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A questo punto della nostra storia della filosofia entra in scena... una donna.
In realtà le donne che hanno tracciato solchi nel terreno della filosofia (anche solo una “traccia madreperlacea di lumaca o smeriglio di vetro calpestato” per usare i versi del poeta Eugenio Montale[1]) si contano, ahimè, sulla punta delle dita. Dal 2009, grazie a un discreto film per la regia spagnola di Alejandro Amenábar, oggi qualcuno sa collegare il nome Ipazia al volto di una filosofa del IV secolo d.C. Che poi questo volto fosse dolce e bello come quello dell'attrice Rachel Weisz, è cosa difficile da appurare. Ma non tergiversiamo troppo. La figura femminile di cui voglio parlarvi ora e che ci serve per introdurre un grande pensatore, non è in realtà una filosofa, ma una sacerdotessa. Le doti di queste fanciulle, la cui esistenza si riassumeva in un'abnegazione totale verso il dio, erano quelle di mettere in contatto i mortali con le divinità. Solo attraverso la loro voce il dio parlava. Pare quindi fosse stata Temistoclea, sacerdotessa del dio Apollo a Delfi, a trasmettere a Pitagora la sapienza divina.[2] Ed ecco comparire il vero protagonista di questo nuovo ritratto: Pitagora, il matematico, quello del teorema famoso. Se la storia della filosofia potesse diventare un'avvincente serie televisiva, la puntata su Pitagora potrebbe intitolarsi: Pitagora, the legend. Perché nessuno poteva vantare a quel tempo di essere filosofo-sacerdote, perché nessun altro filosofo ha lasciato alla sua morte un'eredità così ammantata di mistero e ossequio postumo. Ipse dixit, lo ha detto lui, impossibile contraddire. Con la figura di Pitagora si afferma il principio dell'auctoritas (nel Medioevo la "somma autorità" sarà quella di Aristotele).

“Per l'aria che respiro, per l'acqua che bevo, non sopporterò alcuna obiezione su ciò che sto per dire”.[3]

E se fosse stata Temistoclea “a dirlo”? Quindi Ipsa dixit? Ma non è questo il luogo per approfondire la questione di genere. Anche perché, come per tutti i personaggi famosi, di Pitagora si è scritto tanto e lo hanno fatto in troppi. “Poco o nulla si sa di storicamente documentabile” scriveva lo storico della filosofia Francesco Adorno. I principali biografi furono Giamblico[4] e Porfirio[5]. Discepoli, filosofi successivi, letterati greci romani hanno lasciato aneddoti su di lui, mentre l'unico che proprio non ha scritto niente, è lo stesso Pitagora.
Da questo buio cilindro che affonda nei millenni, possiamo però estrarre un luogo di nascita, Samo e una data il 570 a.C. Diogene Laerzio ci svela che il padre era un incisore di pietre preziose per anelli e che dopo pochi anni di studio in patria, entrò in contatto con i sacerdoti egiziani. Girò il mondo, dai caldei attinse nozioni di astronomia, dai fenici di geometria e sbarcato a Crotone, sulle coste italiane fondò una scuola i cui studenti dovevano osservare bizzarri precetti tra cui:  non mangiare fave, non raccogliere ciò che è caduto, non toccare un gallo bianco, non spezzare il pane, non scavalcare le travi, non addentare una pagnotta intera.
Uomo dal grande carisma (oggi potremmo definirlo il guru di qualche setta) la sua scuola fu luogo di studio, ma soprattutto comunità religiosa e politica di stampo aristocratico, caratterizzata da segretezza, riti di iniziazione e simbologie. Come a una rockstar dei nostri giorni, a lui si attribuirono eventi eccezionali come aver ucciso un serpente velenoso con un morso e persuaso una giovenca a non mangiare più fave.[6] Troppo fama (e integralismo mistico) può infastidire e infatti quando nelle città greche dell'Italia meridionale iniziò ad affermarsi un movimento democratico, le scuole pitagoriche vennero incendiate e gli esponenti costretti alla fuga o uccisi. Probabilmente il nostro trovò la morte durante questi disordini, forse per evitare un campo di fave che avrebbe dovuto attraversare durante la fuga...
Come tutti gli uomini misteriosi e oscuri (in questo poteva competere con Eraclito) non solo non scriveva, ma parlava poco. Però possiamo affermare con una certa sicurezza che tre sono i temi centrali affrontati dalla scuola: la metempsicosi, il Numero e il Cosmo.
Metempsicosi: il corpo è la tomba dell'anima e questa, una volta liberata dalla sua prigione, trasmigra di corpo in corpo. Dipende solo da come conduci la tua esistenza se l'anima finirà nel corpo di un uomo o in quello di una rana o di un moscerino. Lo studio, le pratiche religiose, la ricerca della sapienza, solo così l'anima può salvarsi da reincarnazioni terribili e se non tutti condividono la teoria che “il pitagorismo fu un movimento di riforma in seno all'orfismo, come l'orfismo era stato un  movimento di riforma in seno al culto di Dioniso”,[7] di certo c'è che con Pitagora entriamo in un capitolo nuovo della storia della filosofia. L'uomo si scopre tristemente chiuso in una corazza destinata a non durare e si sente irrimediabilmente diviso. Le due metà, anima e corpo si guardano con estrema diffidenza. L'anima dei pitagorici indica una direzione che non è quella dell'appagamento del desiderio, ma la liberazione dallo stesso imboccando il sentiero della sapienza, della scienza.

“I pitagorici esortavano (…) da guardarsi, sopra ogni altra cosa, dal piacere: perché, dicevano, nulla ci induce in peccato e ci danneggia tanto quanto il piacere”.[8]

Studiare filosofia è un po' come calcare le scene e indossare il volto dei filosofi per guardare con i loro occhi la realtà. Questa interpretazione invita a sviluppare la facoltà della “complessità” e a smettere di pensare che esista solo il nostro punto di vista. Indossiamo quindi il tipico abito del filosofo greco del VI secolo a.C. e diventiamo Pitagora dalla chioma folta che di fronte a sé ha alcune evidenze, per esempio: l'uomo invecchia e i piaceri della giovinezza sono spesso dannosi e precari.

“Breve vita ha il frutto della giovinezza, come la luce del sole che si irradia sulla terra”.[9]

È un malinconico Mimnermo di Colofone, poeta greco del VII secolo a.C. a scrivere versi che sembrano fare da contrappunto poetico alla logica mistica dei pitagorici. Non possiamo affidarci al corpo, ai sensi, al piacere, perché sono fugaci e precari, è la nostra anima che deve essere curata e salvata, tanto più se il suo è un viaggio lunghissimo da corpo a corpo, da prigione a prigione.
Matematica e Cosmo. Pitagora seppe trasformare la matematica in scienza. Perché se prima erano solo gli agrimensori a occuparsi di calcoli (i geometri dell'antichità) con Pitagora i numeri diventano non solo oggetto di speculazione filosofica, ma principio di ogni cosa. Sostanza, quid. Lasciamo stare l'aria, l'acqua, la terra, il fuoco, l'arché è il Numero. E d'altra parte se i nostri libri di geometria iniziano dal punto geometrico ci sarà un perché. Il punto diventa unità di misura del numero che si può rappresentare come insieme di unità, graficamente. Trasformare la realtà in una serie di punti geometrici e numeri significa riuscire a misurarla e quindi possederla. In tutti i fenomeni naturali sembrano esserci logiche numeriche, dal movimento degli astri al ciclo delle stagioni, fino al rapporto tra la lunghezza delle corde della lira e gli accordi della musica. Se esiste una Legge con L maiuscola, deve essere Matematica e deve essere armoniosa.
Principio di tutte le cose è la monade; dalla monade nasce la diade infinita da cui nascono i numeri, da questi i punti a seguire le linee, le figure piane, solide, i corpi sensibili “fino al cosmo animato, intelligente, rotondo che contiene al centro la terra anch'essa rotonda ed abitata”.[10] Dal Caos al Cosmo (ordine). Per i pitagorici esistono due tipologie di numeri, quelli pari e quelli dispari. Il dispari è numero limitato (compiuto), il pari è numero illimitato (non compiuto). Se rappresentassimo infatti in stile pitagorico un numero pari e un numero dispari ecco cosa verrebbe fuori:

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Nel primo caso il numero 2 lascia aperta una via per l'infinito. Infinito che, amato dai poeti romantici che si affacciavano sul colle Tabor di Recanati all'inizio del XIX secolo, non piaceva affatto agli antichi greci che tifavano per il finito, sinonimo di compiutezza e delimitazione (come accade nella rappresentazione grafica del numero 3 in cui la “freccia” incontra un ostacolo).
Nell' “horror infiniti” dei pitagorici c'è il disagio del non-noto, dell'imprevisto, dello sconosciuto da cui si salvano i numeri dispari. Essendo una scuola  profondamente snob anche i numeri si dividevano in numeri “aristocratici” e numeri “plebei”. A parte il 10, la tetraktys, che per i pitagorici era il numero perfetto (rappresentato da un triangolo equilatero) l'1, il 2 e il 3 e il 4 erano i più illustri numeri. Anche la salute, la virtù, l'amicizia, altro non erano se non manifestazioni dell'Armonia e i numeri non erano solo cose, ma anche valori e stati d'animo. I numeri pari in linea di massima corrispondevano alla molteplicità, alle tenebre, al male e indovinate un po', alla femmina, al contrario di quelli dispari. Davvero poca gratitudine per quella Temistoclea che fece dono della sapienza divina a colui che l'avrebbe trasformata in un numero pari e imperfetto.
Ma da parte dell'uomo che si definì con una certa solennità – e primo nella storia –  “un filosofo” rivolgendosi a Leonte, tiranno di Fliunte, non possiamo aspettarci molta umiltà. Più che la sacerdotessa, dovrebbero essere i discepoli di Pitagora ad essere risentiti nei confronti di un maestro che si prese forse i meriti delle loro intuizioni: per esempio che l'organo spirituale dell'uomo fosse nel cervello e non nel cuore o l'idea della sfericità della terra e dei corpi celesti. I dieci astri nel cielo percorrono, per questi filosofi-matematici-asceti, orbite circolari ed emettono musica dolcissima che nessuno di noi è in grado di percepire. La matematica, da codice per capire la realtà diventa poesia dell'universo nella sua Armonia che a noi, creature precarie come le foglie di Mimnermo di Colofone, è possibile solo intuire. Circa un secolo dopo arrivò un gigante della filosofia a raccogliere l'eredità del filosofo di Samo, del “profeta religioso e matematico puro”[11] e questo gigante si chiamava Platone.

Sonia Cosco
02/03/2016

Immagine: Allegoria dell'Aritmetica, Laurent de La Hyre, 1650.

[1] Eugenio Montale, Piccolo testamento, in La Bufera e altro, 1956

[2] Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, vol.2

[3] Diogene Laerzio, op. cit.

[4] Giamblico, La vita di Pitagora.

[5] Porfirio, Vita di Pitagora.

[6] Diogene Laerzio, op. cit.

[7] F.M. Cornford, From Religion to Philosophy in Bertrand Russell, Storia della Filosofia.

[8] Giamblico, op. cit.

[9] Mimnermo, Come le foglie.

[10] Diogene Laerzio, op. cit.

[11] Bertrand Russell, op. cit.

 

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