Facebook

Venezia - Abu Dhabi; Abu Dhabi – Bangkok; Bangkok – Phnom Penh. 5 t-shirt, 3 gonne, 2 vestiti, 4 pantaloni, un kit di sopravvivenza, toiletteria, documenti vari; uno zaino, una tracolla: in tutto meno di 20 kg da stipare sull'aereo. C'è spazio però anche per un altro bagaglio, soprattutto perché del tutto immateriale, un background di esperienze, di cultura, di condizionamenti, che a differenza dei 20 kg caricati sull'aereo è un carico potenzialmente infinito. Bagaglio imprescindibile la mia persona, che sono costretta a portarmi dietro, sempre, a volte come un peso, a volte come un'ancora, a volte leggerissima, ma sempre presente e attiva. Con tutti i miei bagagli, materiali o immateriali che siano, mi aggiro ormai da quattro mesi in questo mondo che si è rivelato molto più lontano di quanto me lo fossi immaginato dall'Italia. Il motivo risulterà sicuramente più chiaro ricostruendo brevemente il background storico della Cambogia: benché siano noti i tragici anni dei Khmer Rossi (1975-79), in pochi sanno che solo nel luglio del 1998 si è potuta dire conclusa una guerra civile durata ventinove anni. Già nel 1969 iniziano infatti i bombardamenti americani a causa dello sconfinamento della guerra col Vietnam, bombardamenti che terminano 539.000 tonnellate di bombe dopo, nel 1973. Dopo la caduta dei Khmer Rossi, la guerra continua lungo il confine tra Vietnam e Cambogia, raggiungendo il suo culmine con la completa occupazione di quest'ultima. La Cambogia rimane occupata dal Vietnam fino al 1989. I lunghi anni di guerra e di occupazione hanno comprensibilmente rallentato la Cambogia rispetto ai vicini Vietnam e Thailandia nella corsa allo sviluppo, è tuttavia facilmente visibile lo slancio a cui è portata ora per recuperare il tempo perduto. La strada per andare dalla capitale fino a Siem Riep, 300 km, richiedeva nei primi anni del 2000 quindici ore di viaggio a causa della mancanza di ponti sul Mekong, e pare che durante la stagione delle piogge fosse invece direttamente inagibile. Oggi è invece una strada trafficatissima, anche di turisti attratti dai magnifici templi di Angkor Wat. Tradizioni e voglia di buttarsi nel mercato globale convivono e si manifestano sotto forma di una miriade di cantieri improvvisati, sempre in movimento.
Nel tentativo di avvicinarmi ad un mondo così diverso dal mio, mi trovo a fare continui riferimenti a ciò che già conosco, per similitudine o per contrasto. Apro il mio bagaglio immateriale e ne tiro fuori una chiave di lettura, e ne consegue che in un certo senso vedo solo ciò che già so. Prendiamo come esempio il traffico: oggi Phnom Penh brulica di motorini - pare invece che fino a 15 anni fa fossero rari beni riservati a pochi privilegiati - e le prima settimane una delle sfide più grandi è stata attraversare la strada. Mi chiedo spesso cosa penserebbe un cambogiano davanti ad una strada trafficata in Italia, probabilmente si chiederebbe perché i camion si debbano fermare per far passare uno scooter che viene da destra - in Cambogia ho scoperto vige la regola del più grosso: i camion hanno la precedenza, sempre e comunque, anche contromano. Quello che per un occidentale è assurdo, qui è la normale quotidianità. Ogni straniero in casa altrui porta con sé il proprio punto di vista, definito sia dalle proprie esperienze personali che dalla serie di norme e di consuetudini della società d'origine. In altre parole tutto ciò che ci circonda viene filtrato da uno strato di precognizioni imprescindibili, attraverso le quali si ordina il mondo. Sperare quindi in uno sguardo privo di condizionamenti è un'illusione, lo sguardo è sempre in un certo senso contaminato e continuamente attua un lavoro di traduzione, dalla realtà concreta alla realtà così come viene concepita da me.
Ma c'è di più: lo sguardo non è un fare passivo, chi osserva modifica e lascia un'impronta nell'osservato. Qui in Cambogia ho portato la mia vecchia reflex, eppure sto facendo molte meno foto di quanto speravo. Cose interessanti da fotografare sono ad ogni angolo, il problema è piuttosto che la reflex è un grosso, grossissimo occhio che 
molto spesso crea imbarazzo e fastidio. La persona che si trova ad essere fotografata subito si irrigidisce; la foto perde naturalezza, il modello che avevo scelto si stizzisce e io mi dispiaccio. Internet mi consiglia: fingi di fotografare ciò che si trova dietro alla persona che hai deciso di ritrarre, fingi di essere sicuro di quello fai, evita di fotografare individui dallo sguardo truce in modo da non finire in rissa. Insomma fare fotografie è pericoloso. Ma perché lo sguardo altrui mette così in imbarazzo?
Sartre analizza questo fenomeno in L'essere e il nulla. Colui che viene osservato, sostiene, si trova nella situazione di qualunque altro oggetto presente entro raggio visivo. Oggetto tra oggetti, viene letto e contestualizzato entro una rete di interpretazioni. Il soggetto che si sente guardato si trova così in un momento trasformato in oggetto, conferendo all'altro il potere di reificarlo. L'invadenza dello sguardo consiste dunque in questo: nel momento in cui veniamo osservati siamo costretti ad ammettere di essere ciò che gli altri vedono - la vergogna e l'imbarazzo che ne suscitano sono una confessione indiretta. Ogni giorno al mercato una signora vende anatroccoli portandoseli in giro tutti pigolanti aggrappolati per le zampe e appesi a testa in giù legati ad una canna di bambù che si carica sulle spalle. Lo fa tutti i giorni, ma quando punto l'obiettivo verso di lei e verso i suoi pulcini, immediatamente si rivela essere un atto curioso, una cosa forse non così normale. Lo sguardo rivela qualcosa che c'è sempre stato, ma che colui che viene guardato non poteva sapere, e ad un tratto, inaspettatamente, intuisce. La signora si chiederà cosa io trovi di così interessante e si metterà in discussione. Ci specchiamo continuamente negli altri, e siamo costretti a riconoscerci nel riflesso che ci viene mostrato, anche se frutto di un fraintendimento. Nell'incoscienza, nella spontaneità l'uomo è libero, ma nel momento in cui viene guardato gli viene restituito un riflesso, un'immagine su cui non potrà mai essere completamente padrone. Lo sguardo degli altri suscita sgomento perché dimostra che ciò che si è convinti di essere non è mai al sicuro, anzi l'idea che io ho di me stesso non ha un valore più oggettivo rispetto all'idea che un altro ha di me.
Ho quindi puntato l'occhio della mia macchina fotografica verso la signora con gli -anatroccoli. A questo punto, sostiene Sartre, ci sono due opzioni: la signora può nascondersi, oppure può sfidare l'osservatore in un gioco di potere, scrutandolo a sua volta e ribaltando i ruoli soggetto/osservatore oggetto/osservato. Siamo immersi in un'arena che vede come armi gli sguardi e che ha in palio il mantenimento della propria identità, così come il singolo se la immagina. Lo sguardo quindi da un lato è condizionato e dall'altro ha il potere di condizionare ciò che lo circonda. Se da un lato si determina, si oggettiva l'osservato, dall'altro questo oggettivare non può che darsi in un fraintendimento. In questo gioco di specchi la possibilità di esaurire il senso di ciò che abbiamo di fronte ci sfugge continuamente. Non si arriva mai ad un'ultima parola definitiva. Si tratta di un limite di natura ermeneutica, che si traduce brevemente nel fatto che ogni interpretazione è sempre anche frutto di un equivoco. Ogni identità va sempre riconquistata e ricercata perché sempre è messa in discussione. Nello stesso momento ogni sguardo va ridimensionato alla luce della consapevolezza che non c'è nessuna realtà in grado di manifestarsi in modo univoco. Se da un lato si tratta di un limite, dall'altro questo continuo duello è ciò che mantiene aperta la possibilità di rivolgere lo sguardo verso di sé e verso gli altri in modi sempre nuovi.
Lo sguardo degli altri che, condizionato, mi condiziona è infatti ciò che, pur costringendomi in un fraintendimento, mi permette di guardare a me stesso a partire da altrove, ossia da un punto di vista lontano dal mio, in grado di mettere in luce degli aspetti di me a me sconosciuti fino ad allora. Ogni senso è costretto ad essere continuamente ripensato, ridetto, riformulato a seconda della persona con cui stiamo discutendo. Un incontro basato su questa consapevolezza porta a non perdere mai di vista i rispettivi punti di partenza: non basta considerare dove si va, ma ciò che diventa fondamentale è da dove si arriva, in quanto i bagagli immateriali di ognuno sono parte attiva di ogni contatto e incontro, per quanto invisibili.

Flora Russo
19/10/2016

Immagine: Lo sguardo della mia la macchina fotografica infastidisce un pescatore intento a tessere una rete da pesca, in un villaggetto di pescatori sulla strada per Preah Sihanouk.

 

LIBRERIA FILOSOFICA

Forum Referendum

IMMAGINI

VIAGGI FILOSOFICI

Questo sito utilizza cookies. Continuando la navigazione ne autorizzi l'uso. Se vuoi saperne di più clicca su "Leggi dettagli”.