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L’arte è l’inganno che ci aiuta a vedere la verità.

La fine dell’Ottocento e soprattutto l’inizio del Novecento sembrano presagire una nuova florida Spagna, un Paese conscio del suo grande potenziale, del suo peculiare carattere, così diverso da tutti gli altri. In questi anni gli artisti a cui dà i natali sono infatti tra i più importanti al mondo, soprattutto per il loro spirito innovatore, seppur profondamente influenzato dalla loro sempre presente spagnolità. Si pensi, appunto, a Federico García Lorca in poesia; Luis Buñuel nel cinema; Antoni Gaudí nell’architettura, protagonista del modernismo catalano – sua è la Sagrada Familia di Barcellona –; i surrealisti Joan Miró e Salvador Dalí, e il cubista (e molto altro) Pablo Picasso nell’arte figurativa. E abbiamo già visto quando abbiamo parlato del Siglo de Oro quanto sia fondamentale osservare l’arte di un popolo per capirne il pensiero filosofico che l’ha influenzata. A maggior ragione, ora gli artisti presentano al pubblico qualcosa di ancor più personale (tendenzialmente non è più il tempo dei committenti), presentano loro stessi, le loro paure e i loro desideri, presentano la vita come la vorrebbero e quindi anche la Spagna che vorrebbero. In questo caso, le avanguardie artistiche spagnole dimostrano quanto sia forte il desiderio di innovazione, progresso, ma anche di scandalo, per finirla con il dominio morboso di una tradizione repressiva.
Tuttavia, come abbiamo più volte ricordato, il 1936 sancisce l’inizio della Guerra Civile Spagnola tra i repubblicani e i nazionalisti guidati da Francisco Franco. Nel 1939 la guerra finisce perché vinta da Franco che instaurerà in Spagna una dittatura fascista che durerà fino al 1975, anno della sua morte. Cosicché gli artisti spagnoli, caposcuola di una nuova Spagna che sa esprimere appieno il suo genio, assieme a filosofi e scrittori come Miguel de Unamuno, José Ortega y Gasset, María Zambrano, abbandonano il loro ruolo “educatore” nei confronti della loro gente, destinata alla staticità di una dittatura, lontana dalla democrazia, l’unica che permetterebbe il libero fluire di idee ed emozioni. Alla fine della dittatura, infatti, era evidente come la Spagna fosse rimasta indietro rispetto a molte altre potenze europee che avevano iniziato prima di lei, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il processo di democratizzazione.
Gli artisti spagnoli, che in questi anni spesso emigrano comunque, a prescindere da guerre e dittature, per confrontarsi con ambienti artistici maggiormente stimolanti come ad esempio quello francese, portano in giro per il mondo la loro anima spagnola, incantando chiunque incroci la loro strada. Così è per Pablo Picasso, uno dei geni del Novecento, che nel 1900 si trasferisce a Parigi, dopo aver vissuto a Málaga – città in cui nasce  nel 1881 – e Barcellona, col chiaro intento di rivoluzionare l’arte figurativa e ritagliarsi un ruolo da protagonista nella storia dell’arte. Picasso, narra la leggenda ed egli stesso, da bambino è in grado di dipingere come Raffaello, ma il suo intento è un altro, quello di liberarsi, da adulto, di questo fardello per imparare a dipingere come un bambino. Niente da fare, la sua mano meraviglia: attraversa così il suo cosiddetto periodo blu (1901-1904), dominato da colori cupi nella scala, appunto, del blu, piuttosto malinconico; quello rosa (1905-1907), un po’ meno malinconico grazie ai colori più chiari; quello influenzato dall’arte africana (1907-1909) o protocubista di cui ricordiamo la famosa opera Les Demoiselles d’Avignon (1907) – cinque donne spagnole, probabilmente prostitute della carrer (via) d’Avinyó di Barcellona, che ti guardano, fiere, dritto negli occhi, due delle quali dipinte con visi ispirati a maschere africane mentre le altre a sculture iberiche primitive. In un colpo solo Picasso rompe con la pittura tradizionale, realistica, e crea uno spazio e delle prospettive personali, e contemporaneamente mette in scena la Spagna reale e “sotterranea”, quella dei vicoli e dei bordelli. Quest’opera, oltre a testimoniare la sua volontà di rottura e superamento, non solo in campo artistico ma anche morale, ci racconta del tormentato rapporto di Picasso con le sue numerose donne (nella sua vita si sposerà due volte mantenendo diverse relazioni extraconiugali).
Nel 1910 approda finalmente al cubismo vero e proprio, lo stile per cui è più famoso. Qui Picasso teorizza un nuovo spazio pittorico in cui le immagini, attraverso l’adozione di una molteplicità di punti di vista, si frammentano in migliaia di prospettive poste una accanto all’altra. Come dire: siete sicuri che sia la vostra l’unica prospettiva giusta? Effettivamente, se vi ricordate, il prospettivismo di quell’altro spagnolo, di professione filosofo, Ortega y Gasset cercava di smontare questo tipo di pretesa.
La sua opera più universalmente nota è Guernica (1937), composizione cubista e surrealista, che rappresenta la devastazione e la sofferenza della guerra. Guernica è infatti una città dei Paesi Baschi  che subisce, durante la Guerra Civile Spagnola, uno dei primi devastanti bombardamenti aerei ad opera della Legione Condor, un’unità militare di volontari appartenente alla Germania nazista a supporto dei franchisti. Sulla tela vediamo un aggrovigliarsi di figure tetre (per i colori grigi) e strazianti, tra cui una madre col figlio morto, il cadavere di un soldato, una donna con le braccia al cielo, un cavallo agonizzante. Ma è la figura del toro che salta all’occhio a noi non spagnoli, non abituati alla “cultura taurina”. Il toro, presenza profondamente spagnola, simboleggia – per dichiarazione dell’autore stesso – la brutalità e l’oscurità. E in fin dei conti che cosa rappresenta la corrida dei tori se non la sfida dell’uomo contro l’irrazionale, il tentativo ritualizzato di placare il furore sanguinario spagnolo?
Quando l’ambasciatore tedesco Otto Abetz visita lo studio dell’artista spagnolo gli viene spontaneo chiedergli: «È lei che ha fatto questo orrore?», e Picasso risponde: «No, è opera vostra». Guernica rappresenta per Picasso un modo per rimanere vicino, seppur da lontano, alla sua Spagna, e per protestare contro l’assurdità della guerra, della violenza e contro ogni tipo di totalitarismo, rivendicando la sua posizione pacifista.
Ma c’è una speranza per l’uomo per liberarsi da questo orrore, Picasso ne è sicuro, altrimenti non avrebbe inserito nella sua opera più cruenta e spiazzante una lampadina, che rappresenta la forza dell’arte, della cultura, del pensiero contro l’ottusità del cieco dominio e del potere fine a se stesso.

Stefano Scrima
27/03/2015

Immagine: Picasso nel gennaio del 1962 (it.wikipedia)

 

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