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Si parla spesso della tentazione della Catalogna di rendersi indipendente dalla Spagna, e oggi – con a capo della Generalitat de Catalunya il “nazionalista” Artur Mas – più che mai. Le ragioni sono apparentemente economico-sociali, ma affondano le radici nella cultura, o meglio nelle due diverse culture “fuse” – quella castigliana e quella catalana – (assieme ad altre) nella creazione dell’attuale nazione spagnola. Sono diverse, sì – come se Valle d’Aosta e Sicilia non lo fossero!

Dunque, dato che, se il Barcellona vince la Champions League e la nazionale di calcio spagnola, piena di catalani, il mondiale, tutto questo diventa un vanto per la Spagna intera, non vedo perché anche il più grande personaggio e intellettuale catalano (direi di tutti i tempi), Ramon Llull (in italiano Raimondo Lullo), non debba essere “glorificato” quale figura di spicco della filosofia spagnola, vanto di questa cultura considerata, filosoficamente parlando, arretrata.

Ramon Llull (1232-1315) nacque, appunto, a Palma di Maiorca e qui vi morì. Fu inizialmente paggio, precettore, siniscalco e maggiordomo dell’infante Jaime II, futuro re di Maiorca, vivendo una vita licenziosa e dedita a sollazzi trovadorici; ma in seguito divenne filosofo-teologo (teosofo), missionario filo-crociata, mistico, ma anche poeta e “romanziere”. Scrisse nella sua lingua madre, il catalano, elevandola a lingua letteraria, oltre che in latino e arabo, quest’ultimo imparato per rendere la sua opera di evangelizzazione di ebrei e musulmani più efficace. Nel 1267, infatti, Llull si convertì al cattolicesimo a seguito di cinque visioni notturne di Gesù. Decise, sulle orme di Francesco, di lasciare patrimonio, moglie e figlio e darsi alla penitenza, ma senza prendere i voti, almeno fino al 1295, anno in cui, pensando di poter ottenere più successo nella sua opera di proselitismo, divenne terziario francescano ad Assisi.

Propose una Crociata che avrebbe convertito tutti gli infedeli, la quale però non convinse il papa Niccolò IV, costringendolo così ad intraprendere un viaggio solitario tra moschee e sinagoghe, attraversando Italia, Francia, Germania, Terra Santa, Asia Minore e Maghreb; fondando monasteri cattolici e scrivendo decine e decine di opere impegnate a confutare i presunti errori delle altre religioni e filosofie, quella averroista in primis, accusata di considerare filosofia e teologia quali discipline distinte, quando, per Llull, una sola è la Verità, cioè Dio, e a questa si arriva sia con la filosofia (la logica, la razionalità) che con la teologia, risultando, in definitiva, un unico cammino.


E un’unica scienza generale, suprema, da cui trarre tutti gli altri principi delle altre scienze particolari, sarà il sogno filosofico di Llul. Con questo fine inventerà la sua celebre ars magna (grande arte), ovvero un’arte combinatoria, che, attraverso le combinazioni matematiche di alcuni termini semplici (da lui selezionati arbitrariamente), avrebbe potuto risolvere ogni problema logico e teologico. Costruì, quindi, anche una macchina logica, meccanica, in cui le teorie, i soggetti e i predicati teologici erano organizzati in figure geometriche perfette, in modo tale che, azionandone il meccanismo, che seguiva regole inventate da Llull, avrebbe confermato o meno la verità dei postulati. Così, senza possibilità d’errore, Llull mostrava la Verità, che è Verità cristiana – in questo modo sarebbe stato molto più semplice convincere i non cristiani alla definitiva conversione. Nel suo pensiero logica e teologia si fondono, ed è questo l’atto di nascita della teosofia.

Tuttavia, a causa del suo continuo importunare chi di cattolicesimo non ne voleva sapere – l’esperienza di San Paolo non ha insegnato – venne aggredito a Tunisi e ricondotto a Maiorca in fin di vita. Morì poco dopo. Nel 1850 venne beatificato e proclamato martire del cattolicesimo da Papa Pio IX – magna o magra consolazione?

Stefano Scrima
aprile 2013

Immagine di apertura: Ramon Llull.
Immagine nel testo: diagramma (XV secolo) raffigurante l'ars magna di Llull.

 

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