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Bertrand Russell ci ricorda [1] che Galileo Galilei nacque quando morì Michelangelo (1564) e morì quando nacque Isaac Newton (1642) e che, se qualcuno crede nella metempsicosi orfica-pitagorica-platonica, tutto ciò potrebbe avere un senso. Aggiungo una nota a piè di pagina: Galilei nacque lo stesso anno di William Shakespeare. La stessa geniale e tormentata anima che trasmigra in corpi passati alla storia per portare in ambiti diversi (arte, scienza, letteratura) la rivoluzione. La sabbia del fondale è smossa, il re è nudo e questi bambini hanno il coraggio di urlarlo, lasciando sgomenta e disorientata la folla.
Galileo Galilei è un pisano adottato dalla Repubblica di Venezia. Inizia gli studi di medicina, ma è attratto dalla matematica che insegna presso l’Università di Padova e i suoi studi di astronomia si rivelano preziosissimi per potenziare le tecnologie militari e navali della Serenissima. Galileo, padre della scienza moderna, ma anche grande uomo di fede. Amico di eminenti rappresentanti della Chiesa, come il cardinale Barberini, futuro papa Urbano VIII e di gesuiti che, in un primo momento, sostengono la ricerca di Galileo, riconoscendone l’importanza.
Galilei non è uomo dal carattere facile, è un combattente del pensiero e nel 1610 nel Sidereus Nuncius raccoglie i risultati delle scoperte astronomiche (grazie al perfezionamento delle lenti inventate dagli olandesi, Galilei migliora il cannocchiale): i satelliti di Giove, le macchie solari, Saturno, le fasi di Venere. Soprattutto dà scacco matto al pregiudizio estetico aristotelico-tolemaico che voleva il mondo lunare perfetto in contrapposizione al mondo sublunare. La superficie della luna, ahimè, è brutta: 

“aspra et ineguale (…) ripiena di eminenze et di cavità, simili, ma assai maggiori, ai monti et alle valli che nella terrestre superficie sono sparsi”[2].

È un colpo al cuore. La luna, dea perfetta, notturna, ancella di poeti e pastori erranti, è rugosa come il viso di una vecchia. Ma Galilei rielabora il lutto con grande ottimismo. Forse avremo ucciso la fanciulla virginale, l’Artemide della mitologia classica, ma abbiamo scoperto una nuova bellezza, imperfetta, corruttibile, ma sempre meravigliosa come può solo sa esserlo il creato voluto da Dio. Il cacciatore Atteone del mito greco, che nell’interpretazione di Giordano Bruno è stato ucciso dalla sua consapevolezza, ha vinto la dea e mostra al mondo il suo vero volto.

Le scoperte galvanizzano Galilei, sono sempre più fitte le corrispondenze con uomini di scienza, di fede, con illustri personaggi del tempo. È del 1612 la lettera al padre benedettino Castelli in cui afferma la compatibilità del Copernicanesimo con le Sacre Scritture e nella lettera alla granduchessa Cristina di Lorena (che ci piace ricordare anche per sottolineare il ruolo di donne brillanti, colte, argute tra le maglie di una storia del pensiero filosofico, troppo spesso esclusivamente al maschile plurale) troviamo l’inossidabile intreccio di fede e scienza che fa da sottofondo a tutto il lavoro di Galilei. I testi ci dicono “come si vadia al cielo, non come vadia il cielo” sottolinea lo scienziato e ancora quel che le “sensate esperienze” e “certe dimostrazioni” ci mostrano della natura non può essere messo in dubbio dai luoghi della Scrittura che presi alla lettera sembrerebbero sostenere il contrario[3].
Nel 1615 arriva una prima ammonizione da parte del cardinale Bellarmino, che però non spaventa Galilei che prosegue negli studi e nelle pubblicazioni. È del 1623 la pubblicazione de Il Saggiatore dedicato a papa Urbano VIII, uomo di grande cultura, amico dello scienziato, in cui è contenuta la celebre immagine dell’universo da intendersi come un libro scritto in lingua matematica i cui caratteri sono triangoli, cerchi, quadrati. Per interpretarlo bisogna quindi imparare l’alfabeto della matematica, disciplina che assurge a fondamento della fisica.
Come tutti i filosofi, Galilei andrebbe studiato leggendo le sue opere, soprattutto perché, a differenza di altri, i suoi scritti sono capolavori di chiarezza espositiva, acume argomentativo, inventiva letteraria e armonia stilistica. Non a caso per il suo capolavoro (Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo) usa una struttura narrativa a metà tra i Dialoghi platonici e il Decameron di Boccaccio. Non un trattato, ma un’opera aperta, in cui il confronto tra i protagonisti dialoganti, è percorso, cammino verso la costruzione della realtà, resistenza contro l’approssimazione, ricerca in fieri. Un procedere, insomma, molto socratico. Quando ne Il Saggiatore, per spiegare la differenza tra qualità primarie e secondarie, oggettive e soggettive, misurabili e non misurabili, spiega il solletico, ci illumina e nello stesso tempo diverte.

“Ma il corpo animato, che riceve tali operazioni, sente diverse affezzioni secondo che in diverse parti vien tocco: e venendo toccato, verbigrazia, sotto le piante de’ piedi, sopra le ginocchia o sotto l’ascelle, sente, oltre al commun toccamento, un’altra affezzione, alla quale noi abbiamo imposto un nome particolare, chiamandola solletico: la quale affezzione è tutta nostra, e non punto della  mano; e parmi che gravemente errerebbe chi volesse dire, la mano, oltre al moto ed al toccamento, avere in sé un’altra facoltà diversa da queste, cioè il solleticare, sì che il solletico fusse un accidente che risiedesse in lei”[4].

Ma è il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632) a segnare la frattura definitiva con l’auctoritas. Le quattro giornate in cui Salviati (sostenitore del sistema copernicano), Simplicio (sostenitore del sistema aristotelico-tolemaico) e Sagredo (che funge da moderatore) ipotizzano, deducono, argomentano, scoperchiano il vaso di Pandora da cui sembrano scaturire tutti i mali del mondo. Attraverso celebri esperimenti mentali (come quello del Gran Naviglio e del principio di inerzia[5]) arriva a dimostrare che quella copernicana non è solo un’ipotesi, ma una necessaria conclusione. Il sole è fermo, la terra si muove e ci sono molti argomenti a sostegno di ciò. Attraverso una prosa scientifica smussata da sensibilità letteraria e immagini ardite, Galilei vuole unire ragione ed esperienza, non per fare professione di ateismo o agnosticismo, ma per dimostrare che la ricerca scientifica è un esercizio voluto e ordinatoci da Dio.
Queste giustificazioni non bastano. Galilei, come è noto, viene processato nel 1633 e costretto ad abiurare e condannato prima al carcere a vita, poi agli arresti domiciliari. Vecchio e cieco, arso dalla sete di conoscenza, pur nell’isolamento mantiene corrispondenze con amici ed estimatori e passa gli ultimi anni nella villa di Arcetri. Ai posteri consegna un testimone che scotta, brucia, squarcia il sipario della storia. C’è un prima e un dopo Galilei e la sua grandezza viene riconosciuta a posteriori dalla Chiesa stessa come “tappa essenziale nella metodologia della ricerca e, in generale, nel cammino verso la conoscenza del mondo della natura”[6].
Nel 1992 il celebre scienziato torna a essere “figlio legittimo” della Chiesa cattolica. Il Vaticano ha cancellato definitivamente la storica condanna al silenzio inflitta a Galilei dal cardinale Bellarmino, riconoscendo i propri errori in una cerimonia presieduta da Giovanni Paolo II che auspica: “che teologi, scienziati e storici, animati da uno spirito di sincera collaborazione, approfondiscano l’esame del caso Galileo e, nel leale riconoscimento dei torti, rimuovano le diffidenze che quel caso frappone alla fruttuosa concordia tra scienza e fede, Chiesa e mondo”[7].

Non posso concludere questa veloce ricognizione senza citare il capolavoro di un maestro del teatro novecentesco, Vita di Galileo di Bertolt Brecht il quale, partendo dal dramma personale di Galilei, riflette sulle dinamiche tra la ricerca scientifica e il potere.
E per finire un invito a scoprire un altro Galilei più contemporaneo, figlio del teatro della narrazione del versatile drammaturgo e attore Marco Paolini che con lo spettacolo ITIS Galileo (scritto con Francesco Niccolini) cattura con citazioni e sarcasmo e coinvolge lo spettatore lungo il percorso (anche visivo) del ragionare, togliendo al nostro grande scienziato un po’ di aura e compensandola con un po’ di complessa e non sempre limpida umanità.

Sonia Cosco
19/07/2016

Immagine: Galileo e Viviani, Tito Lessi, 1892.

[1] Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale, Tea.

[2] Galileo Galilei, Nuncius Sidereus.

[3] Galileo Galilei, Lettera a Cristina di Lorena, granduchessa di Toscana.

[4] Galileo Galilei, Il Saggiatore.

[5] Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo.

[6] Giovanni Paolo II in Orazio La Rocca, http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/10/30/il-vaticano-cancella-la-condanna-di-galileo.html.

[7] Op. Cit.

 

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