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Non voglio morire; non voglio, e non voglio volerlo; voglio vivere sempre, sempre, sempre, e voglio vivere io, questo povero io che sono e sento di essere ora e qui, ed è per questo che mi tormenta il problema della durata della mia anima.

Miguel de Unamuno è uno dei filosofi e letterati più celebri della fine del XIX e l’inizio del XX secolo spagnolo (annoverato tra le fila della Generazione del ’98). Difensore della tradizione castigliana (anche se non contro l’Europa), scrisse opere che lasciarono una forte impronta nel suo Paese come Vita di Don Chisciotte e Sancio (1905) e Del sentimento tragico della vita (1913), nelle quali rivendica le necessità vitali della fede e del “sogno” contro il razionalismo che insterilisce la vita: Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento è colui che non si fa soggiogare dalla ragione e lotta per la “conquista del regno della fede”. Nacque a Bilbao, nei Paesi Baschi, nel 1864, studiò Filosofia all’Università di Madrid e visse la maggior parte della sua vita a Salamanca svolgendo l’attività di professore di Lingua e Letteratura Greca presso l’Università della città per poi diventarne  Rettore. Attivo anche nella vita politica spagnola si oppose fortemente alla dittatura (1923 - 1930) di Miguel Primo de Rivera che lo costrinse all’esilio, prima a Fuerteventura e in seguito, volontariamente, a Parigi e nella Vasconia francese. Fu un punto di riferimento fondamentale per tutti i liberalsocialisti spagnoli, nonché intercessore, e per questo spesso censurato, tra popolo e alti poteri. Al suo ritorno in patria nel 1931 dopo la caduta della dittatura venne eletto deputato della neonata Seconda Repubblica Spagnola, che, come sappiamo, verrà combattuta e vinta definitivamente da Franco nel 1939, tre anni dopo la morte del filosofo basco.

Per Unamuno vi è un unico autentico problema vitale, perché quello che ci tocca più nel profondo: il problema del nostro destino individuale e personale, il problema dell’immortalità dell’anima. Immortalità dell’anima che non va intesa, platonicamente o cristianamente, come immortalità dello spirito distinto dal corpo (e, una volta consunto quest’ultimo, da esso emancipato), bensì come immortalità corporea, totale, immortalità di anima e corpo fusi, dell’interezza del nostro essere, della nostra irripetibile individualità come la conosciamo qui ed ora in questa nostra vita. Ed è questo l’unico vero problema vitale poiché, per Unamuno, se non perduriamo, se la nostra coscienza e la nostra identità non sono eterne, se tutto di noi andrà un giorno perduto, niente ha più significato in quest’esistenza e il nostro vivere diventa una macabra sfilata di fantasmi che dal nulla tornano al nulla.

“Che sarà di noi dopo la morte?” è il pensiero che tormenta l’uomo Unamuno, deciso a lasciar libero il suo sentimento scalpitante e a dedicare il suo impegno filosofico alla sua descrizione, alla disamina di aneliti e desideri dell’“uomo in carne ed ossa”, dell’uomo concreto, colui che sente la  vita in perpetua lotta con ragione e realtà. È la ragione, infatti, assieme alla nostra limitata esperienza a negare fermamente una vita dopo la morte, che annienta ogni speranza di sopravvivenza, mentre la vita, il sentimento, l’istinto, non si rassegnano e propendono per una vita che non ha fine. (La paura di morire, di tornare nel nulla dal quale sorgemmo terrorizza l’uomo Unamuno molto di più che le supposte pene dell’Inferno cristiano). Unamuno chiama questo conflitto interiore, questa lotta intestina che caratterizza ogni lucida coscienza umana (in ogni uomo che viva pienamente la sua condizione e che quindi non sia stato sedotto dal puro razionalismo o si ritrovi imbecille affettivo) tra la ragione che nega e il cuore che afferma, il “sentimento tragico della vita”. Egli concepisce quindi un uomo ontologicamente antitetico, contraddittorio, paradossale, in agonia perenne tra vita e ragione, tra speranza di vivere eternamente e coscienza della sua finitudine. Dirà, antihegelianamente, che ciò che è vitale è controrazionale, oltre ad essere antirazionale, e ciò che è razionale è antivitale. E tuttavia è proprio questa contraddittorietà, fonte d’agonia, la garanzia di una vita piena ed autentica, ché una vita che non soffre non è vera vita ma prefigurazione della beatitudine divina o dell’annullamento nel nulla – la morte vera e propria. E giacché egli vuole vivere e lo tormenta la sua sete di vita, vuole agonizzare, e così sentire la vita fino in fondo.

Quest’ansia d’immortalità carnale, che è l’intima forma della sua anima, abbraccerà la fede cattolica, custode e creatrice di speranza nell’immortalità. Unamuno si dà a Dio, un Dio immortalizzatore, per garantirsi vita eterna, per poter sperare fino alla fine di non dover morire, o in alternativa, come vorrebbe la dottrina cristiana, risorgere, come Cristo ha dimostrato essere possibile. Unamuno si fa cattolico scorgendo nel cattolicesimo l’istituzione che ha il compito principale di proteggere il dogma della Resurrezione di Cristo (e quindi della nostra) e dell’immortalità dell’anima. Il problema è che l’idea d’immortalità unamuniana, corporea e su questa terra, in piena voluttà dei sensi, non è ortodossa rispetto all’ideale d’immortalità proposto dalla Chiesa. Ciononostante Unamuno ne è convinto: il cattolicesimo è affamato di corpo e il sacramento dell’Eucarestia ne è la dimostrazione vivente. Ma egli più che cattolico andrebbe definito semplicemente unamuniano, in-incasellabile o, se si vuole, cattolico sui generis, eterodosso ed egoisticamente concentrato su se stesso e sulla figura dell’uomo, (quasi) perdendo di vista il ruolo della divinità, che sì è un Dio personale e garante della nostra esistenza ma non più importante di noi; è come noi, soffre come noi, agonizza in noi.  

La teorizzazione del sentimento tragico, per Unamuno, è anche e soprattutto principio morale e motivo d’azione: agisci in modo tale che tu sia per te stesso e per gli altri insostituibile, da non meritare la morte, bensì di vivere eternamente; “siate perfetti come il Padre vostro” dice il Vangelo di Matteo. E il bisogno e la volontà di credere che lottano contro la ragione, nemica del sogno, assieme al principio morale dell’“essere perfetti”, necessitano di sempre nuova e costante speranza che solo la fede religiosa può fornire. La speranza nell’amore personificato (Dio), custode dei nostri desideri, è amore che riversiamo sui nostri simili affetti dai nostri stessi conflitti esistenziali. L’amore è forzatamente dolore e agonia, poiché l’amore puro è amore monco, più simile alla “felicità degli angeli”, pace dei sensi, che alla compassione e carità della terra. L’amore agente non può che farsi carità.

Se tutti noi avessimo speranza nell’immortalità e lottassimo per mantenere viva questa speranza saremmo migliori: a regnare sarebbe il nostro originario senso e bisogno di giustizia – morire non è giusto. Ed è fondamentalmente questo, per il filosofo, il sentimento che vive e contraddistingue il popolo spagnolo, affamato (e affannato) di eterno. Tutti gli altri popoli dovrebbero imparare da lui e aver voglia di non morire mai, di meritare l’eterno.

Stefano Scrima
10/04/2015

Immagine: Miguel de Unamuno in 1925

 

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