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Nessuno conosce se stesso.

Francisco Goya nasce a Fuendetodos, piccolo paese dell’Aragona, nel 1746. All’età di 15 anni, a Saragozza, viene avviato alla pittura da José Luzán y Martínez per poi essere accolto nel 1763 nello studio di un altro dei suoi allievi, il pittore di corte Francisco Bayeu, di cui diventa apprendista, e nel 1773 anche cognato. 

Non soddisfatto del suo basso profilo nel 1769 parte per l’Italia con l’obiettivo di studiare i grandi maestri antichi e rinascimentali. La leggenda narra che per pagarsi il viaggio si mette a fare il torero dilettante. Visita così Venezia, Siena, Roma, Napoli e Parma dove partecipa a un concorso ottenendo il secondo posto. Nel 1771 tornato in Spagna ottiene le sue prime commissioni religiose.

Nel 1773 si stabilisce definitivamente a Madrid con la moglie, dove per anni lavora al servizio dei cognati dipingendo quadri di soggetto sacro per chiese e conventi e cartoni per la fabbrica reale di arazzi che servivano per decorare le residenze reali. Ma per ottenere incarichi più importanti servono tenacia, furberia e soprattutto amicizie: quella di Cornelius van der Goten, direttore della suddetta fabbrica, e quella ancora più importante del conte Floridablanca, primo ministro del re Carlo III. Così nel 1780 Goya viene eletto accademico di S. Fernando, ovvero professore nella principale scuola d’arte di Spagna. Sei anni dopo diventa finalmente anche “pittore del re”.

Il 1792 è l’anno della crisi di Goya scaturita da una malattia misteriosa che lo conduce quasi alla morte privandolo per sempre dell’udito. Niente sarà più come prima e la sua arte ne è la dimostrazione. Assistiamo così al passaggio da un periodo detto “chiaro”, che vede un Goya “cartonista”, decoratore di palazzi regi, ritrattista, a uno decisamente “scuro”, o “nero”, dove emerge tutta l’inquietudine di un uomo isolato dal mondo che ha una visione privilegiata di quello che accade nella sua testa quando cessa il rumore della vita. I soggetti scelti ora sono capricci, invenzioni, mostri, visioni oniriche, stravaganze che nessuno gli avrebbe mai commissionato, espressionismo ossessivo anticipatore dei tempi (alcuni esempi sono le incisioni dei Capricci, le acqueforti dei Disastri della guerra e gli affreschi della Quinta del Sordo).

È proprio in questo secondo periodo della vita e dell’arte di Goya che scorgiamo il suo particolare contributo alla riflessione filosofica di quegli anni. Figlio dell’Illuminismo, amico del più importante rappresentante di questa corrente in Spagna, Jovellanos, Goya si spinge oltre, disilluso dalla tragedia stessa della sua vita, che lo priva dell’udito, e dalla tragedia universale della vita di tutti gli uomini, in particolare degli spagnoli impegnati da una parte nelle atrocità della guerra d’indipendenza contro i francesi e dall’altra con superstizioni e lassismi privati (il riferimento è qui anche e soprattutto alla corte di Carlo IV).

La  celebre incisione dei Capricci “Il sonno della ragione genera mostri” è una chiara professione illuminista, ma allo stesso tempo un’inquietante resa di fronte alla Spagna del suo tempo, dominata dall’ignoranza e dagli istinti irrazionali. Non solo il sonno, ma anche il sogno (in spagnolo i due termini si scrivono allo stesso modo) della ragione, cioè dell’Illuminismo, produce mostri, il contrario di quello che avrebbe voluto. L’esistenza è fatta anche di questa parte scura in cui abitano le paure e l’inconscio inespresso, un’interiorità che non possiamo conoscere fino in fondo ma che tuttavia esiste e ci condiziona. La maestria di Goya sta nell’aver saputo dare un colore a questa dimensione interiore spingendoci a riflettere su noi stessi e la nostra condizione.

Stefano Scrima
20/02/2015

Immagine di apertura: Il sonno della ragione genera mostri, Francisco Goya, 1797.
Immagine nel testo: Sabba delle streghe, Francisco Goya, 1820-23.

 

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