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Che Anassimene sia il filosofo meno importante tra quelli che potremmo chiamare i primi filosofi degli “elementi” (gli altri sono Talete ed Eraclito), viene annunciato generalmente dal numero di righe che i manuali scolastici gli dedicano. Ai ragazzi rimangono, alla fine della lezione, poche idee che tendono a sintetizzare in un concetto: Anassimene, quello dell'aria. In realtà, anticamente, era più ammirato di Anassimandro, suo maestro e il pensiero di Anassimene influenzò quello di Pitagora anche se a differenza del filosofo di Mileto, i pitagorici scoprirono, dimostrando un'evidente maggiore bravura o più intuito, che la terra non era una tavola piatta, bensì sferica.
Nel primo ritratto filosofico abbiamo lasciato Talete nel pozzo, annaspante, con il fiato corto, mentre cercava di riprendersi dalla caduta, con il respiro affannato. Insomma, sicuramente gli mancava l'aria...
Ed eccoci arrivati alla parola chiave del pensiero di Anassimene: l'aria. L'arche è l'aria e quando si condensa diventa acqua e poi terra e poi pietra. Tutto, visibile e invisibile, è aria (la dottrina secondo cui il principio vitale è originariamente intrinseco alla materia è l'“ilozosimo” da ὕλη «materia» e ζωή «vita»).
Se, come afferma Bertrand Russell “la scuola di Mileto è importante non per i risultati che raggiunge ma per ciò che tentò”, è evidente che sulle ipotesi di Anassimene bisognerebbe posare più attenzione.
Se provo a smettere di respirare non mi sento forse morire? E l'anima che è dentro di noi, non è forse impalpabile come l'aria, eppure così fondamentale? “Le cose visibili sono uno sguardo su quelle invisibili” diceva un filosofo che verrà dopo e si chiamava Anassagora.
In realtà l'aria di Anassimene è ancora molto visibile, molto fisica. Si rarefà e si condensa creando l'acqua e, udite udite, anche il fuoco. Sperimenta Anassimene, come tutti i filosofi naturalisti e nota che dalla bocca l'aria esce fredda se le labbra sono quasi serrate, mentre è tiepida se la bocca è spalancata. Nato intorno al 546-545 a.C., muore intorno il 528-525 a.C. Figlio di Euristrato, fu uditore di Anassimandro, ci informa Diogene Laerzio. Come ogni ego filosofico che si rispetti, anche il nostro vuole mettere per iscritto le sue scoperte, in un'opera che dovrà avere un titolo forse non molto originale, ma di impatto “mediatico”: Sulla natura di cui non è pervenuto quasi nulla, fatta eccezione per un paio di frammenti.
L'aria è infinita, in un movimento incessante, respiro cosmico. Tutto nasce dall'aria, il passato, il presente, il futuro, gli dei. I processi dell'aria sono alla base del divenire ciclico del mondo, del suo dissolversi e del suo rigenerarsi.
Lo immagino, Anassimene, inspirare ed espirare con lentezza, concentrato, con un movimento che millenni più avanti i maestri di yoga insegneranno nelle palestre della nostra città a uomini e donne affaticati dalla routine quotidiana. Ma le discipline dello yoga erano note già 3000 anni fa, anche se i greci avevano ben pochi contatti con la civiltà indiana. Se fosse vero che siamo uomini legati dalle medesime intuizioni e che esiste una coscienza collettiva come affermava lo psicoanalista Carl Gustav Jung, mi spingo a immaginare l'aria di Anassimene come una risposta scientifica a certe pratiche religiose antichissime di cui ignorava l'esistenza.
Il respiro è vento che scaccia pensieri, musica che dà ritmo, controlla i moti dell'animo e del corpo, è pneuma, soffio vitale, musica evanescente dentro di noi. Con gli occhi di Anassimene guardiamo l'aria prendere forma, l'impalpabile diventare materia. Cosa c'è di più affine al divino dell'invisibile che pure sorregge il mondo? Aria come la grande mano di Atlante che sorregge una terra piatta come una tavola, dove gli uomini che camminano devono fare attenzione a non raggiungere le estremità spigolose, perché oltre c'è il precipizio, mentre in alto, il sole, viaggia con le stelle e ogni tanto si schermisce dietro una nuvola o la cima di una montagna.
Se l'aria è l'arche, l'arche è il respiro, moto circolare infinito che appartiene all'umano e al mondo non umano, il logos intercetta – agli albori della filosofia – le frequenze della divinità e l'aria sembra diventare l'unico dio che è in noi e fuori di noi.
Si legge in Reale/Antiseri: “In un certo senso Anassimene rappresenta l'espressione più rigorosa e più logica del pensiero della Scuola di Mileto, perché con il processo di condensazione e rarefazione introduce quella causa dinamica di cui Talete non aveva ancora parlato”. Principio e causa. Aria fisica come l'acqua di Talete, principio invisibile come l'apeiron di Anassimandro.
“Come l'anima nostra, che è aria, ci sostiene, così il soffio e l'aria circondano il mondo intero”, eccolo il frammento del filosofo di cui dobbiamo accontentarci.
Anassimene si siede su un tronco d'albero e pensa al suo maestro, dal nome così simile al suo, Anassimandro, che di certo non sarà d'accordo con questa sua teoria dell'aria. Ma non è tempo di dubbi e incertezze, ma di entusiasmi e meraviglie. Il logos ha indicato la strada e la natura umana, animale e vegetale offrono spunti e prove. Si tappa naso e bocca con le mani. Gli manca il respiro, come a Talete dentro il pozzo, come a tutti i filosofi che annegano nelle loro scoperte, quasi imbarazzato dall'evidenza della sua teoria che non può essere confutata perché senza respiro non c'è vita e il contrario è la morte.
Poi in un futuro lontano, in una dimensione in cui le leggi della physis non hanno voce in capitolo, una mano si è posata sulla sua spalla. Si volta, riconosce il volto del maestro e amico, Anassimandro, “Stavo proprio pensando a te” e lo invita a sedersi accanto. Il tronco è abbastanza grosso e comodo per sorreggere entrambi gli uomini e i loro ingombranti pensieri. Davanti a loro le fiamme di piccoli incendi avvampano e lambiscono il cielo. “È solo aria rarefatta, tranquillo” è la rassicurazione di Anassimene al suo maestro, che non risponde.
È il 494 a.C., quasi cinquanta anni dalla morte presunta di Anassimene e molti di più da quella di Anassimandro. Loro però sono tornati, hanno scelto un tronco su cui sedere e osservare la loro città, mentre viene distrutta dai fuochi nemici, in quella che sarà nota come la presa di Mileto e di cui scrisse l'omonima tragedia un certo Frinico, drammaturgo greco antecedente al più ben noto Eschilo. Anassimene si chiede come sia potuto accadere che quell'aria, principio di tutto, accesa dall'odio, abbia potuto distruggere la sua città così bella, fiorente centro culturale, economico, artistico. “Forse - pensa - l'aria non è l'arche... e anche per noi, arrivati a questo punto in cui la filosofia sta diventando qualcosa d'altro e s'incrocia con una scena immaginaria e impossibile da dramma teatrale, è tempo di girare pagina.

Sonia Cosco
02/02/2016

Immagine: Clouds, John Constable, 1822. 

FONTI:
Anassimandro, frammento.

Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Editori Laterza.

Reali/Antiseri, La filosofia nel suo sviluppo storico, Editrice La Scuola.

Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale, Tea.

Simplicio, Commento alla Fisica di Aristotele.

 

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