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La filosofia inizia con un uomo che cade in un pozzo. Perché a furia di guardare la luna e le stelle e ad avere la testa tra le nuvole può capitare di inciampare. Ed è proprio quello che accadde a Talete di Mileto. L'uomo che inventò la filosofia, quel ragionare, fatto di inciampi, che però porta sempre un po' più in là, oltre la caduta, a rimettersi in piedi e ostinarsi a guardare la luna e le stelle, finché non diventano un po' più vicine e meno impossibili, finché alle domande non seguono le risposte e poi ancora domande. Il salto a ostacoli del coniglio di Alice ci porta nella tana della filosofia, che è stretta perché scomoda, ma luminosa perché la ragione, il logos, la fa risplendere di una luce particolare, un po' fredda, tagliente, ma pulita, come nelle giornate fredde, da neve, che a vederla è bella da morire e a toccarla brucia come fosse fuoco.
La filosofia nasce quando l'uomo sgrana gli occhi e prova lo stupore per il seme che diventa pianta, il pesce che muore fuori dall'acqua, il sasso che sprofonda a terra e la piuma che vola in cielo. I primi filosofi erano in fondo degli scienziati, grandi osservatori della natura, del proprio corpo, dei sottili e profondi movimenti della terra e del cielo. Erano scienziati che però traducevano la meraviglia in parola, in ragionamento. In principio era il logos, lo scarto tra l'uomo e l'animale, lo strumento che traduce il pensiero, le sensazioni, le immagini. E com'era poetico lo sguardo ammirato di questi primi scienziati-filosofi verso le cose, quasi fossero bambini intrappolati nell'età dei tre anni, l'insistente fase dei perché, delle domande a tutti i costi, senza vergogne, timori e remore.
Se la filosofia ha un inizio, significa che c'era un prima, rispetto a un dopo.
Prima gli uomini non si facevano forse le stesse domande? Non provavano curiosità per il movimento delle stelle, le forme delle pietre e i colori dei fiori? Ovviamente la risposta è sì, anche prima dei filosofi la mente dell'uomo turbinava di curiosità inespresse, di fame di sapere inappagato, ma non cercava di trovare da sola le soluzioni, ma le delegava, se così possiamo dire, alla religione. Agli dei, che in quel periodo erano tanti, capricciosi e potenti, si attribuiva tutto ciò che era inspiegabile. Era una specie di resa davanti la sconfinata complessità della vita, del mondo, della realtà. L'uomo che non era filosofo aveva probabilmente una pigrizia mentale che non lo spronava ad andare oltre. Non è scontato che avesse altre preoccupazioni rispetto a quella del porsi domande e cercare delle risposte. Preoccupazioni più elementari, come mangiare, sopravvivere, procreare figli, stabilire paci o dichiarare e vincere guerre. Non è un caso che la filosofia sia nata in un momento di particolare equilibrio economico, sociale, politico come fu il VII secolo a.C. nelle colonie della Magna Grecia e dell'Asia Minore. Mileto, che è la patria del nostro primo eroe della filosofia, è una piccola città sulla costa dell'Anatolia e in quel periodo era uno dei più importanti centri della costa della Ionia. Fiorente era il commercio e dai porti di Mileto partivano e approdavano navi cariche di oli, grano, metalli, papiri, vino. Quando c'è benessere, l'uomo può dedicarsi oltre che ai piaceri del corpo anche a quelli dello spirito. In fondo filosofare nasce come il frutto privilegiato di una congiuntura storica favorevole, nasce quando gli uomini di città come Mileto iniziarono a passare sempre più tempo con il naso all'insù, a guardare le stelle sotto le quali camminavano e a osservare più da vicino il mare sopra il quale navigavano. Uno di questi uomini fu Talete che nacque nella seconda metà del VII secolo a.C. «Fu il primo a essere chiamato sapiente sotto l'arconte Damasias in Atene»[1] e come gli uomini sapienti del tempo, provava gusta a parlare a sentenze che Diogene Laerzio ci ricorda, in tutta la loro solennità:

(…) dio è l'essere più antico; è infatti increato. La cosa più bella è l'universo, ché è opera di dio. La cosa più grande è lo spazio, ché il tutto abbraccia. La cosa più veloce è la mente, ché per il tutto corre. La cosa più forte è la necessità, ché domina su tutto. La cosa più saggia è il tempo, ché tutto rinviene.[2]

Viaggiare con il corpo e viaggiare con la mente divennero un'unica cosa sola per il saggio Talete che venne istruito da sacerdoti egiziani e caldei che molto sapevano di astronomia e matematica. Ma se l'aritmetica e la geometria esistevano già tra gli egiziani e i babilonesi erano di tipo empirico, non di tipo deduttivo.[3] Non è un caso che fossero i religiosi gli uomini più colti del tempo, quelli che potevano dedicarsi maggiormente alle cose dello spirito e quindi travasare ai primi filosofi, antichi saperi acquisiti su tecniche di navigazione o problemi di aritmetica. La cultura "sapienziale" dei religiosi sembra trasbordare in un nuovo flusso, in una nuova corrente che più rapida e vigorosa sfociare a delta in un nuovo oceano dal nome musicale e dolcissimo, ovvero la filosofia.
Se questa significa letteralmente "amore per il sapere" è evidente che siamo di fronte a un interessante ossimoro. L'amore sgorga dal cuore, è irrazionale, impetuoso e desidera ardentemente. Il sapere è organizzazione delle informazioni attraverso l'unico strumento che può effettuare questo tipo di operazioni, ovvero la mente. Filosofia è ardente innamoramento di un gelido materiale, ricerca irrazionale di solide basi razionali, un fuoco che insegue il ghiaccio, un sentimento che insegue la ragione. Sarà una corsa senza fine, come senza fine è la storia del pensiero filosofico occidentale. Non c'è traguardo, ma solo un orizzonte che sembra avvicinarsi per poi scomparire dalla nostra vista. Ci sono conquiste, questo sì, successi, possibili solo se la ricerca è innamorata. Talete era innamorato del cielo e della natura. Prevedere un'eclissi solare nel 585 a.C. non doveva essere cosa facile, così come deviare il corso di un fiume[4] o scoprire la costellazione dell'Orsa Minore. La scienza s'intreccia con la filosofia, l'osservazione con la ricerca. Talete uomo contempla la costellazione dell'Orsa Minore e si trova in fondo a un pozzo, perché è inciampato e una servetta[5]  lo prende in giro perché è sbadato, distratto, i suoi occhi trafiggono l'infinito, mentre non sono in grado di mettere a fuoco uno stupido pozzo davanti ai suoi occhi. Eppure è in quell'infinito che cade la domanda che accende, come una miccia, il fuoco del pensiero. Talete prova ad alzare il braccio, la mano sembra sfiorare quelle stelle così appuntite e luminose, sembra quasi possa raccoglierle e tracciare linee e disegni tra un punto e l'altro, ma è solo un'illusione. Lo sa bene. E dietro un'illusione c'è sempre qualcosa d'altro che non si può afferrare, né spiegare. Da dove nasce quel cielo? E quelle stelle e quel pozzo, maledetto, in cui è finito a gambe all'aria e quegli arbusti che lo graffiano e quella stupida servetta tracia che lo deride? Da dove ha origine tutto? Qual è l'archè? Il principio primo? Non è Zeus, no, non può essere. E se fosse – si chiede Talete che è fradicio dalla vita in giù e ora guarda sotto di sé, dentro il pozzo – e se fosse l'elemento in cui sono immerso ora? E se fosse l'acqua? Quella che permette al seme di diventare pianta, quella che permette all'uomo di sopravvivere, quella che si trasforma in ghiaccio? Fuori dal pozzo, fuori dall'acqua, c'è il deserto, la roccia, i cadaveri, la morte. Afferma Bertrand Russell:

L'affermazione che tutto sia fatto d'acqua va considerata come un'ipotesi scientifica, e in nessun modo come un'ipotesi assurda. Venti anni fa il punto di vista accolto era che tutto fosse fatto di idrogeno, che costituisce i due terzi dell'acqua. I Greci erano temerari nelle loro ipotesi sì, ma la scuola milesia, almeno, era preparata a dimostrare tale ipotesi empiricamente.[6]

Da un pozzo sembra nascere la vita e da un pozzo sembra nascere la filosofia. Ora arrampichiamoci fuori, a prendere un po' d'aria che qua, con Talete che delira nella pozza d'acqua, quasi in uno stato di trance mistica e dice che è «la cosa più bella del mondo»[7] e che la terra è una zattera che galleggia su un'enorme distesa d'acqua, non si respira proprio.

Sonia Cosco
19/01/2016


Immagine: Ilmatar, Robert Wilhelm Ek, 1860.

 

[1]     Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, I, Editori Laterza, 2000, pag. 9.

[2]     Diogene Laerzio, op. cit., pag. 14.

[3]     Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale, Tea, 2009.

[4]     Erodoto, Storie I 75 (cfr. trad. it. cit., vol. I, pp. 72-3).

[5]     Platone, Teeteto 174 A.

[6]     Bertrand Russell, op. cit., pag. 45-46.

[7]     Aristotele, Metafisica  I 3, 983b 21-8.

 

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