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Per giungere ad essere tutto, non voler essere niente.

Fondamentale per la formazione dell’anima spagnola – quell’insieme di tendenze e abitudini, idee e convinzioni in continuo mutuo riassestamento, che, più che filosofia, forse dovremmo chiamare cultura – è il pensiero mistico, il quale visse il suo gran fulgore nell’assolata Castiglia del Cinquecento.

Si dirà che la mistica centra poco con la filosofia, e questo è vero solo se per filosofia intendiamo un qualcosa di estraneo alla vita, stampato su libri per essere imparato e immediatamente dimenticato; qualche vaga, se pur spiegata con dovizia, interpretazione del senso del mondo e dell’esistenza. Ma se per filosofia intendiamo stile d’azione, meditazione in funzione della vita pratica – il che, attenzione, non significa per forza “fare qualcosa”: anche contemplare è, in fin dei conti, un certo tipo d’azione e di attività pratica – allora anche la mistica è filosofia.  

Nel 1568 il carmelitano Juan de la Cruz (Giovanni della Croce in italiano) abbandona i suoi sandali – a significare uno stile di vita più semplice, lontano dalle comodità, primo passo verso quello “spogliamento di sé” che lo condurrà alla ricongiunzione con Dio – e fonda, appunto, l’Ordine dei Carmelitani Scalzi. Il preteso potere temporale della Chiesa cattolica e della sua Inquisizione, feroce e incontestabile giudice del bene e del male, e soprattutto le derive razionalistiche della Riforma protestante resero necessaria una reazione concretizzata nella preparazione di una riforma carmelitana (pensata da Giovanni assieme a Teresa d’Avila, l’altra grande mistica spagnola) che facesse tornare in primo piano lo spirito sulla materia, la religione sulla politica.

Ed è la poesia la vera “arma” filosofica di Giovanni: parola che incarna il sentimento, parola che non cerca il concetto – debole costruzione umana inabile alla vera comprensione –, ma offre la possibilità di dire l’indicibile, sfiorare l’intangibile. Con il Cantico spirituale (1578), che narra della sposa (l’anima) disperata per aver perduto il suo sposo (Cristo) e della gioia immensa che il loro reincontrarsi procura, e Notte oscura dell’anima, Giovanni esprime in versi il suo personale processo di ascesi divina: uno spossessarsi di tutto, d’ogni bene materiale e finanche dell’attaccamento al proprio essere; si tratta di una liberazione totale che rende l’uomo puro per essere accolto dalla luce divina.

Tuttavia anche Giovanni cedette alla tentazione della teologia: sistematizzare il pensiero, così da renderlo accessibile a tutti – ma ciò non toglie che il modo migliore per “godere” di Giovanni della Croce, della sua proposta morale e pratica, sia avvicinarsi alla sua poesia (considerata, tra l’altro, tra le migliori in lingua spagnola). Ad ogni modo: purgativa, illuminativa e unitiva sono le tre fasi da seguire per giungere alla completa liberazione di se stessi, che il mistico descrive nei due commenti alle rispettive opere poetiche e in un terzo “trattato mistico” dal titolo Salita del Monte Carmelo (1579-1585).

Il modus vivendi di Giovanni, per certi versi “stoico”, gli fece guadagnare il soprannome di “piccolo Seneca” – così lo chiamava Teresa d’Avila, per cui era piccolo, sì, ma solo di statura, non certo di animo.  

Godiam l’un l’altro, Amato,
in tua beltà a contemplarci andiamo,
sul monte e la collina,
dove acqua pura sgorga;
dove è più folto dentro penetriamo. 
E quindi alle profonde
caverne della pietra ce ne andremo,
che sono ben celate,
là noi entreremo,
di melagrana il succo gusteremo.
Colà mi mostrerai
quanto da te voleva l’alma mia,
e tosto mi darai
là tu, vita mia,
quello che l'altro giorno mi donasti:
Dell’aura il respiro,
del soave usignolo il dolce canto,
il bosco e la sua grazia,
nella notte serena,
con fiamma che consuma e non dà pena. 
(Da il Cantico spirituale, 1578).


Stefano Scrima
settembre 2013 

Immagine: San Giovanni della Croce, dipinto anonimo del XVII secolo.

 

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