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Immaginate un ragazzino di quattordici anni, nato sull'isola Samo nel 342 a.C.
Ha la mente sveglia e l'occhio attento, va in giro a chiedere ai suoi maestri di scuola il senso del Caos in Esiodo. I maestri non danno risposte che plachino la sua curiosità e allora il ragazzino decide di dedicarsi alla filosofia. “Bisogna avere il caos per generare una stella danzante” potremmo dire alla Friedrich Nietzsche. Ed ecco farsi strada Epicuro (che da Samo si trasferisce presto ad Atene) con la sua filosofia che danza sulle note di una parola polisemantica, il “piacere”, l'edoné. Pensare a un edonista oggi ci porta facilmente a Narciso che si specchia nell'acqua e annega nel piacere di piacersi, al Dorian Gray di Oscar Wilde che nasconde con terrore il suo ritratto, tragica epifania di dissolutezza e di depravazione. Gli edonisti sono raccontati nella Bibbia, nelle terribili giornate di Sodoma e Gomorra e nel X Canto dell'Inferno dantesco, nella città di Dite dove sono puniti gli eretici (e anche gli epicurei), color “che l'anima col corpo morta fanno”. Ma noi cerchiamo di allontanare queste iconografie, denudiamo la parola “piacere” degli orpelli e chiediamo ad Epicuro stesso di spiegarci. In questo modo scopriremmo che quel piacere di cui parlava è cosa per niente effimera, scomposta, licenziosa. D'altra parte a Epicuro piaceva fare chiarezza, trovare il criterio per dissipare ignoranza, angosce e paure dell'uomo. A leggere certe fonti non mancano le calunnie nei suoi confronti: adulatore, “cinedòlogo” (predicatore di sconcezze), ciarlatano, copione di Democrito e di Aristippo, alcolizzato e frequentatore di etere. Sicuramente mostrava poco senso di riguardo verso i predecessori: Aristotele era un “dissipatore”, Protagora un “facchino”, Eraclito un “rimescolatore”[1]. Nonostante le critiche feroci, la voce di Diogene Laerzio si innalza in sua difesa, dichiarando le accuse “folli”. Non ci spiegheremmo, altrimenti, la fama e la durata della filosofia del Giardino -  la scuola che fondò -  gli onori, i ricordi, le statue, l'affetto degli amici e dei discepoli.

Per capire quanto Epicuro avesse del piacere una visione “sui generis”, basterebbe solo questa frase contenuta in una lettera: “Mandami una pentolina di formaggio perché io possa, quando ne abbia voglia, gozzovigliare”. Tuttavia banchettare col formaggio non deve far bene perché morì di calcoli renali, in una tinozza piena di acqua calda, sorseggiando vino e raccomandando agli amici di ricordarsi della sua dottrina (anche se il rischio di dimenticare era minimo, visto che imponeva ai suoi discepoli di imparare a memoria i suoi discorsi).

Scrisse tantissimo, dalla logica (che lui chiamava canonica), alla fisica, dagli atomi all'amore, dagli dei alla musica. Mondo, cielo, sole e luna, astri, novilunio e plenilunio, nubi e lampi (che si formavano a suo dire per sfregamento delle nubi). Ma noi dobbiamo accontentarci soprattutto di fonti indirette e come tutti i grandi uomini sapeva suscitare tanta simpatia (il suo più grande ammiratore fu il poeta latino Tito Lucrezio Caro), quanto antipatia (Marco Tullio Cicerone in primis).

Perché dunque Epicuro pone il piacere alla base dell'etica, cioè della teoria che si occupa di “ciò che si deve scegliere e ciò che si deve evitare”? Perché a Epicuro piace partire dall'evidenza e cosa c'è di più evidente nell'uomo del suo desiderio di allontanarsi dal dolore e avvicinarsi al piacere? Il punto è adesso mettersi d'accordo su cosa sia il dolore e cosa sia il piacere.

“Il piacere è principio e fine della vita beata” scrive Epicuro, perché ogni azione si muove verso quella direzione e usiamo “come criterio di ogni bene il sentimento del piacere e del dolore”[2]. Ma non ogni piacere è da scegliersi, come non ogni dolore è sempre da fuggire. Esistono piacere catastematici e cinematici. Pensiamo a una pellicola cinematografia: i primi piaceri sono come un fermo immagine, i secondi sono il film in movimento. L'atarassia (assenza di turbamento d'animo) e l'aponia (assenza di dolore fisico) sono piacere catastematici. Noi, dice Epicuro, dobbiamo inseguire i primi, non i secondi. Il piacere non è quindi la “voluttà dei dissoluti” ma assenza di sofferenza fisica e tranquillità d'anima, un farsi bastare le piccole cose e un bastare a se stessi. 

“Quando viene la sera triste, dal cuore schiacciato, senza perché, la consolazione sta ancora nel consueto pensiero che neanche la sera gaia, ebbra, esaltata ha un perché – se non forse un incontro già fissato, una idea balenata nel giorno, una cosetta che poteva non essere. Cioè, ti consola il pensiero che nulla ha un perché, che tutto è casuale. Strana cosa. Su un altro piano questo pensiero è agghiacciante. Il volubile colore dei tuoi umori lo sopporti in quanto futile.
Ciò presuppone un enorme ottimismo, una fiducia nel semplice accadere. Fin che le cose accadono soltanto, e non c’è nulla sotto, tu stai tranquillo. È la rinuncia epicurea, è il quieto vivere. Possibile?”[3] si chiede un malinconico Cesare Pavese (1908-1950) nel suo diario.

“L'anima umana (e così tutti gli esseri viventi) desidera sempre essenzialmente e mira unicamente, benché sotto mille aspetti, al piacere, ossia alla felicità, che considerandola bene, è tutt'uno col piacere”[4] fa eco a Epicuro il Leopardi dello Zibaldone.

Alla fine della famosa lettera a Meneceo (nota anche come Lettera sulla felicità), Epicuro conclude scrivendo: “Questi precetti (…) medita per te stesso (…) vivrai come un dio tra gli uomini, ché in nulla è simile a creatura mortale l'uomo che vive tra immortali beni”[5].

Non si parla quindi di beni mortali (ricchezza, fama, potere), ma di beni immortali, preziosi perché curano l'anima e curano il corpo.

“Vano è il discorso di quel filosofo che non sappia curare qualche umana passione, infatti come l'arte medica non è di alcun giovamento se non ci libera dalle malattie dei corpi, così non è di alcun giovamento neppure la filosofia, se non ci libera dalla malattia dell'anima”[6] e per Severino, quando Epicuro parla di malattia dell'anima, si riferisce proprio alla non-verità che produce terrore.

Epicuro oggi, nel 2016, avrebbe guardato ai nostri piaceri con disgusto, ne sono certa. Perché figli di cupiditas, di fragilità e di noia. Altro che cinematici, i nostri piaceri sono frenetici. Avrebbe disertato i talk show (“lathe biosas”, era il suo invito, “vivi nascosto”), sarebbe rimasto fedele alla sua donna, non avrebbe tradito gli amici e comunque si sarebbe occupato della sua reputazione (non è mica un cinico!). Avrebbe avvertito: “Uomini, vi affaticate per cose di nessun pregio, e per conseguire un guadagno, avidi, scatenate risse e guerre”[7].

Con la sua valigetta del pronto soccorso, avrebbe dispensato il suo quadrifarmaco agli uomini e le donne della postmodernità. Non avere paura degli dei, se questi esistono sono indifferenti alle tue faccende, non avere paura della morte, perché “quando siamo noi, la morte non è presente e quando è presente la morte, allora non siamo noi”, non temere il dolore perché o passa in fretta o allora ti porterà alla morte. E all'angoscia di non raggiungere la felicità, Epicuro avrebbe sorriso. La felicità è a portata di tutti. Basta cercare i piaceri naturali e necessari, talvolta quelli naturali non necessari, mai quelli non naturali e non necessari.

Lucrezio scrisse il poema De rerum natura dedicato alla filosofia epicurea, elogiando il maestro Epicuro. Nel Rinascimento l'epicureismo torna con Lorenzo Valla e nel 1600 il sacerdote Pierre Gassendi vi aderisce (con qualche rivisitazione). Epicuro, uomo che vive nel meriggiare pallido e assorto dell'antichità è considerato il più grande illuminista greco, parole di Marx che scrisse una tesi di laurea sulla filosofia di Democrito e quella di Epicuro. “Nobil natura è quella /che a sollevar s'ardisce /gli occhi mortali incontra /al comun fato e che con franca lingua /nulla al ver detraendo, /confessa il mal che ci fu dato in sorte, / e il basso stato e frale” è il Leopardi della Ginestra, che sente insieme al filosofo di Samo, la titanica impresa di guardare in faccia con doloroso amore e lucida consapevolezza la natura e la vita. Eccola quindi la sontuosità di Epicuro, così composta: “Un giardino, fichi, piccoli formaggi e insieme tre o quattro buoni amici”[8].

Sonia Cosco
19/04/2016

Immagine: Colazione sull'erba, Claude Monet, 1865-1866.

[1]     Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Edizioni Laterza.

[2]     Diogene Laerzio, op. cit.

[3]     Cesare Pavese, Il Mestiere di Vivere, Einaudi.

[4]     Giacomo Leopardi, Lo Zibaldone, Oscar Mondadori.

[5]     Epicuro, Lettera a Meneceo.

[6]     Epicuro in Emanuele Severino, La filosofia antica, Bur.

[7]     Diogene Laerzio, op. cit.

[8]     Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano, Adelphi.

 

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