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Noi stessi, nei nostri predecessori, fummo molto peggiori, così nell’irrazionalità e confusa polizia come nei vizi e costumi brutali, per tutta la rotondità di questa nostra Spagna.

A far valere un genuino spirito cristiano aldilà dell’oceano fresco di nuove conquiste spagnole, e ancor più efficacemente di Francisco de Vitoria, sarà un altro domenicano: Bartolomé de las Casas (1474/1484-1566). Se Francisco prestò il suo nome in difesa dei nativi torturati dai conquistadores, salvo poi sancire il “diritto di conquista” della Corona di Castiglia sulle nuove terre, Bartolomé dedicò tutte le sue energie, dal 1515 (anno in cui entrò nell’Ordine domenicano) in poi, all’uguaglianza tra Indios (a patto che si cristianizzino) ed europei (cristiani, ovviamente).

Pedro de las Casas, padre di Bartolomé, partecipò al secondo viaggio di Cristoforo Colombo (o forse dovremmo chiamarlo Cristóbal Colón?) verso le Indie, cosicché fu naturale che il figlio si facesse presto, sullo slancio dell’entusiasmo che si respirava in patria, un encomendero dell’attuale Repubblica Domenicana; in poche parole uno schiavista con due soli obiettivi: estrarre oro sfruttando le forti braccia degli Indios e propagare indefinitamente il proprio potere su questi e le loro terre.

Ma la lettura della Bibbia iniziò a istillare dubbi nella coscienza del giovane Bartolomé sino a convincerlo a prendere gli ordini minori nel 1506 a Siviglia, sua città natale. Tornato su La Española venne profondente influenzato dai sermoni di frate Antonio de Montesinos i quali denunciavano come ingiusti e disumani i trattamenti subiti dagli Inca. Ha qui inizio, nel 1514, con la rinuncia a tutti i suoi possedimenti acquisiti nel Nuovo Mondo, la sua vera battaglia per i diritti dei nativi.

Iniziò così, nel 1515, la sua attività di proselitismo per l’uguaglianza di indigeni e spagnoli, discutendo, con scarsi risultati, con lo stesso re Fernando il Cattolico, il segretario Lope de Conchillos e il vescovo di Burgos Juan Rodríguez de Fonseca. Fu invece l’anno successivo che riuscì a convincere della bontà delle sue tesi il cardinale Francisco Jiménez de Cisneros, il quale nominò Bartolomé procuratore e protettore universale di tutti gli Indios e inviò tre frati a governare pacificamente La Española – inutile dire che i soprusi, nonostante tutto, continuarono.

Contrario all’idea aristotelica che alcuni uomini siano schiavi per natura – tra il 1550 e il 1551 ci fu una grande polemica, che prese il nome di Giunta di Valladolid, tra Bartolomé de las Casas e Juan Ginés de Sepúlveda, difensore della “guerra giusta” contro i nativi –, Bartolomé espose le sue posizioni filosofiche attraverso le atroci testimonianze dei maltrattamenti subiti dagli Indios. La sua Brevissima relazione della distruzione delle Indie (1552) ebbe un enorme successo nei secoli a seguire, soprattutto tra protestanti e illuministi, e tratta del Diritto Naturale, ovvero del diritto alla vita e alla libertà, che ogni uomo possiede dalla nascita. E quindi i nativi americani, avendo dimostrato di essere in possesso della ragione, e quindi uomini, dovevano essere anch’essi riconosciuti titolari di tali diritti.

Tuttavia Bartolomé non era totalmente contrario alla colonizzazione, forse perché la vedeva ormai inevitabile, ma soltanto all’uso della forza. A suo dire l’annunciazione del Vangelo avrebbe condotto ad una colonizzazione pacifica dei nativi, i quali, in qualche modo, si sarebbero dovuti sottomettere ai conquistadores venuti d’oltremare. Ma questo non è più vicino ai “Giusti titoli” proposti da Francisco de Vitoria che al diritto naturale alla libertà? In effetti sì, ma le dinamiche di quel periodo – praticamente una guerra perpetua – dovettero influire molto sul suo pensiero. Ciononostante Bartolomé riuscì a convincere il re Carlo I ad eliminare la schiavitù e liberare gli Indios dalle encomiendas; inoltre, da quel momento in poi, durante le esplorazioni delle terre ancora sconosciute, avrebbero dovuto partecipare almeno due religiosi in qualità di vigilanti. Il tutto grazie alla promulgazione delle Leggi Nuove del 1542, il più grande contributo di Bartolomé de las Casas alla futura nascita del Diritto delle Genti. (Dopo pochi anni, tuttavia, le leggi vennero modificate e praticamente revocate sotto la pressione dei coloni insoddisfatti).  

De las Casas è considerato, assieme a Francisco de Vitoria, fondatore del diritto internazionale moderno, e, assieme al portoghese António Vieira, antesignano dei diritti umani. 

Stefano Scrima
giugno 2013

Immagine di apertura: Bartolomé de las Casas.
Immagine nel testo: Bartolomé de las Casas difende i nativi dai coloni.


 

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