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Il lascito di ogni conflitto impressiona per i suoi numeri e per l’originalità delle tecniche di annientamento. L’evoluzione percorsa dall’uomo ha dato alla luce tecniche ed armi che superano l’immaginazione dei loro stessi inventori, eppure il loro uso ripropone uno schema che si ripete come un disco rotto da sempre, dal primo uomo armato di clava allo scienziato dagli occhiali spessi.

La naturalezza di un’eredità
Il parco nazionale vicino a casa nostra considera attrazioni turistiche un piccolo gruppo di edifici abbandonati, una chiesa coloniale e un vecchio casinò francese. Quelli che in Europa sarebbero considerati dei ruderi privi di valore qui invece sono un relitto del passato bellico, qualcosa da mostrare e preservare. Anche gli edifici del centro città, dei ruderi dalle pareti scrostate e gli infissi rotti, per quanto possano ospitare al loro interno nuove attività commerciali non possono per legge essere modificati esteticamente in quanto patrimonio storico. Questi gusci diroccati ora si affiancano alle baracche e alle case di nuova costruzione, dipinte e agghindate con colori sgargianti e gusto moderno, senza che nessuno si sorprenda di questo stridore, come se in effetti tra pareti scrostate e nuove non vi sia alcuna reale differenza.
Il cambogiano medio sembra non curarsi anche di un altro contrasto, per certi versi simile. Per le strade cambogiane si aggira infatti uno spettro silenzioso, che arranca ai margini delle arterie nelle grandi città, scantonando goffo nei vicoli senza marciapiede, ma che si trascina a fatica anche nei borghi rurali. Delle volte è in sella a un particolare velocipede in legno che funziona a braccia, non molto diverso da quelle bici che si guidano da distesi che vedono sulle nostre strade, altre volte invece si muove appeso a delle stampelle. È lo spettro della guerra, impietoso su edifici e campagne tanto quanto sui suoi abitanti.
Si stima che in Cambogia vivano ad oggi più di 40.000 mutilati, diluiti nel resto della fauna cittadina con la stessa disinvoltura con cui gli edifici diroccati di Kampot si affiancano a quelli dalle pareti sgargianti. Sono una parte della comunità come un’altra e stupirsi di loro quando passano per strada non è meno da turisti che fare il tour del parco nazionale per vedere una chiesa e un casinò abbandonati. In un ristorante a Ha Tien, di poco passato il confine con il Vietnam, una vecchia priva di entrambe le gambe è passata rimbalzando ad altezza ginocchio tra i tavoli per andare al suo solito posto dietro il bancone, dove l’attendeva un tavolino più basso degli altri e un po’ di zuppa, senza che nessuno dei commensali abbia anche solo distolto lo sguardo dal proprio piatto. A Phnom Penh è molto popolare tra i turisti il “Reggae Bar”, all’ultimo piano di un palazzo ai cui piedi c’è un chioschetto che ospita ogni sera un uomo con gravissime deformazioni agli arti e alla spina dorsale, tali da non permettergli neanche di sedere per terra. Sono due rappresentanti delle sorprese che la guerra ha lasciato in eredità al Sud Est Asiatico: le mine inesplose e le malformazioni fisiche. E l’assurdo considerare entrambe una semplice parte della quotidianità.

Un conflitto postnucleare
La guerra che stravolse Vietnam, Laos e Cambogia afferma con sfacciata limpidezza la noncuranza dei reparti bellici per la popolazione civile. Tra la vecchina di Ha Tien e il cliente deforme di quel chiosco a Phnom Penh, tuttavia, quello che mi ha maggiormente colpito è stato il secondo. Se ne vedono tanti come lui, le gambe storte al punto da non potersi stendere, le schiene ricurve al punto che la testa sembra uscire dal petto, i volti contratti fino al grottesco in strane smorfie. Quando non hanno malformazioni ossee, riportano gravi forme di dermatiti, che causano la perdita dei capelli e del sano colorito locale, sostituito da un bianco sporco e pezzato di rosso. Nel Vietnam di oggi, che conta circa 90 milioni di abitanti, sono oltre 600.000 i nati con gravi disabilità correlate alle sostanze chimiche rilasciate dagli Stati Uniti durante la guerra, soltanto gli ultimi di una sfortunata dinastia di parecchi milioni di persone. Durante gli anni ’60 infatti l’intera area del delta del Mekong fu innaffiata con oltre 60 milioni di litri di un’erbicida altamente tossico, un cocktail servito in due diverse varianti entrambe note come “Agent Orange”. Lo scopo dell’operazione era stanare i Viet Cong facendo letteralmente terra bruciata della giungla in cui si nascondevano, che sin dal giorno successivo quella “pioggia arancione” iniziava a ingiallire per morire nel giro di poco. Oltre il 20% della superficie del Vietnam subì questo trattamento, che nelle zone considerate più strategiche fu ripetuto fino a 10 volte. Quelle aree non assomigliavano affatto a quelle dei film, in cui i militari arrancano a colpi di coltello tra le liane, perché sembravano piuttosto uno scenario lunare, il cui grigiore era mitigato solo dai tronchi morti degli alberi. Oltre 3 milioni di veterani americani coinvolti in queste operazioni accusarono negli anni sintomi riconducibili all’esposizione all’”Agent Orange”, tanto che gli Stati Uniti stanziano ancora oggi un fondo per corrispondere loro una pensione di invalidità. Le gravi neoplasie, i tumori e le malformazioni delle nuove generazioni di Vietnam, Cambogia e Laos si devono con altrettanta certezza alle alte concentrazioni di diossina (sostanza che in ambiente può persistere più di 20 anni) ancora presenti nel suolo.
La maggior parte degli Occidentali ha un’idea edulcorata dei conflitti che hanno attraversato il Sud Est Asiatico e la maggior parte di noi continua ad individuare nella Seconda Guerra Mondiale o negli episodi di Hiroshima e Nagasaki il picco di crudeltà più alto mai raggiunto dall’uomo. Ma la verità è che i conflitti che hanno attraversato l’Indocina non hanno davvero nulla da invidiare alle più famose catastrofi belliche dell’ultimo secolo e anzi per certi versi sono ancora più impressionanti, e questo non solo per inumanità delle risorse impiegate ma anche per la loro quantità. Un esempio per tutti è offerto dal Laos, colpevole di confinare con il Vietnam e di poter quindi fungere da riparo ai Viet Cong: dal 1964 al 1973 sulle regioni orientali del paese di abbattè un carico di bombe record, corrispondente a quello di un B-52 ogni 8 minuti, lasciando a guerra conclusa oltre 270 milioni di ordigni inesplosi - di cui ad oggi si stima ne restino ancora più di 70 milioni. Più di 300 persone l’anno da allora restano vittime di un’esplosione, il 60% dei quali rimettendoci la pelle, i restanti riportando gravi menomazioni. La Cambogia, analogamente colpevole di offrire rifugi tattici ai Viet Cong, non segue certo di molto, tanto che si stima che sulle sole regioni di Rattanakiri e Mondulkiri (un fazzoletto di terra di circa 25000 km2, di poco più grande dell’area Veneto-Friuli) furono lanciate a partire  dal 1969 un quantitativo di bombe superiore a quello rilasciato da tutte le potenze Alleate nella Seconda Guerra Mondiale.
Si può considerare questo tipo di guerra come “postnucleare”. Per quanto avvenuta in un’epoca minacciata dall’assurda gara alla bomba più devastante tra Stati Uniti e Urss, o forse proprio per questo, è stato un conflitto caratterizzato dal tentativo costante di produrre lo stesso effetto con mezzi alternativi, più raffinati e silenziosi - ma ugualmente incuranti della popolazione civile. La guerra moderna non sembra più ricercare scenografiche esplosioni ma piuttosto punta all’avvelenamento costante e subdolo del suolo e dei suoi abitanti.  Si potrebbe pensare che dopo l”Agent Orange”, che si è rivelato così dannoso per gli stessi soldati statunitensi, la strategia si sia evoluta, invece ha solo cambiato nome. In un recente dispaccio diffuso da Al Jazeera sulle conseguenze delle armi statunitensi sulla popolazione irachena, infatti, si ripropongono le stesse premesse che hanno dato alla luce il poveretto deforme di quel chiosco a Phnom Penh, più di 30 anni dopo. Si stima infatti che nel solo triennio 2002-2005 gli Stati Uniti abbiano impiegato nel conflitto oltre 6 miliardi di proiettili con tracce di Uranio impoverito e Mercurio, tutti metalli che, inquinando il suolo, producono effetti collaterali paurosi. Il documento diffuso riporta dati impressionanti: dall’ultima Guerra del Golfo i casi di cancro sono passati da 40 a più di 1200 ogni 100.000 persone, e si registra un aumento notevole anche dei casi di sterilità, malformazioni e morti in soggetti di età prenatale. Le probabilità di partorire un figlio morto o deforme sono tali che – dice il report – parecchie donne irachene si rifiutano di avere figli e incorrono in aborti spontanei. Ma il dato più impressionante riguarda le dimensioni di questo fenomeno, che supera di gran lunga gli effetti delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Se allora l’aumento di casi analoghi crebbe fino a raggiungere circa 2 casi ogni cento nascite, l’Iraq odierno ne conta circa 15.

Uomo del mio tempo
“Ecco è l'ordigno che crea lo squilibrio, la malattia, con l'annullamento delle leggi di Natura. Forse attraverso una catastrofe prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo inventerà un esplosivo incomparabile e un altro uomo più malato ruberà tale esplosivo e si arrampicherà al centro della Terra, dove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udirà e la Terra, ritornata alla sua forma nebulosa, errerà nei cieli, priva di parassiti e di malattie.”
Così si concludeva la visionaria apocalisse di Zeno Cosini. Il diario psicologico scritto da Italo Svevo sta per compiere un secolo è ormai un pezzo di storia della letteratura, eppure anticipa in questa sua famosissima chiusa un filone di pensiero che all’epoca della sua redazione era pura fantascienza. Nel 1923 infatti lo scontro tra i blocchi Alleato e Sovietico non si profilava all’orizzonte e la corsa agli armamenti che entrambi i blocchi avrebbero sostenuto, appunto, non era all’epoca che una congettura da romanzo. Hiroshima e Nagasaki, qualche anno dopo, dimostreranno al mondo che quell’allucinata profezia era molto più che uno sfogo contro il proprio psicanalista.
Fu soprattutto il decennio successivo a destare maggiori preoccupazioni. Il 9 Luglio del 1955, pochi anni prima che il conflitto indocinese assumesse la fisionomia per cui passò alla storia, si riunivano a Londra le personalità più eminenti della filosofia e della scienza del tempo. Si era in piena Guerra Fredda, all’indomani del test della prima bomba H sull’atollo di Bikini, un ordigno talmente potente che il suo fallout radioattivo colpì un peschereccio giapponese a più di 130 km di distanza, uccidendone un membro e facendo ammalare gravemente gli altri. Tra gli scienziati invitati spiccava ad esempio Joseph Rotblat, polacco, l’unico ad aver a suo tempo abbandonato il Progetto Manhattan intuendo tra i primi le nefaste conseguenze che un ordigno atomico avrebbe potuto avere. L’evento, promosso da Bertrand Russell e Albert Einstein, mirava proprio a sensibilizzare l’opinione pubblica circa la pericolosità di un eventuale guerra nucleare, vedendo nel conflitto con simili armi una soluzione assolutamente sproporzionata a qualunque dissapore politico. Il manifesto presentato quel giorno vedeva addirittura la rinuncia alla guerra come un elemento chiave per la sopravvivenza dell’intera umanità:

Questo è dunque il problema che vi presentiamo, orrendo e terribile, ma non eludibile: metteremo fine al genere umano o l'umanità saprà rinunciare alla guerra? La gente non vuol affrontare questa dicotomia, perchè abolire la guerra è oltremodo difficile. Abolire la guerra richiede sgradite limitazioni della sovranità nazionale. Ma forse quel che osta maggiormente alla piena comprensione della situazione è il termine "umanità", che suona vago e astratto. La gente fa fatica ad immaginare che il pericolo riguarda le loro stesse persone, i loro figli e nipoti, e non solo un vago concetto di umanità. Essi faticano a comprendere che davvero essi stessi, ed i loro cari, corrono il rischio immediato di una mortale agonia».

Anche se l’incombere della minaccia atomica rese necessario un cambio di tono e di registro, questo documento è la trasposizione politica del sarcasmo di Zeno. Alla base di entrambi c’è infatti la stessa lucida consapevolezza dell’incapacità degli uomini di gestire la loro aggressività, resa troppo affilata dal loro intelletto. Credo che sia soprattutto in questo senso che entrambi i testi vadano interpretati, non come diverse manifestazioni della paura ormai storica di una catastrofe nucleare, ma come una sempre attuale paura dell’uomo. L’”occhialuto uomo” che costruisce ordigni mortali della Coscienza di Zeno o quello implorato da Russell e Einstein non è quindi necessariamente quello che fabbrica la bomba H, ma quello la cui volontà di annientare il suo obiettivo incontra una sproporzionata intelligenza. Vivere in questa parte del mondo rende chiarissimo come il problema non possa quindi essere associato a una particolare arma, perché è piuttosto il modo, la cecità per le conseguenze, la noncuranza per le persone a essere in grado di far esplodere il mondo. Passato il timore di una “grande bomba”, infatti, puntuali si sono affacciate nuove e più raffinate versioni dello stesso istinto aggressivo, di cui l”Agent Orange” e i bombardamenti a tappeto dell’Indocina erano soltanto una prova generale. Il futuro attende l’ingegno umano con infinite nuove versioni di quella stessa volontà di annientare, che di contro resta immutata dall’età della pietra, grezza e semplice come le prime clave. La più efficace rappresentazione di questo istinto, vecchio come l’uomo e contemporaneamente evoluto assieme a lui, è una poesia scritta nel 1947 da Salvatore Quasimodo: nelle guerre presenti, passate e future c’è sempre stato e ci sarà un solo attore, l’Uomo del mio tempo.

“Sei ancora quello della pietra e della fionda,
Uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
Con le ali maligne, le meridiane di morte,
-T'ho visto-dentro il carro di fuoco, alle forche,
Alle ruote di tortura. T'ho visto: eri tu,
Con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
Senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
Come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
Gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all'altro fratello:
"Andiamo ai campi." E quell'eco fredda, tenace,
È giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
Le loro tombe affondano nella cenere,
Gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.”

Lorenzo Lapini
30/01/2017

Immagine: Un Fairchild C-123 cosparge la giungla vietnamita di Agent Orange. I Viet Cong sopravvissuti la descrivono come una pioggia silenziosa e arancione, che dal giorno seguente faceva seccare le piante e il suolo.

NOTE
1) il War Remnants Museum di Ho chi minh per i dati sul conflitto in vietnam, cambogia e laos
2) https://www.google.com.kh/amp/s/amp.theguardian.com/world/2003/mar/29/usa.adrianlevy?client=ms-android-hms-tmobile-us per altri dati sul Vietnam
3) http://www.aljazeera.com/indepth/features/2013/03/2013315171951838638.html per quanto riguarda la contaminazione del suolo in Iraq

 

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