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Una delle cose che preferisco fare qui in Cambogia è andare a fare la spesa. La nostra casa a Kampot dista due minuti a piedi dal mercato e ci alterniamo per andarci ogni giorno - questo caldo accompagnato dalla mancanza di un frigo lo rendono assolutamente necessario. In ogni città i mercati sono più o meno uguali: bassi grandi capannoni costruiti con materiali recuperati, si trovano sempre in una grande piazza, aprono la mattina prima delle cinque e chiudono entro le quattro di pomeriggio. Il tetto in lamiera, fondamentale durante la stagione delle piogge, ma soffocante il resto dell'anno, non è un pezzo unico, ma un collage di più lastre e di conseguenza piove dentro il mercato. Qui si trova tutto ciò di cui si ha bisogno e cose di cui non si sapeva l'esistenza: frutta e verdure mai viste all'inizio ci hanno seriamente messo in difficoltà, ma ciò che costituisce una vera e propria sfida per un occidentale è la sezione di mercato dedicata alla carne. In Italia la macelleria presenta la carne adagiata al fresco e tra la carne e il compratore c'è un vetro, su cui i bambini fanno i disegni grazie alla condensa. La luce è bianca, così come i pavimenti, e vicino alla carne un cartellino indica "costolette di maiale". In Cambogia al posto delle targhette si usa la testa dell'animale, che viene piazzata sul ripiano di legno sopra al quale pendono svariati altri pezzi di carne appesi a ganci in ferro. A volte sul bancone si può anche vedere un'orribile carta moschicida di quelle appiccicose, a cui le mosche rimangono attaccate. Dall'altra parte del bancone ci sono una donna (quasi solo donne lavorano al mercato), una bilancia, una fiamma ossidrica, un coltello e un'ascia. Ancora più sorprendente è la zona in cui si vende pollo: in questa "strada degli orrori", come la chiamiamo dalla prima volta che ci siamo capitati, si vedono live tutti i passaggi che trasformano l'animale in petto di pollo. Pollo vivo, morto, spiumato, pronto per essere venduto, e a pochi metri di distanza la trasformazione raggiunge il suo culmine sotto forma di zuppa. Le campagne animaliste che fanno leva sull'emozione di tenerezza e compassione che può suscitare un animale, qui andrebbero incontro ad una totale indifferenza.
La morte in Cambogia infatti non viene nascosta né addolcita e questo risulta chiaro non solo dopo un giro al mercato, ma anche sfogliando un quotidiano nazionale. Il 10 luglio è stato assassinato un giornalista cambogiano, Kem Ley, sempre stato molto critico verso il governo. Quando era uscita la notizia, il giornale riportava anche una foto che ritraeva il corpo inerme di Kem Ley sul pavimento della caffetteria dove era stato assassinato. L'immagine non è stata pubblicata per dare spettacolo, ma come semplice documentazione dell'accaduto. Mai da noi sarebbe stata ammessa una foto del genere su un quotidiano nazionale. Ritrarre, esporre la morte viene concepito in occidente come una mancanza di rispetto nei confronti del defunto che non ha ormai alcun potere sul proprio corpo. La vista della carne restituita a se stessa, per usare le parole di Baudillard, risulta a noi insopportabile. Si nota insomma  qui in Cambogia un rapporto con la morte molto diverso dal nostro: è chiara una naturalezza e una schiettezza che a noi manca, o che abbiamo perso. Il motivo di questa differenza può essere ricercato in un coro di autori del Novecento tra cui Baudillard, filosofo e sociologo, Philippe Ariés, storico, Geoffrey Gorer, antropologo. Questi autori analizzando la società contemporanea in contrasto con i secoli passati, convergono nel dire che in occidente la morte è diventata un tabù, un rimosso culturale, e che questa trasformazione è un evento recente. Davanti alla morte l'uomo occidentale preferisce volgere lo sguardo altrove, la ignora come non esistesse o come se non fosse un problema proprio. Nella gran parte degli ultimi due secoli, è stato il sesso a rappresentare l'elemento rimosso: sentito come qualcosa di sudicio e malato, veniva escluso dalle conversazioni, tanto che lo stesso evento della nascita veniva visto come un momento di bassezza animalesca. Si parlava invece senza remore della morte, la quale era parte dell'educazione dei ragazzi e delle vicende famigliari.
È nel corso del XX secolo che è avvenuto il capovolgimento: il sesso è diventato un argomento sempre più leggero, ed è stata invece la morte, specialmente se intesa come processo naturale, ad acquistare lo statuto dell'innominabile. Oggi, afferma Baudillard, "non è normale essere morti", e gli fa eco Hans Georg Gadamer: "c'è in noi un'evidente tendenza a scartare la morte, a eliminarla dalla vita. [...] Insistiamo in genere sulla causa accidentate della morte: incidente, malattia, infezione, tarda età rivelando così una tendenza ad abbassare la morte da fatto necessario a fatto casuale." La vita, letta da una società che ha la pretesa di prevedere e misurare ogni accadimento, diventa a sua volta un meccanismo potenzialmente interminabile. Alla luce di ciò la morte si traduce in un incidente di percorso, uno scadere di un funzionamento che idealmente potrebbe essere infinito. Si passa la vita dimenticandosi di essere mortali. Parallelamente all'inserimento della morte nel cassetto del rimosso è avvenuto anche un sostanziale cambiamento nella concezione di immortalità: come sostiene Davide Sisto nell'ultimo secolo si è passati da un'immortalità intesa come ciò che viene dopo la vita, ad un'immoralità come prolungamento indefinito della vita. In altre parole se una volta l'immortalità presupponeva una implicita accettazione della morte, ora aspira ad una sua totale negazione. "Ormai tutto avviene come se né io, né tu, né quelli che mi sono cari, fossimo più mortali" scrive Philippe Ariés. Vita e morte non costituiscono più nell'immaginario collettivo un binomio inscindibile, proprio perché la seconda non ha più spazio nella società, a meno che non venga tramutata in un dato statistico. Quando ci si trova davanti ad una tragedia, come può essere quella di un incidente stradale, il sentimento suscitato viene ovattato riportando l'evento all'ordine dei numeri - esattamente come nel capitolo di apertura de L'uomo senza qualità, in cui davanti ad un grave incidente stradale dei passanti discutono aspettando l'ambulanza, ossia l'"assistenza efficace e autorizzata" dall'aspetto pulito e ordinato: "secondo statistiche americane" osserva il signore "laggiù muoiono ogni anno 190.000 persone e quattrocentocinquantamila rimangono ferite". Il tragico incidente che sconvolge momentaneamente l'ordine, vi si ricolloca comunque all'interno nel momento in cui viene localizzato e sottoposto a una spiegazione razionale. Il colpo, la possibile rottura dell'ordine, viene così attutito. Se una morte accidentale può in un certo senso essere accettata, ancora più difficile è la reazione alla morte naturale, infatti mentre la prima è un'eventualità che lascia lo spazio alla speranza, la seconda ha il carattere dell'ineluttabilità. Per questo motivo il lutto oggi è un momento da vivere privatamente, con pudore e senza disturbare il ritmo frenetico della vita.
Qui in Cambogia tutto questo non si vede. Ciò che da noi è un affare privato, qui è un momento di vita sociale: i funerali per esempio durano tre giorni, e ce ne si accorge perchè all'alba inizia la musica tradizionale. In questo senso la morte è solo un esempio di una serie di fatti che mentre da noi avvengono solo nei retroscena, qui si svolgono quotidianamente sotto gli occhi di tutti. La Cambogia è fangosa, piena di immondizia ovunque e con macellerie a cielo aperto. Eppure per quanto nei primi tempi trovassi tutto ciò un difetto da terzo mondo, ora mi pare piuttosto essere uno schietto realismo di cui sentirò la mancanza una volta tornata in Italia.

Flora Russo
23/11/2016

Immagine: una tipica macelleria del mercato di Kampot.

 

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