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Gli ultimi giorni di un lungo viaggio si lasciano descrivere con difficoltà. In prossimità del rientro le ore non passano mai, mentre i mesi alle spalle sembrano già lontani, immagini sbiadite e confuse, che non abbiamo tempo di riordinare mentre ci concentriamo sulla valigia e sui prossimi impegni, con la mente totalmente assorbita dal futuro, occupata a stilare la lista degli oggetti importanti e a organizzare il poco tempo rimasto fra amici e luoghi da rivedere – quella penosa operazione di patteggiamento fra rinunce, appuntamenti mancati e minuti contati.
Chi parte da Berlino ha il cuore a pezzi. Vuole ritornare fra coloro cui appartiene, stringere fra le braccia gli amici più cari, ricoprire di baci i familiari, farsi assalire dal proprio cane, assaporare il gelato preferito, dare libero sfogo al bisogno di raccontare dimenando la lingua fino a disseccarla, ma ormai vuole anche restare, e continuare l’esplorazione di quel mondo nuovo dove ha iniziato a mettere radici e a ritrovare se stesso. Il pendolo dell’incertezza batte pesanti colpi nel suo petto, straziandolo almeno fino a quando, il giorno fatidico, una mano stringerà la maniglia di una porta socchiusa, mentre un’occhiata misurerà il tragitto fino al portone affacciato sulla strada. È un dolore personale, invisibile. Chi passa, infatti, vedrà solo una figura imbambolata fra due soglie.
Per questo motivo nell’ultima pagina di Diario berlinese era opportuno parlare della nostalgia.
Su questo tema ci sarebbe molto da dire. Innanzitutto, che la nostalgia è un sentimento simile all’amore non corrisposto, pieno di sospiri ma vuoto nell’essere, perché mancante dell’altra metà, la cui dolce immagine incrina il senso di autosufficienza dell’innamorato, che ora, bisognoso di riconquistare l’unità perduta, tenta di tutto per attirare a sé il pezzo mancante, finendo sotto il balcone di Giulietta alle tre di notte e disturbando il vicinato con lamentosi schiamazzi alla chitarra.
Per i Greci questa nostalgia è Himeros, personificazione del “folle desiderio amoroso”, figlio di Afrodite e fratello di Eros – con cui spesso è identificato. Da quando sono stati tagliati dalla mano di Zeus, racconta Platone per bocca di Aristofane, gli uomini si sono messi alla ricerca della loro parte complementare, attivati dall’energia dell’amore, che li spinge a desiderare ciò di cui sentono la mancanza. Ma già nel Simposio c’è molto di più. Verso mattina Alcibiade, incoraggiato dall’alcol, irrompe nel banchetto, e paragona Eros a Socrate, mettendosi a decantare la natura appassionata della ricerca filosofica, e sostenendo che il non bastare a se stessi arricchisce gli uomini, perché obbliga a cercare fuori di sé, negli altri e nel mondo circostante, la pienezza della propria vita.
La nostalgia ha dunque i suoi lati positivi. Senza l’insoddisfazione non esisterebbero i filosofi, ma neanche gli esploratori, e noi oggi non potremmo leggere una riga di Omero, o gustarci le avventure di Indiana Jones, e forse penseremmo ancora di vivere sul dorso di una tartaruga. Si spengesse poi del tutto il desiderio di congiungersi non avremmo genitori e bambini. Per non parlare dei telefoni o degli scambi epistolari. I sospiri che agitano la superficie del pianeta mettono in contatto gli esseri: la nota dolorosa fa parte del gioco, ed è poca cosa in confronto alla gioia di scoprirsi. Allora vattene truce pensiero schopenhaueriano! Perché il desiderio dovrebbe essere generato da una fame crudele e insaziabile? La natura è soprattutto amore e attrazione cosmica! Ach, infatti, non è un selvaggio grido di caccia, bensì espressione dei sentimenti più delicati dell’animo umano, l’esclamazione con cui cominciano molte pagine di poesia romantica tedesca – nota per il suo idealismo e non per l’arrosto di cervo.
Dopo questo giro di riflessioni, confuse ma dette col cuore, come si addice a un addio, l’ultima pagina di Diario dovrebbe chiudersi, secondo le intenzioni, concentrandosi sulla nostalgia come smania di rivedere la terra natia, dove ci sono la casa, la lingua e i luoghi dove si è cresciuti. Su quest’aspetto, forse il più importante, la letteratura è un fiume in piena, e si potrebbero fare molti esempi, su tutti quello di Itaca, e dire quanto Ulisse somigli a ogni viaggiatore, la cui nostalgia di Penelope fa pari con quella per Calipso. Il viaggio provoca dei circoli: chi è lontano sente nostalgia di casa, poi torna in famiglia e ha nostalgia di paesi lontani, e così riparte per una nuova destinazione, fin quando la malinconia, come un elastico, lo riconduce al focolare. Cortés, che era un conquistatore e un colonizzatore, conosceva bene questa natura capricciosa e ambivalente della nostalgia, e quando arrivò in Messico bruciò le navi, proprio per impedire la libera circolazione dei sospiri.
Sì, anche a ripensarci non fa una piega: sarebbe stato certamente opportuno parlare della nostalgia. Tuttavia, martedì 24 aprile, intorno a mezzogiorno, ci giunge la notizia che l’Airbus A320 della Germanwings è precipitato, schiantandosi sulle Alpi francesi. Purtroppo nessun viaggiatore sul punto di tornare a casa può ignorarla.
Poco più di un secolo fa, nel 1912, il transatlantico britannico RMS Titanic, un gioiello della tecnica, unico nel suo genere, possente, maestoso e veloce, salpava da Southampthon il 2 aprile per naufragare appena dodici giorni dopo, trascinando nel gorgo delle gelide acque oceaniche oltre millecinquecento persone. Lo sgomento per la tragedia fu immediato, e fece il giro del mondo, comparendo sulla prima pagina di tutti i quotidiani. Il “gigante inaffondabile” inabissato al suo viaggio inaugurale colonizzò l’immaginario collettivo e animò a lungo i dibattiti dell’opinione pubblica, sollevando giustamente questioni sulle norme di sicurezza marittima. La portata simbolica dell’evento ha acquistato tuttavia il suo peso solo in un secondo momento, retrospettivamente, quando, dopo due guerre mondiali e milioni di morti, la nave colata a picco quella notte richiamò alla mente di storici e commentatori le sirene delle successive catastrofi. Con il Titanic affondava il mondo di ieri: un iceberg aveva infranto i sogni adamantini della Belle Époque.
Chiaro, la storia può essere interpretata solo col senno di poi, altrimenti l’umanità dovrebbe attribuirsi facoltà divinatorie che, come dimostrano i suoi continui fallimenti, evidentemente non possiede. Inoltre non è certo il fatto isolato a dettare il corso degli eventi, quanto piuttosto il contrario: sono gli avvenimenti su grande scala a fornire lo sfondo in cui inserire le singole questioni. Quest’ultima osservazione non è tuttavia molto confortante. Proprio partendo da una situazione generale, e cioè dall’attuale Europa, dove la crisi diffonde malessere, malcontento e disoccupazione, semina discordia fra i governi, disseppellisce antichi rancori e allarga la forbice fra ricchi e poveri, gli indizi per un’interpretazione ex ante della caduta dell’Airbus A320 non mancano. Proviamo allora a immaginare come gli storici di un lontano e tetro futuro – o dei viaggiatori marziani capitati in una terra ormai desolata – potrebbero interpretare tale sciagura nella sciagura.
“La caduta dell’aereo di linea A320 rappresentò la fine del sogno europeo, che fu l’idea di una costituzione unica e internazionale in cui si riconoscessero tutte le popolazioni insediate in una comune espressione storico-geografica chiamata Europa. Essa non fu uno spiacevole incidente, ma il prodotto di frustrazioni e angosce, dove i singoli egoismi presero il sopravvento sul destino comune, e alla fine condussero chi avrebbe dovuto guidare questo processo a trascinare tutti con sé, verso un finale tragico quanto spettacolare. Era la fine di una leggenda che ebbe origine nel mito e terminò nella barbarie ”.

Elena Corsi
01/04/2015

Immagine: Young Lady In A Boat, James Tissot, 1870.

 

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