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Che cosa poté succedere a questi barbari di più conveniente e salutare che il rimaner sottomessi all’impero di coloro la cui prudenza, virtù e religione li hanno da convertire da barbari, tali che appena meritavano il nome di esseri umani, in uomini civilizzati, per quanto possano esserlo?

Se Francisco de Vitoria e Bartolomé de las Casas cercarono di convincere i loro contemporanei, e soprattutto sovrani e conquistadores, dell’umanità dei nuovi popoli incontrati durante le smanie d’espansione spagnola, e quindi del loro diritto fondamentale alla vita e alla libertà (questa posizione può esser ricondotta al Giusnaturalismo – non ancora “moderno” – o al Diritto Naturale, il cui maggior teorico – fino ad allora – era considerato Tommaso d’Aquino); un altro domenicano, Juan Ginés de Sepúlveda (1490-1573), vedeva in loro degli humuncoli, forse anch’essi umani, ma di sicuro inferiori rispetto agli europei. A giustificare la sua posizione c’erano i sacrifici umani e il cannibalismo, truci abitudini entrambe riscontrate dagli esploratori.

Dunque, la guerra contro i nativi era giusta, anzi doverosa. Sepúlveda, seguendo (a suo modo) l’insegnamento della Politica di Aristotele e della “ragion di Stato” di Niccolò Machiavelli, riteneva corretto e salutare da parte della Corona l’assoggettamento di questi esseri inferiori e l’espropriazione delle loro terre, nonché la loro evangelizzazione, la quale avrebbe forse potuto elevarli dal loro stato bestiale. Portare la civiltà dove mancava, pertanto, doveva essere la missione dei cattolici europei; e il loro semplice essere “culturalmente superiori” ne sanciva l’inderogabile diritto di dominazione.

Di qui la polemica contro i difensori dei diritti degli Indios Francisco de Vitoria e Bartolomé de las Casas, quest’ultimo propugnatore delle Leggi Nuove del 1542, promulgate dal re Carlo I, in favore delle popolazioni indigene del Nuovo Mondo. Infatti, dopo che lo stesso Carlo I fu costretto dalle rivolte degli encomenderos a modificare queste leggi, che andavano evidentemente contro gli interessi dei coloni, tra il 1550 e il 1551 si tenne a Valladolid la celebre disputa – irrisolta – che vide come principali antagonisti i due domenicani De las Casas, fautore dei diritti degli Indios, e Sepúlveda, strenuo difensore delle ragioni della “guerra giusta” contro “gli inferiori”. Alla Giunta di Valladolid parteciparono, oltre ad altri illustri teologi e religiosi del tempo, anche due esponenti della Scuola di Salamanca e allievi di Francisco de Vitoria (fondatore della Scuola stessa), morto pochi anni prima: Domingo de Soto e Melchor Cano, entrambi sostenitori del giusnaturalismo del celebre maestro.

De las Casas ne era sicuro: i nativi sono esseri umani uguali a noi, e le loro “strane” usanze non sono molto diverse da quelle che potevano incontrarsi in tempi diversi nella stessa Spagna. Nella sua Brevissima relazione della distruzione delle Indie (1552) arrivò perfino a sostenere la bontà naturale di queste popolazioni – di qui anche la nascita del mito del “buon selvaggio” ripresa nel XVIII secolo da Jean-Jacques Rousseau. Sepúlveda, invece, con il suo Democrate secondo o Della giusta causa della guerra contro gli Indios (1544) di bontà non ne voleva proprio sapere, anzi vera dimostrazione di “bontà”, a suo dire, sarebbe stata quella di salvare quei poveri barbari dall’inciviltà!   

Juan Ginés de Sepúlveda si addottorò in Arti e Teologia a Bologna e fu collegiale del Reale Collegio Maggiore di San Clemente degli Spagnoli di questa città, per poi trasferirsi a Napoli e infine rientrare in patria in qualità di precettore del futuro re Filippo II; fu traduttore di Aristotele, colui che assunse come maestro spirituale (soprattutto per quanto riguarda la difesa della sottomissione delle culture "inferiori"), oltre che storico e cronista reale. Infine, in consonanza con la Controriforma cattolica – una chiusura totale nei confronti della Riforma protestante – fu uno dei più accaniti avversari dell’erasmismo (movimento sorto dalle idee dell’umanista Erasmo da Rotterdam che ebbe grande diffusione in Europa), il quale profilava un compromesso tra protestantesimo e papato che di certo non poteva essere visto di buon occhio dai cattolici.    

Juan Ginés de Sepúlveda fu uomo di vastissima cultura, il che dimostra soltanto come non sia del tutto vero che la cultura emancipi dal pregiudizio. Eppure la Storia è fatta anche (e soprattutto) di questo: errori dai quali si apprende a non sbagliare più. Ma sarà davvero così?

Ultimo aneddoto: Juan Ginés de Sepúlveda, umanista e teologo spagnolo del Cinquecento, non è da confondere col forse più celebre – per noi – Luis Sepúlveda, scrittore contemporaneo cileno naturalizzato francese. Sarà forse un lontano discendente?

Stefano Scrima
luglio 2013

Immagine: Juan Ginés de Sepúlveda.

 

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