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Cominciamo questo ritratto, dedicato a Zenone di Cizio (333 a.C. - 263 a.C.) con un'ipotesi alquanto angosciante. Se noi non sapessimo nuotare e qualcuno ci gettasse in mare, per noi sarebbe diverso trovarci a 1000 metri di profondità o a 5 metri? No, ahimè, annegheremmo comunque. Per quanto vicini alla superficie dell'acqua, saremmo comunque persi nell'oscurità degli abissi. Questa immagine, poco consolante, è una metafora che ci porta nel cuore etico di una delle correnti più articolate della filosofia: lo Stoicismo. Il movimento è talmente vasto che risulta complesso risalire alla dottrina del suo fondatore, Zenone di Cizio, di cui ci sono rimasti pochi frammenti. Lo Stoicismo attraversando il tempo e lo spazio, passando la Stoà Antica con Cleante e Crisippo, la   Stoà Media con Posidonio, arrivò a Roma ed è qui che troviamo testimonianze più complete di una Nuova Stoà in personaggi vissuti nel I e II secolo d.C. come Seneca, Epitteto e Marc'Aurelio.
Prima di arrivare a sciogliere la metafora iniziale dell'acqua, andiamo ad Atene con Zenone, in un incrocio della strada per il Partenone, nella zona nord dell'agorà. Qui sotto il portico dipinto (Stoa Poikile, da cui prende il nome la scuola) conversiamo con il filosofo che ci chiede di visualizzare la filosofia come un fertile campo. La siepe esterna è rappresentata dalla logica, la terra e gli alberi rappresentano la fisica, mentre i frutti sono l'etica. Come dire: senza il corretto ragionamento non possiamo cogliere la natura della realtà e quindi applicare la ragione al nostro comportamento.
In questo ritratto filosofico non si soffermeremo sulla siepe (logica) o sugli alberi (fisica), ma proveremo a occuparci del frutto, ovvero dell'etica. D'altra parte l'età ellenistica nel suo disfacimento di certezze e confini, non è forse gemella in un certo qual modo a questa nostra età post-moderna liquida che ha perso orizzonti? Sentir parlare di dovere, di valore, di ragione, potrebbe arrivare alle nostre orecchie e alle nostre labbra come una medicina amara, ma utile.
Quindi guardiamo all'uomo per gli stoici, quell'uomo che all'inizio dell'articolo abbiamo lasciato in apnea, sott'acqua.
Noi siamo fatti di istinti e ragione. Ma, poiché per lo Stoicismo esiste una natura che è ordine razionale, se la nostra ragione si conforma alla natura, allora compirà il suo dovere, (kathekon) “ciò la cui scelta può essere razionalmente giustificata”[1], concetto che fa capolino per la prima volta proprio con il nostro Zenone.
Se l'etica di Platone era interessata alla giustizia, quella di Aristotele alla felicità, quella stoica si focalizza sul “dovere” che però è solo punto di partenza. Per raggiungere il “bene” è necessaria una disposizione uniforme e costante ed è allora che si diventa persona virtuosa.
Gli stoici erano davvero poco relativisti. Anche se poi a leggere certe biografie (una per tutte quella di Seneca) viene da pensare a una leggera discrepanza tra pensiero e condotta di vita, l'esistenza di Zenone che affiora dalle pagine di Diogene Laerzio, non lascia dubbi sulla sua austerità. Pare rifiutasse sempre gli inviti ai pranzi, che mangiasse solo fichi verdi, “piccoli pani” e miele.
Ammiratore di Socrate, aveva però poco sfrontatezza per “aderire all'impudenza cinica”, era timido, ma non proprio il sapiente che avrebbe voluto essere, visto che era di una “taccagneria indegna di un greco che ammantava col pretesto dell'economia”[2]. La sua frugalità però gli permise di campare fino a 98 anni senza ammalarsi mai. “La sua morte avvenne così: nell'uscire di scuola inciampò e si ruppe un dito, battette la mano sulla terra e citò il verso della Niobe [...] e mancatogli il respiro, immediatamente morì”[3].
Sono conformi al dovere le azioni dettate dalla ragione, “per esempio onorare i genitori, i fratelli, la patria, avere buoni rapporti con gli amici; non sono conformi al dovere le azioni non ammesse dalla ragione, per esempio trascurare i genitori, non curarsi dei fratelli, non essere d'accordo con gli amici, disprezzare la patria e simili. Né conformi né contrarie al dovere sono quante azioni la ragione né impone né vieta di fare, per esempio togliere gli sterpi, tenere lo stilo”[4]. Esistono quindi azioni doverose, non doverose e altre che non sono né doverose né non doverose. Lettore, vuoi agire come agirebbe uno stoico? Allora non dovrai lasciarti sedurre dal piacere, dovrai essere sincero senza apparire migliore, non dovrai mettere in luce solo i tuoi pregi, ma anche i tuoi difetti. Non sarai ateo, non sarai finto e ipocrita né nel volto né nella voce, ti mischierai poco delle faccende del mondo, ma non ti isolerai completamente, non sarai intristito dal dolore e sì ogni tanto potrai bere vino, solo a patto di non esagerare[5]. Ma siamo solo all'inizio. La strada verso la virtù non è mica in discesa. D'altra parte sono sempre gli stoici a ripescare il tema cinico del “ponos”, della fatica, dello sforzo cui deve tendere la nostra condotta.
“Colui che è lontano cento stadi da Canopo e colui che è lontano solo uno stadio, non sono ugualmente a Canopo: così pure colui che pecca di più e colui che pecca di meno si trovano ugualmente fuori del retto sentiero”. Se gli aristotelici ammettevano tra virtù e vizio un percorso graduale, per gli stoici non c'è stadio intermedio.  Come un legno deve essere o diritto o storto, così un uomo o è giusto o ingiusto. Come un uomo che si trova sott'acqua annega a qualsiasi profondità si trovi, così per quanto annaspando cerchiamo di risalire verso la superficie, saremo sempre sott'acqua, senza respiro, senza virtù, nell'apnea del vizio. Forse quando Bertrand Russell scriveva che lo stoicismo è “in un certo senso fanatico”[6] si riferiva a questa rigidità? “Non si condannano solo le cattive passioni, ma tutte le passioni. Il saggio non prova affetto alcuno; quando sua moglie e i suoi figli muoiono, riflette che questo avvenimento non è d'ostacolo alla sua virtù e quindi non ne soffre particolarmente”[7]. A questo punto viene da pensare che nessuno potrà mai essere virtuoso in senso stoico, anche perché la virtù è l'unico bene: sapienza, saggezza, giustizia (e mali i loro contrari). Quello che a noi oggi può sembrare “bene” (la salute, la bellezza, la ricchezza) in realtà rappresenta per lo più “cose indifferenti” (adiaphora). Tuttavia esiste anche ciò che non è bene, ma è comunque degno di essere scelto, ovvero un “valore”.
In questo regno di ferrea disciplina dell'anima e del corpo, l'emozione non può che essere bandita. Il pathos è degli stolti, il saggio sarà colui che vive nell'apatheia, cioè nell'assenza di passioni. Il sapiente deve essere immune ai sentimenti, all'albagia, alla vanità, alla gloria, indifferente verso la vita e la morte (se le condizioni esterne impediscono l'esercizio della virtù è preferibile il suicidio come dimostra la morte di Seneca). In una tale visione evidentemente non c'è posto per la mediocrità umana. La maggior parte di noi è stolta o folle, solo il sapiente è libero perché conosce l'ordine razionale. Anche se per gli stoici esiste un'ineluttabile Necessità (Fato, Destino) “la vera libertà del saggio sta nell'uniformare i propri voleri a quelli del Destino, sta nel volere insieme al Fato ciò che il Fato vuole”[8]. Esiste quindi un'unica schiavitù, che è quella del vizio e di chi non è padrone di se stesso. Tanto un imperatore quanto uno schiavo possono essere sapienti perché esiste un'unica legge naturale che ci rende tutti uguali, il logos. Epitteto (50-130 d.C.) fu uno dei più grandi filosofi stoici, il suo nome significa “colui che è stato acquistato”, ma la sua condizione di schiavo non gli impedì di diventare un grande pensatore, le cui tracce è possibile ripercorrere in tanta cultura occidentale successiva, da Blaise Pascal a Michel de Montaigne, da Leopardi a James Joyce.

Sonia Cosco
31/03/2016

Immagine: Fanciullo con canestra di frutta, Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1593.

 

[1]     Abbagnano, Fornero, Filosofi e filosofie nella storia, Paravia.

[2]     Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, edizioni Laterza.

[3]     Diogene Laerzio, cit.

[4]     Diogene Laerzio, cit.

[5]     Diogene Laerzio, cit.

[6]     Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale, Tea.

[7]     Bertrand Russell, cit.

[8]     Reale, Antiseri, La filosofia nel suo sviluppo storico, Editrice La Scuola.

 

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