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Muoio perché non muoio.

Abbiamo già detto dell’importanza della mistica cinquecentesca per la formazione dell’“anima” spagnola, ma se non ci soffermassimo un momento sulla sua grande protagonista femminile, Teresa d’Avila o del Gesù (1515-1582), commetteremmo una grave mancanza. Ancor più di Giovanni della Croce, Teresa, con l’idea di una Riforma Carmelitana, entusiasmò tutti quelli che la accompagnarono nella sua appassionata esistenza di estasi e clausura. Entrata nel monastero dell’Incarnazione di Avila a vent’anni, arrivò, in vita, a fondare ben diciassette monasteri di Carmelitani Scalzi, luoghi in cui si tornavano ad osservare disciplina, orazione e solitudine originarie, negli ultimi tempi un po’ troppo “liberalizzate”.

Tuttavia la sua fama di mistica non è, ovviamente, legata soltanto all’attività riformatrice e fondatrice, ma soprattutto alle straordinarie estasi e visioni che raccontava di avere. Infatti, a partire dal 1542, Teresa confessa di intrattenere una profonda unione intellettuale con Cristo e di aver sempre più frequenti visioni di Inferno, angeli e santi. Scrive ne il Libro della mia vita: «In un’estasi mi apparve un angelo tangibile nella sua costituzione carnale e era bellissimo; io vedevo nella mano di questo angelo un dardo lungo; esso era d’oro e portava all’estremità una punta di fuoco. L’angelo mi penetrò con il dardo fino alle viscere e quando lo ritirò mi lasciò tutta bruciata d’amore per Dio. […] Nostro Signore, il mio sposo, mi procurava tali eccessi di piacere da impormi di non aggiungere altro oltre che a dire che i miei sensi ne erano rapiti».

Di qui anche le numerose interpretazioni contemporanee che vedono in Teresa un’isterica, piuttosto che una santa, e leggono in queste righe riferimenti sessuali, il che sarebbe molto singolare trattandosi di una santa cattolica. Saranno queste, ad ogni modo, esperienze molto debilitanti per il suo fisico, che la condurranno a un graduale esaurimento d’energie. Teresa non ebbe mai buona salute, e l’osservanza estrema della regola carmelitana e il suo così forte “compromettersi” nel fervore religioso di certo non la aiutarono.

Nel 1962 iniziò a ideare un diario di coscienza che divenne il Libro della Vita di Teresa del Gesù (o Libro della mia vita) e successivamente un trattato di vita interiore chiamato Cammino di perfezione (1562-64). Ma la sua opera più rappresentativa sarà Il Castello Interiore (in spagnolo ricordata come Las moradas – stanze o dimore – o castillo inerior, 1577): qui la vita spirituale dell’uomo è concepita come «un castello tutto di diamanti e vetri chiari, in cui ci sono tante stanze, così come nel cielo ci sono tante dimore»; per raggiungere la definitiva unione con Dio, l’anima dell’uomo dovrà percorrere le sette stanze del castello. Immagine, quella del castello, di non difficile derivazione se ricordiamo i tanti anni che Teresa trascorse in clausura ad Avila, città di Castiglia, terra di castelli.

Il linguaggio lirico e metaforico, caratteristica dei mistici – anche Teresa come Giovanni scrisse poesie –, riempie il vuoto lasciato da logica e ragione, qualità umane non ammesse nel regno dell’Indicibile.

Lo stile di vita e l’opera di Teresa hanno lasciato un segno profondo nella cultura e filosofia spagnola, trasformando l’idea di contemplazione passiva in pratica estatica sensorialmente vissuta, o perlomeno in tentativo continuo di perfezionamento interiore.

Stefano Scrima
settembre 2013

Immagine: Teresa d'Avila.

 

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