Nietzsche, l’elemento più apprezzabile del pensiero di Anassagora, visto sotto un’altra grande lente di ingrandimento, quella del tedesco Arthur Schopenhauer ( 1788-1860) che lo definirà l’ “antipode più diretto”, perché “pone all’origine del mondo un’intelligenza che utilizza e indirizza secondo i propri scopi gli elementi naturali”[12].
Davanti alla distanza che c’è tra noi e l’Anassagora di millenni fa, concludiamo (senza mettere nessun punto) con la saggezza di un Michel de Montaigne (1533-1592) che:

“Quando si sentiva oppresso dalle rivendicazioni altrui di verità universali, elencava le teorie dell’universo propugnate da grandi filosofi dell’antichità e nonostante le sicurezze manifestate da ogni pensatore, rimarcava le diverse conclusioni a cui era possibile pervenire. Al termine dei suoi studi comparativi comunque confessò in tono sarcastico di non sapere assolutamente se accettare ‘le idee di Platone, o gli atomi di Epicuro, e il pieno e il vuoto di Leucippo e di Democratico, o l’acqua di Talete o l’infinito della natura di Anassimandro o l’aria di Diogene o i numeri  e le simmetria di Pitgora o l’infinito di Parmenide o l’uno di Museo o l’acqua  e il fuoco di Apollodoro o le parti similari di Anassagora o la discordia e l’amicizia di Empedocle o il fuoco di Eraclito o qualsiasi altra opinione tra l’infinita confusione di pareri e di sentenze che questa bella ragione umana produce con la sua certezza e chiaroveggenza’”[13].
 

Sonia Cosco
09/09/2016

Immagine: Pericle e Anassagora, Louis Augustin Belle (1757–1841).

[1] Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Edizioni Laterza.

[2] Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, Adelphi.

[3] Ammiano Marcellino, Le Storie, Utet.

[4] N. Abbagnano, Storia della filosofia Gruppo editoriale L’Espresso.

[5] Reale/Antiseri, Storia della filosofia antica, Editrice La Scuola.

[6] Anassagora, Frammenti.

[7] Reale/Antiseri, cit.

[8] E. Severino, La filosofia antica, Bur.

[9] E. Severino, cit.

[10] W. Heisenberg, Fisica e filosofia, Il Saggiatore.

[11] F. Nietzsche, Filosofia nell’età tragica dei greci, Adelphi.

[12] Arthur Schopenhauer in G. Campioni e A.Venturelli, La biblioteca ideale di Nietzsche, Guida Editori.

[13] M. de Montaigne in Alain de Botton, Le consolazioni della filosofia, Guanda.

 

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