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E tutti questi mondi, prima ancora che di leggi, di ragioni o di altre cose pratiche, hanno bisogno della poesia, che sa capire le cose schiave, ascoltare la loro voce e avvicinare la loro immagine fuggevole.

Il pensiero spagnolo del Novecento annovera tra le sue fila una grande personalità femminile, María Zambrano, allieva e poi assistente del filosofo Xavier Zubiri e collega di José Ortega y Gasset. In questi anni, in una Spagna tradizionalista e patriarcale, è inusuale trovare una donna che si occupi di filosofia. Infatti, il suo impegno filosofico e letterario viene riconosciuto soltanto alla fine della sua parabola esistenziale, a partire dal 1980, anno in cui, trasferitasi a Ginevra, viene nominata “Figlia Adottiva” del Principato delle Asturie su proposta della comunità asturiana della città. In seguito riceve molti altri riconoscimenti tra cui spiccano due tra i più importanti premi letterari spagnoli: il “Premio Príncipe de Asturias de Comunicación y Humanidades” nel 1981, e il Premio Cervantes nel 1988.

María nasce a Vélez-Málaga, in Andalusia, nel 1904. I suoi genitori sono entrambi insegnanti e nel 1909 si trasferiscono a Segovia dove il padre ottiene una cattedra di grammatica castigliana e María frequenta la scuola avvertendo i primi segnali di quella che si rivelerà una salute molto delicata. Nel 1924 si trasferiscono nuovamente, questa volta a Madrid, e María inizia così a frequentare la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Universidad Central. Qui si laurea frequentando le lezioni di Xubiri e Ortega e partecipando alle discussioni della Revista de Occidente, svolgendo al suo interno anche un importante ruolo mediatore. Nel 1929 le viene diagnosticata la tubercolosi, ma nonostante i problemi di salute porta avanti il dottorato e nel 1931 viene nominata assistente della cattedra di Metafisica di Xubiri, continuando a insegnare anche in altri istituti. Durante la Seconda Repubblica Spagnola rifiuta la candidatura a deputato e nel 1936 lascia la Spagna per seguire il marito nominato segretario dell’Ambasciata Spagnola in Cile.

I due fanno ritorno in patria pochi mesi dopo, in piena Guerra Civile, quando Bilbao cade nelle mani dei nazionalisti di Francisco Franco. Inizia così per María un intenso periodo di resistenza attraverso i suoi articoli in difesa della cultura (in questo periodo conosce molti intellettuali tra cui Octavio Paz e Simone Weil) e attività sociali come la gestione della Casa della Cultura a Valencia. Nel 1938 si trasferisce con la famiglia a Barcellona per insegnare all’Università; ma anche questa città di lì a poco cade nelle mani di Franco.

Inizia così il suo esilio, nel 1939, con la madre, la sorella e altri famigliari, verso la Francia. Qui, ricongiunta al marito, viene invitata come insegnante universitaria all’Avana prima e a Città del Messico poi. Nel 1946, alla morte della madre, torna in Francia stabilendosi a Parigi per tre anni in cui ha modo di incontrare Sartre, Simone De Beauvoir, Camus e molti altri intellettuali. Nel 1949 fa ritorno all’Avana per rimanerci fino al 1953, e poi di nuovo in Europa, questa volta a Roma (intrattenendo rapporti con Moravia, Gadda, Zolla, Elena Croce, Cristina Campo…), città in cui vive fino al 1964, anno in cui si sposta nel bosco vicino Ginevra per isolarsi nello studio. Tornerà poi a vivere a Roma, in Francia, a Ginevra e infine nel 1984 nella sua Spagna, a Madrid, dopo 45 anni di esilio.

Se con Ortega y Gasset abbiamo assistito a un tentativo di internazionalizzazione della filosofia spagnola, sempre e comunque sostenuto da un fondo di vitalismo ad essa connaturato – Ortega è per un raziovitalismo che superi i limiti del razionalismo puro –, con Zambrano torniamo in qualche modo nel pieno di quell’atmosfera castigliana che dà il suo peculiare colore al pensiero che nasce su suolo iberico. La filosofia di Zambrano non è indagine e ricerca attraverso il ragionamento, ma tentativo di sintesi tra cuore e ragione, i due elementi ineludibili dell’uomo. Nella sua opera più importante, L’uomo e il divino (1955), Zambrano sostiene la necessità di aprirsi all’amore, spogliati della presunzione di poter conoscere soltanto mediante strumenti razionali, per anelare a una comprensione di noi stessi e del mondo in cui viviamo, per una conoscenza completa, che non sarà mai esauriente, perché sempre e comunque attorniata dal mistero, dal divino. Quello che può fare l’uomo è riconoscere questo scarto, quest’invalicabilità.

Sulla scorta di Miguel de Unamuno, Zambrano riconosce la tragedia della vita umana, strattonata da una parte dalla ragione e dall’altra dal sentimento, e proclama la necessità della poesia – di quella che lei stessa chiama ragione poetica –, del suo incedere divino e pieno d’amore, per giungere a un modo autentico di vivere. È da questa mancanza che proviene tutto il male, dalla pretesa umana di conoscere una realtà misteriosa riducendola a schema, lasciando fuori tutto quello che non si comprende. Di qui nasce la distinzione arbitraria tra normale e diverso, superiore e inferiore, e così la violenza e il male.

Per Zambrano è proprio la donna, in quanto portatrice di amore, ad essere in grado di “generare metamorfosi” e far “germogliare” il nuovo in noi. Quello che serve è dunque una fusione tra mondo maschile e mondo femminile, tra la ragione e il cuore.

Stefano Scrima
12/03/2015

Consigli di lettura:
M. Zambrano, L’uomo e il divino, 1ª edizione: 1955, 2ª edizione ampliata: 1973.
A. Savignano, María Zambrano. La ragione poetica, Marietti, Genova 2004.

Immagine: Dama con ventaglio, Gustav Klimt, 1917-1918.

 

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