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Che è la vita? Una follia. Che è la vita? Un’illusione, un’ombra, una finzione, ed è piccolo il più gran bene, perché tutta la vita è un sogno ed i sogni sono un sogno. 

Il Siglo de oro (secolo d’oro) spagnolo, che tuttavia abbraccia grosso modo due secoli – XVI e XVII –, è così chiamato per ricordare la fiorente stagione culturale, sviluppata soprattutto nelle arti e nelle lettere (nasce qui il romanzo picaresco [1] e sempre qui si pongono le basi per il romanzo moderno europeo), nonché politica ed economica, che visse il neonato Impero spagnolo, fino ad allora diviso e tenuto in scacco dai musulmani, i cosiddetti mori. La nuova potenza economica e coloniale, figlia dell’unificazione delle corone di Aragona e Castiglia, era finalmente pronta per dare i natali ad alcuni personaggi destinati a diventare pilastri della cultura universale, non solo spagnola. Abbiamo già parlato dei mistici Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, ma ricordiamo come questi secoli conobbero anche scrittori come Miguel de Cervantes (1547-1616) e Pedro Calderón de la Barca (1600-1681) e pittori come El Greco (spagnolo d’adozione, 1541-1614) e Diego Velázquez (1599-1660) – solo per citare i più conosciuti. Per non parlare dei veri protagonisti della letteratura di questi anni: Don Chisciotte e Sigismondo, il primo folle cavaliere errante partorito dalla mente di Cervantes, il secondo principe infelice e prigioniero frutto della fantasia di Calderón.

Ciò che rende memorabili questi due personaggi è senza dubbio la loro accentuata caratura filosofica. I due autori, attraverso le loro opere di finzione, ridefiniscono, o meglio cristallizzano, la filosofia spagnola – la mentalità, la visione del mondo e dell’esistenza – del loro tempo, andando molto più lontano di quello che probabilmente avrebbero voluto: il cavaliere e il principe, nel corso dei secoli, divennero veri e propri simboli della condizione umana tout court.    

Alonso Chisciano, protagonista del romanzo di Cervantes Don Chisciotte della Mancia (in spagnolo El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha, 1606-1615) è un hidalgo – titolo nobiliare spagnolo – impazzito per le troppe letture di romanzi cavallereschi, il quale, non più giovane, decide di intraprendere la strada della cavalleria errante per ripulire la sua terra, in nome di Cristo, da infedeli e malvagi e riparare i torti subiti dai più deboli, comportandosi esattamente come gli eroi di cui leggeva le avventure. Inizia così a farsi chiamare Don Chisciotte e convince un contadino, Sancio Panza, a seguirlo come scudiero in cambio di un’isola il cui governo avrebbero di sicuro ottenuto grazie all’eco delle loro gesta. Tuttavia la Spagna immaginata da Don Chisciotte non è quella dei suoi amati romanzi: non ci sono nemici da sconfiggere e nemmeno troppi infelici da vendicare. Ma questo per il cavaliere non ha importanza, poiché egli vede le cose in un altro modo, attraverso il filtro della follia provocatagli dalle troppe letture: scambia mulini a vento per terribili giganti dalle braccia roteanti, greggi per eserciti, catinelle per elmi, contadine per dame affascinanti. Tutto sotto gli occhi increduli di Sancio, tra i due  lo spirito razionale, o perlomeno di buon senso, sebbene la sua “fede” nel padrone riveli una follia di fondo.     

Sigismondo, protagonista del dramma in versi La vita è sogno (La vida es sueño, 1635) di Calderón de la Barca, è invece un principe imprigionato fin dalla nascita dal padre Basilio, re di un’immaginaria Polonia dalle usanze spagnole, affinché non si compia il fato ed egli non diventi il tiranno sanguinario di cui parlavano i sogni premonitori del padre. Sigismondo non ha mai conosciuto la realtà al di fuori della sua torre, se non attraverso gli insegnamenti di Clotaldo, unico uomo con cui ha contatti. Ma arrivato il momento della successione al trono, Basilio decide di dare una possibilità al figlio: lo fa addormentare per poi farlo risvegliare nella sua nuova condizione di re, in modo tale che se le cose fossero andate per il verso sbagliato, come previsto dalle stelle, si sarebbe potuto indurre nuovamente al sonno, ricondurlo nella torre, e raccontargli che aveva semplicemente sognato. È quello che avviene: Sigismondo si dimostra violento e sconsiderato, e soprattutto in collera col padre per avergli riservato per tanti anni un destino da prigioniero. Il principe viene dunque nuovamente imprigionato e convinto dell’irrealtà dell’accaduto. Ma il popolo, venuto a conoscenza dell’esistenza di un erede naturale, riesce a un’alta volta a liberarlo permettendogli di organizzare una rivolta, senza tuttavia che egli riesca a sciogliere il mistero riguardo al suo stato di veglia: sta ancora sognando? è sveglio? ma allora quello che gli avevano spacciato come un sogno era realtà? 

Don Chisciotte alla fine rinsavisce, torna Alonso Chisciano e rinnega il suo trascorso da cavaliere errante. Sigismondo sale al potere, ma risparmia il padre, sfatando le stelle e facendosi re prudente. Nonostante questi finali, diciamo “a lieto fine”, le particolarità di questi “eroi”, espressione di un vero e proprio universo filosofico, messe in mostra da Cervantes e Calderón sono altre: lo scarto tra ideale e reale, la follia (o forse meglio l’alienazione dal mondo) come viatico per la gloria eterna, l’impossibilità di distinguere sogno e realtà, la presenza di un mondo ideale, che in definitiva coincide col regno del Dio cristiano, inteso platonicamente come il mondo “vero”, di cui il nostro è solo immagine, copia sbiadita.

Don Chisciotte combatte per la gloria divina, per conquistare quel regno celeste che solo i suoi occhi visionari gli permettono di scorgere. E sebbene l’intento primario, dichiarato nel prologo da Cervantes, è quello di ridicolizzare i romanzi di cavalleria medievale, ben distanti dalla nuova realtà e dalla considerazione che si aveva per i veri soldati – egli aveva combattuto nella battaglia di Lepanto –, dalle avventure del “Cavaliere dalla Triste Figura” emerge l’insoddisfazione per il mondo reale, figlia del profondo cattolicesimo spagnolo e della sua volontà di redenzione, in attesa della vita vera, lontana da sangue e tragedia.    

Sigismondo non arriva a capire se sta sognando oppure no, ma decide comunque di agire nel bene, conscio che la vita è essa stessa un grande sogno (probabilmente di Dio) in cui solo “i buoni” verranno ricompensati. La vita è un lungo sogno perché la veglia è solo il Paradiso, la vita – autentica ed eterna – che ci spetta. Anche qui, dunque, è lo spirito cristiano a dominare.

Cervantes e Calderón sono riusciti a dipingere coi loro pensieri l’anima castigliana del loro tempo, fornendo al mondo simboli indimenticabili della “filosofia del sogno” spagnola, fatta di follia, fede, slancio verso l’incognito, speranza e coraggio nello sfidare l’apparenza e le risa altrui. Ma la maestria con la quale questi simboli vennero plasmati hanno dato adito (e continuano a farlo) a miriadi di interpretazioni e fascinazioni da parte di scrittori, filosofi, artisti, i quali leggono in loro, non la semplice rappresentazione di uno scorcio di vita provinciale, con le sue tipiche usanze e convinzioni, ma il ritratto dell’uomo, senza epoche e nazionalità, in lotta contro il mondo e se stesso. In palio c’è la conoscenza di sé, orizzonte così anelato ma così distante.

 

Stefano Scrima
ottobre 2013

Immagine di apertura: Don Chisciotte illustrato da Gustave Doré (1832-1883).
Immagine 1 nel testo: Illustrazione di Sigismondo addormentato. 
Immagine 2 nel testo: Miguel de Cervantes.
Immagine 3 nel testo: Pedro Calderón de la Barca.


[1] Dallo spagnolo pícaro, briccone, furfante. Il romanzo picaresco spagnolo narra delle avventure compiute dal protagonista, il quale, a causa della bassa estrazione sociale, per sopravvivere è spesso costretto a compiere azioni criminali. 

 

 

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