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Alcuni giudicano i libri dalla loro corpulenza, come se si scrivesse per esercitare prima le braccia che l’ingegno. 

Si narra che nel salotto di Madame de Sablé ci si intrattenesse con il “gioco delle massime”, e che uno dei più bravi giocatori fosse – appunto – La Rochefoucauld, che di massime ne sapeva qualcosa. Ma non tutti sanno che la serata iniziava a farsi interessante solo quando, come spunto di discussione, veniva letto qualche aforisma dell’Oracolo manuale e arte di prudenza dello spagnolo Baltasar Gracián. Ancor prima che scoppiasse la “moda” dei moralisti francesi, a quanto pare, nella  Spagna del “Siglo de Oro” qualcun altro ambiva a diventare maestro di morale.

Gesuita aragonese sui generis, professore di filosofia e scrittore di successo – anche se non quanto avrebbe desiderato – Gracián pubblica il suo primo libro, L’Eroe, nel 1637, ma senza chiedere l’approvazione alla Compagnia di Gesù, cosciente che i suoi interessi profani non le sarebbero andati a genio. Dunque, per evitare rogne e accelerare i tempi di quello che, a suo parere, doveva diventare il miglior codice di comportamento ad uso e consumo del re di Spagna (e questo ci ricorda un po’ Il Principe di Machiavelli) e di tutti coloro che avessero voluto farsi valenti, si firmò con lo pseudonimo Lorenzo Gracián – non poi così irriconoscibile, si dirà; ma infondo ci teneva ad essere riconosciuto, e poi sapeva che in un modo o nell’altro, prima o poi, avrebbe pagato per il suo ardire. E così fu.   

L’Eroe (1637), Il Politico (1640), Il Discreto (1646), sono tutte opere pensate per gli ambienti di corte, aristocratici; regole di comportamento morale che avrebbero formato ottimi eroi, politici e discreti (prudenti). Ma è con L’Oracolo manuale e arte di prudenza (1647) che in Europa si andrà formando il culto per Gracián. Questo libretto – un oracolo appunto, un prontuario di risposte per ogni occasione – racchiude l’esprit del suo autore. Compendio dei suoi scritti precedenti affascina per lo stile laconico e conciso dell’aforisma, per la capacità di esprimere fini considerazioni in così poche battute, ma soprattutto per il suo valore (questa volta) universale: chiunque può farne uso.

Con questo piccolo manuale di trecento aforismi, Gracián promette il trionfo morale nella vita in società. E lo fa costruendo un arte o tecnica della prudenza, che è sapersi adattare ad ogni situazione (senza disdegnare, se necessario, l’inganno – altra eco machiavelliana – che però preferisce chiamare “artificio”), e un nuovo prototipo di uomo sociale: assennato, acuto, giudizioso, integro. Rendere, dunque, l’uomo prudente e disilluso, cosciente della malizia del suo secolo, dargli la possibilità di imparare ad essere persona vera e propria, poiché “non si nasce fatti, ma si va sempre perfezionando”.

Gracián, che risente dell’influsso della filosofia greco-romana, di Seneca specialmente – e non c’è da stupirsi che fosse questo il filosofo di moda del ‘600 – ha comunque avuto il merito di proporre un codice di comportamento morale che supplisse alle mancanze di una società in continua trasformazione politico-economica, e soprattutto di averlo fatto, non con le armi della religione, ma attraverso la filosofia, che non è qui arido schema intellettuale, ma meditazione sull’esperienza volta all’agire pratico. Lo capirono bene Schopenhauer e Nietzsche che sempre confessarono la loro ammirazione per la figura del gesuita di cui furono accaniti lettori e, in qualche modo, continuatori.

Da non dimenticare che Gracián scrisse anche, oltre ad altre opere, Il Criticone (1651-57), romanzo che alcuni considerano, assieme al Don Chisciotte, la miglior espressione della letteratura del “Siglo de Oro” spagnolo.


Stefano Scrima
febbraio 2014

Immagine: Baltasar Gracián.

 

   

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