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Chi pensa è immortale, chi non pensa muore.

Due le questioni, tornate giustamente in auge in questo XXI secolo di “mescolamenti” e globalizzazioni, sulle quali vorrei si riflettesse: 1) il mondo è meticcio, ovvero non esistono etnie, sangui, tradizioni pure e originarie, e 2) quando parliamo di meticciato dovremmo anzitutto riferirci alla cultura, che oltretutto – come storia e tradizione – è un qualcosa di sfuggente e fluido, un oceano (apparentemente) uniforme e maestoso, che deve il suo vigore al continuo nutrirsi d’acque fluviali che in esso si fondono.

Detto questo è da sapere che, come tutte le altre culture del mondo, anche quella spagnola (quella che oggi conosciamo) risulta essere l’unione di più energie, di stili di vita e concezioni del mondo differenti, che generazione dopo generazione, senza far rumore, andarono sedimentandosi nei cuori dei nuovi abitanti della penisola; e che se potessimo tornare indietro nel tempo e passeggiar per le vie della Cordova di Seneca non la riconosceremmo affatto, e nemmeno il filosofo romano l’avrebbe riconosciuta sette secoli dopo la sua morte. L’uomo, preso singolarmente, rimane essenzialmente sempre lo stesso, ma ciò che muta le sue condizioni di vita, per cui si produce un cambiamento sensibile, quello che alcuni chiamano “progresso”, è l’alchimia che va creandosi nelle comunità, la scintilla che s’accende nell’unione tra differenti personalità, abilità e immaginazioni (qualità dovute a un’infinità di variabili: dal clima alla geografia fino al puro e semplice caso).

Dunque, com’era la Cordova del XII secolo? Non si parlava né latino né castigliano, bensì arabo. Fu infatti nel 711 che i musulmani invasero la penisola iberica riuscendo così in pochi anni, dopo aver sconfitto e scacciato visigoti e altri pretendenti, a proclamarsi nuovi “padroni” di quelle terre; il loro dominio non fu eterno – lo vediamo bene oggigiorno – ma lasciò tracce incancellabili in quella che chiamiamo “cultura spagnola” o “spagnolità”. L’egemonia araba incise sulla tradizione in formazione – perché la tradizione è sempre in formazione – degli iberici (o di quelli che lo sarebbero diventati) come lo avrebbe fatto qualsiasi altra, creando così nuove prospettive di pensiero e stimoli vitali.

“Principe” del pensiero della Spagna araba (chiamata al-Andalus da cui viene Andalusia), ma anche uno degli ultimi esponenti del pensiero islamico di terra spagnola, fu di certo il cordovano Averroè (vero nome: Ibn Rushd, 1126-1198), giudice, medico, matematico, astronomo e soprattutto filosofo innamorato dell’insegnamento di Aristotele; soprannominato “Il Commentatore” proprio per i suoi commenti all’opera (per Averroè fonte di verità) dello stagirita. Difese il ruolo della filosofia (aristotelica in primis) nel perseguimento della verità – che è una sola – contro i “fondamentalisti” religiosi (Al-Ghazali) che non vedevano, per tal fine, altro che le pagine del Corano. È vero: l’Islam è la religione perfetta e il Corano fonte di verità assoluta, ma ciò non significa che filosofia e scienza siano menzogne: sono semplicemente, per Averroè, un’altra via, visibile a pochi, per giungere alla luce. Le verità espresse dal Corano e quelle espresse da Aristotele in forma scientifica sono essenzialmente le stesse, soltanto che le prime sono intelligibili, a tutti accessibili, mentre le seconde solo agli “iniziati al pensiero”, gli abili nell’interpretazione dei simboli sacri.

Averroè è ricordato anche e soprattutto per la teoria, di un certo sapore aristotelico, dell’intelletto attivo e passivo: noi percepiamo gli oggetti sensibili attraverso, appunto, i nostri sensi, ma soltanto mediante l’azione di un intelletto agente (che è eterno e custode degli universali) sulla nostra immaginazione, sul nostro intelletto passivo (anch’esso eterno ma al quale partecipiamo solo fin quando i nostri sensi “funzionano” – non siamo dunque anche noi immortali) arriviamo a cogliere il valore universale della realtà, ovvero, astraendone le caratteristiche, a riconoscere realmente gli oggetti. Così è possibile la comunicazione tra gli uomini. Il processo del conoscere è dunque un processo mediato: l’intelletto agente trasforma potenza in atto, la percezione di immagini sensibili in immagini intelligibili. Di qui nascerebbero scienza e filosofia, oltre a tutti i tentativi (sfortunati) degli uomini di arrivare a conoscere Dio, intelligenza ultima e infinita, vetta delle vette, che nel pensiero islamico come nel cristiano garantisce ordine e gerarchia nel mondo. E non è infatti un caso che il pensiero averroista influì, per secoli e secoli, anche sugli “infedeli” cristiani.

Se potessimo tornare indietro nel tempo e passeggiare per le vie della Cordova del XII secolo, quella di Averroè, forse, a pensarci bene, riconosceremmo qualcosa della Spagna attuale, e lo stesso vale per il filosofo arabo, che, scavando un po’, riuscirebbe a riconoscersi nella Cordova del XXI secolo, che, in fin dei conti, altro non è che lo stesso suolo che gli ha dato da mangiare e che egli stesso a contribuito a far germogliare.


Stefano Scrima
febbraio 2013   

Immagine di apertura: Averroè, miniatura XIV secolo.
Immagine nel testo: Al-Andalus.

 

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