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«Una bomba in ogni costellazione»: così pesa quella stella scontrosa che ha la luce spenta.

Non si può capire la Spagna né il pensiero spagnolo senza immergersi nella poesia nata da questa terra. E non bisogna tornare indietro al Siglo de oro (secolo d’oro) – di cui abbiamo già parlato – per trovare i grandi poeti spagnoli, perché anche la storia recente offre grandissimi personaggi: per esempio Antonio Machado, uno dei massimi esponenti della cosiddetta generazione del ’98 (di cui fa parte anche Miguel de Unamuno, anch’egli poeta, oltre che filosofo); Juan Ramón Jiménez, Nobel per la letteratura nel 1956, appartenente alla generazione del ’14, la stessa di Ortega y Gasset; Federico García Lorca, il poeta e drammaturgo che fece brillare la generazione del ’27 fra tradizionalismo e avanguardia. È grazie a questi nomi che la prima metà del Novecento viene definita l’Edad de plata (età d’argento) della letteratura spagnola, seconda soltanto, appunto, al Siglo de oro.

Federico García Lorca fu magistrale interprete del suo tempo, della sua gente, e degli impulsi innovatori che videro gli artisti spagnoli sulla vetta del mondo. Nasce a Fuente Vaqueros, in Andalusia, nel 1898, ma presto si sposta con la famiglia a Granada. Nel 1919 si trasferisce a Madrid per frequentare l’Università dove conosce i due padri del surrealismo spagnolo Luis Buñuel e Salvador Dalí. Dopo i primi insuccessi poetici arriva la consacrazione con Romancero Gitano (1928), opera poetica dedicata all’Andalusia e ai gitani, a cui Federico si sente molto vicino, dichiarandosi in questo modo dalla parte di tutti i perseguitati e di tutte le minoranze. Anche i suoi drammi ottengono grande successo facendo così di Federico un punto di riferimento culturale per l’intero Paese.

Avvenimento determinante della vita di Federico è la relazione sentimentale con lo scultore Emilio Aladrén tra il 1927 e il 1928, la cui relazione con la donna che in seguito sposerà, ponendo così fine al rapporto tra i due artisti, getta García Lorca in una profonda depressione. A questa contribuiscono anche alcune critiche, tra cui quelle degli amici Buñuel e Dalí che lo considerano ancora troppo legato a uno stile tradizionalista, rivolte al suo Romancero Gitano.

Nel 1929 per curare questa “crisi sentimentale” scaturita dall’impossibilità di un Paese cattolico e conservatore come la Spagna di accettare l’omosessualità di un uomo per questo profondamente tormentato, la famiglia di Federico, probabilmente ignara di tutto eccetto del suo stato di depressione, organizza per lui un viaggio a New York, città in cui compone una delle sue opere più conosciute: Poeta en Nueva York (pubblicata postuma nel 1940), nella quale racconta e denuncia l’angoscia, l’alienazione e il razzismo della metropoli. Da un punto di vista poetico García Lorca è ormai maturo e pronto per superare il lirismo tradizionalista delle sue prime composizioni per creare uno stile tutto suo, ricco di immagini surrealiste.

L’aurora di New York ha
quattro colonne di fango
e un uragano di negre colombe
che guazzano nelle acque putride.

L’aurora di New York geme
sulle immense scale
cercando fra le lische
tuberose di angoscia disegnata.

L'aurora viene e nessuno la riceve in bocca
perché non c'è domani né speranza possibile.
A volte le monete in sciami furiosi
trapassano e divorano bambini abbandonati.

I primi che escono capiscono con le loro ossa
che non vi saranno paradiso né amori sfogliati;
sanno che vanno nel fango di numeri e di leggi,
nei giuochi senz'arte, in sudori infruttuosi.

La luce è sepolta con catene e rumori
in impudica sfida di scienza senza radici.
Nei sobborghi c'è gente che vacilla insonne
appena uscita da un naufragio di sangue.

Dopo New York trascorre un periodo a Cuba intrattenendo rapporti con molti intellettuali locali, per poi rientrare in Spagna nel 1930, subito dopo la caduta della dittatura di Primo de Rivera grazie alla quale può instaurarsi in Spagna la Seconda Repubblica e con essa un’intensa attività culturale. Così, nel 1931, García Lorca viene nominato, con l’aiuto del suo amico protettore Fernando de los Ríos ora Ministro della Pubblica Istruzione, direttore della compagnia teatrale La Barraca con l’incarico di portare in giro per le zone rurali della Spagna i classici spagnoli del teatro. È durante questo tour che scrive le sue opere teatrali più note: Bodas de sangre (Nozze di sangue, 1933), Yerma (1934) e La casa de Bernarda Alda (1936).

Nel 1936 scoppia la Guerra Civile tra i repubblicani e i nazionalisti guidati dal generale Francisco Franco, e García Lorca, repubblicano nonché funzionario stesso della Repubblica, sa di essere in pericolo. Tuttavia rifiuta le offerte di asilo di Colombia e Messico per recarsi a Granada dal padre. Qui verrà arrestato da alcuni uomini del CEDA (Confederazione Spagnola delle Destre Autonome) che combattono a fianco dei franchisti, e infine fucilato in segreto, in quanto repubblicano e omosessuale. Con la dittatura le sue opere verranno messe al bando.

È così che Federico García Lorca diviene un simbolo di libertà rivendicata da quella parte di Spagna che si identifica nel suo glorioso passato e nelle massime espressioni della sua cultura, e che proprio grazie a queste vuole progredire sul terreno della democrazia e della libera espressione di sé. La vera Spagna, per Federico, non è quella di Franco, ma un’altra.

C’è un concetto che nessuna filosofia è stata in grado di spiegare e che soltanto un poeta come García Lorca è riuscito a raccontare, qualcosa di profondamente radicato nella cultura spagnola e nell’animo di ogni spagnolo; anzi, a suo dire stiamo parlando del vero e proprio cuore pulsante del carattere, della cultura e dell’arte spagnola, il suo motore: il duende. È il 1933 quando García Lorca legge per la prima volta a Buenos Aires la sua conferenza Gioco e teoria del duende, ed è qui che il poeta svela il fuoco sacro che possiedono gli spagnoli, un demone, lo spirito stesso della Terra che pulsa nei cuori e dà luce a qualcosa di speciale. Il duende ha a che fare con la morte, con l’ebbrezza, col pericolo, e non a caso duende da vendere l’hanno i toreri; ma anche i ballerini di flamenco nel loro mettere in scena ad ogni passo un dramma esistenziale; e poi i musicisti, i poeti. È questa la cifra del carattere spagnolo, la passione smisurata che gioca con la morte, amandola, trasformandola in arte. È questo che ha sempre mosso la Spagna, e che continuerà a muoverla.

Stefano Scrima
19/03/2015

Immagine: Melancholy, Edvard Munch, 1894.

 

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