Facebook

I  mali che fuggi sono in te.

Fu María Zambrano, altra celebre spagnola, fra i primi a ricordare e, in un certo senso, rivendicare lo “spagnolismo” del grande Seneca. Perché in lui ritrovò quella figura paterna che tanto le richiama il suo Paese e la sua cultura, la calda attenzione e l’affetto verso i suoi figli e fratelli, la sua gente. Ed è infatti un’atmosfera famigliare quella che incontriamo oggi nella lettura dell’opera lasciataci dal filosofo, interessata al lato concreto della vita, dedita all’istruzione degli uomini al buon vivere: filosofia come vita filosofica, come misura pratica e morale.

Seneca, nato a Cordova, in Spagna, intorno all’anno zero, si trasferì a Roma in giovane età dove si interessò da subito alla filosofia, restando particolarmente affascinato dallo Stoicismo: uno stile di vita meditativo e valoroso, alla ricerca della serenità, di un modo – che è saggezza – per resistere alle passioni deleterie, verso un continuo perfezionamento interiore. E in un’epoca del genere, di smarrimento e abbandono, in cui ben poco spazio era riservato alle libertà civili limitate dallo strapotere imperiale, quello che serviva all’uomo era un maestro, un maestro di vita.

Più che filosofo, politico o tragediografo, Seneca fu infatti una guida per gli uomini del suo tempo, “naufraghi della ragione” – di quel Logos platonico che fu troppo distante, troppo astratto, per razionalizzare il vivere quotidiano – e per questo bisognosi di una nuova ragione che possa consolarli, dalla morte, della malattia, della povertà; una ragione che sia virtù, accettazione estrema di questa vita. Zambrano parla a tal proposito di “ragione materna”, consolatrice, appunto; e che cosa ci si aspettava da un padre, un maestro, come Seneca?

Bisogna rassegnarsi all’ordine di questo mondo, senza inseguire il sogno impossibile di cambiarlo, abbandonare l’assoluto per il concreto e pensare la vita come un dono che un giorno dovrà essere riconsegnato, senza rancore, al mittente. E dunque far un buon uso delle cose e della vita, ma non dimenticar di che materia son fatte. Appreso questo si sarà appreso a esser liberi, perlomeno interiormente, e a condurre una vita buona, lontana da dolori superflui.

Vivere è un’arte, un accordo musicale facile alle stonature. Seneca questo lo sapeva bene e sapeva bene anche che, vivere, non è affatto facile. La sua salute cagionevole, le due condanne a morte e l’esilio in Corsica, l’educazione di Nerone, poi rivelatosi cattivo allievo, e la calunnia finale che lo costrinse, per rimanere fedele alla sua morale, a darsi la morte, possono insegnare ancora molto all’uomo contemporaneo. Di sicuro che la vita è una lotta e che, se non la si accetta, non si vive.


Stefano Scrima
gennaio 2013

Immagine di apertura: Cristoforo Savolini, La morte di Seneca.
Immagine nel testo: Peter Paul Rubens, Seneca.

 

 

LIBRERIA FILOSOFICA

Forum Referendum

IMMAGINI

VIAGGI FILOSOFICI

Questo sito utilizza cookies. Continuando la navigazione ne autorizzi l'uso. Se vuoi saperne di più clicca su "Leggi dettagli”.