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Nella scorsa puntata abbiamo immaginato, con un volo pindarico che avrà fatto venire i brividi ai filosofi seri, Anassimene e Anassimandro, suo maestro, mentre osservano il fuoco nemico che distrugge la loro città, Mileto, in un evento (la presa di Mileto) datato 494 a.C.
Anassimandro è stanco, avrebbe voglia di tornare a casa e sdraiarsi un poco. Discepolo di Talete, nato intorno alla fine del VII secolo a.C. e morto agli inizi della seconda metà del VI secolo a.C., compose un trattato dal titolo Sulla natura considerato il primo testo filosofico della tradizione occidentale
“Lo vedi il fuoco, Anassimene?” immaginiamo il dialogo tra i due. “Lo vedi laggiù? Ecco, mi sai dire come potrebbe avere ragione il venerando Talete a dire che tutto ha origine dall'acqua? Il fuoco come può originarsi dall'acqua, visto che lo spegne?”.
Anassimandro ora si alza, saluta il giovane discepolo che ha una sua teoria in proposito e l'abbiamo già resa nota nel capitolo precedente e si allontana. Mani dietro una schiena curva e pensosa, Anassimandro non ha più l'energia di un tempo per levare il viso al cielo e scrutarne i movimenti. L'acqua di Talete alla base di tutto? Come è possibile? Non è un qualcosa di derivato? Il principio primo, l'arche deve avere una natura infinita, indefinita.
A questo pensa Anassimandro che, anche se ormai in là con gli anni, mantiene quell'atteggiamento fiero, tipico dell'aristocrazia terriera del VI secolo a.C. Quell'orgoglio che, ci racconta Diogene Laerzio, venne ferito da alcuni bambini che lo sentirono cantare e lo derisero per le sue stonature.

“Dunque per amore dei fanciulli devo migliorare il mio canto”.[1]

Messo in crisi da volubili ragazzini, per una voce non proprio da usignolo, ha altro però a cui pensare. A ciascuno il suo e se l'aedo ha il talento del canto, lui ha quello della ragione, allenata a fare calcoli complessi e a determinare equinozi, solstizi e a misurare il tempo.

“Egli per primo disegnò la circonferenza della terra e del mare ed inoltre costruì anche una sfera”.[2]

Se chiude gli occhi, Anassimandro, si perde nel suo apeiron e inizia a fluttuare come la terra-cilindro in cui gli uomini e le donne posano la loro impronta. Solo gli sciocchi possono pensare che ci sia un sostegno a reggere la terra o dell'acqua sulla quale galleggi.
A-peiron
, quell'alfa privativo dice tutto: la sostanza primigenia è priva di limiti esterni e interni, illimitata da un punto di vista qualitativo e quantitativo. L'apeiron governa tutto. L'arche di Anassimandro è uno sforzo di astrazione maggiore rispetto a quello di Talete. L'acqua non è che un elemento come altri e non può essere principio primo perché, in quella che è la dinamica e il movimento incessante che caratterizzano la realtà, ogni elemento cercherebbe di dominare sugli altri. Terra, acqua, fuoco ciascuno cercherebbe di imporsi sull'altro ed è quindi necessario che la sostanza primigenia sia “super partes”, neutrale.

“Avendo osservato il reciproco mutamento dei quattro elementi, ritenne giusto di non porne nessuno come sostrato, ma qualcos'altro oltre questi”.[3]

L'apeiron è una sorta di unità indifferenziata da cui si staccano i contrari fondamentali della vita: caldo e freddo, ciascuno generando altre nature, altre cose. L'apeiron non è principio primo perché crea la realtà alterando se stesso, ma è principio primo perché nel suo incessante movimento da esso si staccano i “contrari”.
Anassimandro non si accontenta di spiegarci come ciò accada, ma anche perché. Il suo pensiero, per quanto caratterizzato e guidato da curiosità scientifica, si mostra permeato delle concezioni religiose del tempo e si può provare a riassumere – e semplificare – così: la vita è figlia di “ingiustizia”, la morte è “espiazione” di tale ingiustizia.
Noi, così lontani della mentalità greca e presocratica, forse non avremmo emesso una sentenza così dura nei confronti dell'imputata “vita”. Eppure il ridotto frammento di Anassimandro non sembra lasciare molto spazio a visioni ottimistiche:

“Tutti gli esseri devono, secondo l'ordine del tempo, pagare gli uni agli altri il fio della loro ingiustizia”.[4]

Possiamo anche riportare, oltre la traduzione del grande filologo tedesco Hermann Diels, quella fatta da Nietzsche in La filosofia nell'epoca tragica dei greci (1873):

“Là dove le cose hanno il loro nascimento, debbono anche andare a finire, secondo la necessità. Esse debbono infatti fare ammenda ed essere giudicate per la loro giustizia, secondo l'ordine del tempo”.[5]

I filosofi Friedrich Nieztsche e Martin Heidegger tornano diverse volte sulla figura del filosofo (Heidegger scrive nel 1946 il saggio Il detto di Anassimandro e per Nietzsche è Anassimandro che apre le danze dell'astrazione e della filosofia). La frase di Anassimandro è oscura, incerta, come i primi passi di un bambino che ha appena smesso di gattonare, l'antico filosofo greco vuole resistere al peso della forza di gravità che lo fa precipitare a terra, a rivangare tra gli elementi più elementari e primitivi e tende a librarsi verso l'alto, in una tensione metafisica. Cosa volesse dire Anassimandro è difficile da capire. Forse il filosofo si riferisce a un equilibrio tra gli elementi che necessariamente corrisponde anche a un equilibrio di natura morale, a una “giustizia” che riguarda il nostro destino, destinato a finire, prima o poi. Heidegger ritiene che scavando in questo detto si possa rintracciare, quasi fosse una specie di essenza distillata, il cuore del pensiero greco.
Se la nascita è da intendersi come separazione degli esseri dalla sostanza infinita, possiamo vederla come lo spezzarsi di un'unità, un cadere nel divenire (in quello che poi successivamente il filosofo Parmenide avrebbe chiamato il non-essere), nella diversità. Nel mondo finito che abitiamo noi, il conflitto e il contrasto sono presenti a differenza della dimensione infinita dell'apeiron. Quindi la vita nasce da un'ingiustizia, questo strapparsi all'apeiron ed essere gettati nel molteplice. Solo la morte può riportare all'unità ed ecco perché forse è da intendersi come “espiazione”.

“È funesto a chi nasce il dì natale”.[6]

Il poeta Giacomo Leopardi, mentre componeva tra il 1829 e il 1830 Canto notturno di un pastore errante per l'Asia, stava forse pensando anche un po' al frammento di Anassimandro?
Apeiron, movimento, dinamica e separazione dei contrari, caldo, freddo, vita, cielo e terra.
Karl Popper definì, quella di Anassimandro “una delle più audaci, delle più rivoluzionarie e delle più portentose scoperte dell'intera storia del pensiero umano”.[7] La terra vola in uno spazio aperto. Non c'è una divinità muscolosa come Atlante a sorreggerla sulle spalle o una rugosa tartaruga il cui carapace scricchiola dall'eternità sotto il peso della terra. Egiziani, africani, indiani, ebrei, babilonesi per quanto fossero sempre in guerra gli uni con gli altri su una cosa concordavano: sopra la terra c'è il cielo, sotto la terra c'è qualcosa, non di certo il nulla.
Su Anassimandro lo sguardo dei filosofi successivi si è posato con grande curiosità e ammirazione. Bertrand Russell lo ritiene molto più interessante rispetto a Talete. Con lui il pensiero fa un salto in avanti e sgombra il campo dalle reticenze del suo predecessore. La natura va osservata, misurata, conosciuta, ma rimane una complessità metafisica che solo un principio illimitato e indeterminato può lasciare intravedere. Un conto è realizzare una carta geografica, e in questo Anassimandro pare fosse bravissimo, un conto è chiedersi qual è l'origine di tutto. Apeiron è risposta razionale, ma non naturalistica, bensì metafisica. La risposta non si può trovare in un elemento naturale, come l'acqua. Anche se Anassimandro, anticipando di due millenni Charles Darwin e la sua teoria dell'evoluzione della specie, era certo che dall'acqua fossimo nati noi uomini, nascosti dentro pesci.

Sonia Cosco
23/02/2016

Immagine: Fliegendes Brett mit grünem Fisch, ©Helmut Thoma, 1968. Fonte: Wikipedia, licenza: Creative Commons.

Note:
[1] Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, I, Editori Laterza, 2000.
[2] Diogene Laerzio, cit.
[3] Hermann Diels 12 A 9, ne I Presocratici, Testimonianze e frammenti, a cura di G. Giannantoni, Laterza, Bari 1969.
[4] Frammento.
[5] Friedrich Nietzsche, La filosofia nell'epoca tragica dei greci, Adelphi.
[6] Giacomo Leopardi, in Canti.
[7] Karl Popper in Carlo Rovelli, Che cos'è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro, Oscar Mondadori.

 

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